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Italia > Tappe

Resistente perché giusto, l’insegnamento di Mazzolari

di Umberto Zanaboni

- Fonte: Città Nuova

In occasione dell’Anniversario della Liberazione dal nazifascismo, pubblichiamo un contributo approfondito sulle ragioni della scelta della Resistenza nella vita di don Primo Mazzolari (1890-1959), il parroco di Bozzolo, testimone e maestro per molti nella scelta di pace dentro le fratture del secolo scorso, come esempio per il nostro tempo.

Papa Francesco in preghiera sulla tombadi Don Primo Mazzolari nella chiesa di San Pietro a Bozzolo (Mantova), 20 giugno 2017. ANSA / OSSERVATORE ROMANO

Ho provato a descrivere il ruolo di don Primo Mazzolari nella Resistenza al fascismo attraverso le parole e i ricordi di coloro che gli furono vicini e che, a guerra finita, hanno lasciato memoria della sua figura e della sua azione.

Per farlo, desidero partire da lontano, rispondendo a una domanda che considero decisiva per comprendere tutto ciò che diremo in questo incontro: perché don Primo è un resistente? Da dove nasce la resistenza di Mazzolari?

La risposta, in fondo, è una sola: don Primo Mazzolari è resistente perché è giusto. Lo afferma egli stesso in un discorso intitolato Non tradiremo i poveri, tenuto a Melzo nel 1948: «In fondo, se tanti nostri fratelli si sono staccati è perché noi preti, noi cristiani, abbiamo qualche cosa di opaco, di sordo nella nostra vita. Tante volte abbiamo cercato di mettere insieme i comandamenti di Dio e i nostri interessi poco puliti; abbiamo amato più il nostro portafoglio che il nostro fratello; ci siamo dimenticati che il Cristo è nei poveri e che la sua parola è questa: «Io avevo fame e mi avete dato da mangiare, io avevo sete e mi avete dato da bere, io avevo freddo e mi avete riscaldato, io ero senza casa e mi avete ospitato». Il Vangelo è questo, la giustizia cristiana è questa».

Qui sta il fondamento di tutta l’opera di don Mazzolari — del suo apostolato, dei suoi libri, della sua predicazione — ed è qui che affonda le sue radici anche la sua resistenza al fascismo.

La domanda decisiva, però, è un’altra: da dove deriva, concretamente, la giustizia di Mazzolari? La sua è la giustizia del Vangelo, che — come vedremo soprattutto dopo il 25 aprile, quando in tutta Italia si moltiplicavano vendette e regolamenti di conti — non ha nulla a che fare con la giustizia degli uomini. Non è un caso che per lui sia stata aperta la causa di beatificazione: nel perdono e nell’amore per i nemici don Mazzolari ha dato prova di un’autentica eroicità cristiana. Lo afferma con parole limpide nel suo celebre Tu non uccidere«Il nostro dramma di credenti è la fedeltà a Dio, ai pensieri e alle strade di Dio, che non sono i nostri pensieri e le nostre strade. Si tratta di scegliere… Il cristiano è contro ogni male, non fino alla morte del malvagio, ma fino alla propria morte, dato che non c’è amore più grande di  quello di mettere la propria vita al servizio del bene e del fratello perduto. Vince chi si lascia uccidere, non chi uccide».

Quando il Vangelo è davvero creduto e vissuto, possiede una forza capace di trasformare la società. Non la religione ridotta a riti esteriori o a regole inventate dagli uomini, ma il Vangelo praticato nella sua radicalità. A chi ha il cuore leggero, parole come queste possono sembrare utopiche. Ma per chi si riconosce discepolo del Vangelo esse non sono un sogno irrealizzabile: possono diventare realtà storica.

Prima di entrare nel vivo della nostra riflessione, è significativo ascoltare la voce di chi conobbe don Primo fin dall’infanzia. La sorella Giuseppina Mazzolari ricorda infatti come, già da bambino, egli fosse profondamente colpito dal senso della giustizia, una sensibilità che avrebbe segnato tutta la sua vita e il suo ministero.

Don Primo Mazzolari, foto dell’Archivio Fondazione Mazzolari, ANSA/TO

«Mio fratello porterà sempre nel cuore un’impressione ricevuta da bambino, al Boschetto. Il paese era piccolo e con tante cascine sparse; raramente passavano dei funerali davanti alla nostra. In una settimana ci furono due morti: un padrone e un contadino. Un contadino di S. Colombano, che col piccolo Primo guardava passare il secondo funerale, gli chiese: “Hai visto Primo che differenze?” col ricco, perché il parroco prende tanti denari, molti preti, le confraternite in pompa magna, il corteo a passo lento e a suon di musica, le campane a stormo; col povero poca gente e un prete solo che cammina in fretta. Brutte cose Primo! Nella Chiesa non ci dovrebbero essere! Tutti uguali, almeno davanti al Signore!”. La maniera con cui il contadino aveva pronunciato queste osservazioni così giuste – dirà poi mio fratello – mi entrò nel cuore e subito decisi di diventare prete e fare in modo che per tutti, ricchi e poveri, ci fosse in chiesa lo stesso trattamento».

C’è una confessione, fatta da don Primo Mazzolari negli anni Cinquanta ai seminaristi di Cuglieri, in Sardegna, particolarmente preziosa perché ci permette di entrare nel suo travaglio interiore di giovane sacerdote. Vi appare con grande chiarezza quanto fosse vivo in lui, fin dagli inizi del ministero, un acutissimo senso della giustizia e una profonda insofferenza per ogni forma di ingiustizia.

«Uscito dal Seminario, con la testa piena di libri, forse anche non ben capiti, avevo dentro di me la malattia della celebrità. Non capivo le anime. Cercai di raggiungerle attraverso la parola ben detta, mediante un ministero più dignitoso, ma troppo esteriore. Vi confesso che furono due anni di sofferenze (1912-1914). Non ingranavo. Alla sera, solitudine disperata. Pareva che Cristo non si movesse per venirmi incontro. La gente mi guardava con compassione.

Venne la guerra. Partii il giorno stesso in cui venne notizia della morte del mio fratello al Sabotino. Oh! Non bisogna rifiutare la sofferenza. Senza di essa non si arriva al porto. Si rimane macigni non levigati.

Trovai anche lì nella trincea anime del prossimo, ma in grigio verde, ma col compito di far morire. Anime immortali nella pena quotidiana dell’assalto, del fango, del lavoro di tutte le ore, del riposo tormentato dal frastuono del cannone. Prete e cappellano, guardavo i miei che Cristo mi aveva affidato, che aveva inseriti nel mio ministero, e li vidi nella pena sconfinata, nella pena del morire. La mia vera parrocchia incominciò lì, osservando che le scarpe, che appartenevano a quegli uomini e a quelle anime mie, erano state confezionate da speculatori col cartone; e fu la prima rivolta. Così per il vestire; così per le lacrime loro; così per la loro disperazione; in certo senso, perché in eccezionali situazioni non si può condannare».

Fu l’esperienza della guerra, vissuta nelle trincee accanto ai soldati, a segnare per sempre la sua coscienza sacerdotale: lì Mazzolari comprende che la sua vocazione non sarà quella di una carriera ecclesiastica o di una parola astratta, ma quella di un prete immerso nella vita concreta della gente, chiamato a condividere fino in fondo le sofferenze del suo popolo.

A partire da questa consapevolezza possiamo allora osservare la figura di don Primo resistente nelle due parrocchie di cui fu parroco: Cicognara e Bozzolo. In questi due luoghi il suo confronto con il fascismo assunse forme e sviluppi differenti, dando origine a situazioni e vicende tra loro diverse, ma accomunate dalla stessa radice evangelica e dallo stesso senso della giustizia.

Cicognara: la sfida aperta al fascismo 

Il 1922 è ricordato soprattutto per la marcia su Roma e per l’arrivo al potere di Benito Mussolini. Per don Primo Mazzolari, però, quello stesso periodo coincide anche con l’avvio di una fase decisiva del suo servizio pastorale: l’incarico di parroco a Cicognara, nella bassa mantovana, dove arriva qualche mese prima, precisamente il 28 dicembre 1921. Quando prende in mano la parrocchia non ha ancora compiuto trentadue anni.

Sin dai primi mesi comprende chiaramente che il compito non sarà semplice. L’ambiente in cui deve operare è fortemente influenzato dal socialismo e da un anticlericalismo molto diffuso. A questa realtà si somma però un elemento nuovo e sempre più preoccupante: la violenza del fascismo agli inizi, che si manifesta con le azioni delle squadre, i manganelli e la degradante pratica dell’olio di ricino.

È dentro questo scenario che matura il suo antifascismo. Non nasce prima di tutto da un’elaborazione teorica o ideologica, ma da un giudizio morale suscitato dalla violenza di cui è testimone diretto. Don Primo osserva e annota con amarezza che «il fascismo ha dei ribollimenti barbarici e prende una piega antireligiosa». Anche dopo la nascita del primo governo Mussolini il suo giudizio resta molto duro: «Benché mi sforzi non riesco a superare la sfiducia profonda verso il nuovo ordine e verso gli uomini nuovi, che a me sembrano quasi come gli altri, una negazione dello spirito cristiano».

Alla condanna etica si affianca rapidamente anche quella politica, perché il nuovo regime rivela fin da subito la sua tendenza autoritaria e la scarsa considerazione per le libertà fondamentali. Don Primo lo confida senza esitazioni all’amico don Guido Astori: «Se non fossi cristiano mi farei “carbonaro” per ridare alla patria la libertà».

Il fascismo si afferma grazie alla forza e alla sopraffazione, alimentando l’odio e trasformandolo in nazionalismo. Tende a penetrare e dominare ogni ambito della vita collettiva: la Chiesa, le associazioni, le persone. Il traguardo è un controllo totale. In una situazione del genere, opporsi diventa inevitabile. Ma per farlo non bastano prudenza e timidezze: occorrono uomini liberi, lucidi e coraggiosi.

I fascisti di Viadana, il comune di cui fa parte la frazione di Cicognara, capiscono presto che quel giovane parroco non ha alcuna intenzione di piegarsi. Non è necessariamente un nemico diretto, ma rappresenta comunque un impedimento. Non a caso, già il giorno dopo la marcia su Roma iniziano ad arrivargli le prime lettere di minaccia. Così riporta una lettera anonima custodita nell’archivio della Fondazione di Bozzolo«Cicognara 29-10-22. Reverendo, la diffidiamo a voler immediatamente cessare la sua propaganda corruttiva e diffamatoria fra coloro che pur essendo cristiani devoti sono anche italiani di sentimento, in danno del Fascismo e dell’Italia. Al contrario saremo costretti ad agire prontamente con mezzi molto persuasivi ed efficaci. Si ricordi che i fascisti non sono atei e nemmeno contrari alla religione cristiana ed al clero cattolico, ma vogliono soltanto che non si faccia abuso della religione per far della politica antitaliana fra il popolo. Il Comitato segreto d’azione. Il momento è grave e gli animi sono tesi. Se lo ricordi».

A una sua corrispondente, Vittoria Fabrizi De Biani, il 13 gennaio 1925 scrive: «Verso di me, personalmente, c’è un istintivo rispetto e un riguardoso contegno, se la prendono invece con chi mi segue, specialmente con quelle brave figliuole che sono divenute il buon esempio e la forza nuova della parrocchia. Ma resistono, grazie a Dio con una nobiltà che mi dà ammirazione ed esempio».

I capi fascisti trovano più comodo prendersela con le donne che collaborano in parrocchia, piuttosto che colpire direttamente il sacerdote nei confronti del quale cercano inizialmente di salvare la faccia, mostrando formale rispetto. Il rapporto del parroco col regime è di opposizione, ma con sfumature dovute al ruolo di prete che deve avere riguardo per tutti.

«La notte dell’Epifania hanno bastonato bestialmente alcuni dei miei uomini, ottimi uomini: spalle stanche dal lavoro e dalla guerra. Uno ebbe due fratelli morti sul campo ed è ferito egli stesso. Dall’alto, la brutalità scende in basso, fino ai nostri poveri paesi e si sfoga cosi, spargendo il terrore tra la povera gente… Lei immagina cosa ho sofferto e soffro tutt’ora, anche per comprimere la rivolta che nell’animo spaventosamente mi ribolle contro le ingiustizie infami di quest’ora di tenebre. Non è che non senta la pietà anche verso coloro che sono degli incoscienti esecutori di ordini malvagi: ad essi va la mia anima con una carità senza limiti. Ma io mi chiedo se proprio nessuno deve alzare la voce di condanna, se il sacerdote, che è il protettore nato degli oppressi, può star pago di soffrire interiormente e di pregare. Il dubbio, per mio conto, l’ho risolto: io sento il dovere di dichiararmi apertamente in favore degli oppressi e di mettere la mia povera vita per loro.  Ma sono imbottigliato di prudenza, che mi giunge di ogni parte, sotto forma di consigli, di raccomandazioni, di scongiuri… Ed eccomi qui, pastore senza voce, costretto a far tacere l’impeto del cuore».

La resistenza di don Mazzolari al regime fascista si manifestò nel tempo attraverso gesti, scelte e prese di posizione che nascono dalla coscienza e si traducono in atti concreti.

Il primo episodio significativo avviene nel novembre 1925. Dopo l’arresto a Roma di Tito Zaniboni, deputato socialista, e del generale Luigi Capello, accusati di preparare un attentato contro Mussolini, gli squadristi scatenano violenze e intimidazioni. Anche a Cicognara la popolazione viene svegliata nella notte dal suono forzato delle campane, mentre risuonano spari e grida. Nei giorni successivi i fascisti impongono che in ogni chiesa si celebri un solenne Te Deum di ringraziamento per la salvezza del duce. L’iniziativa ha un chiaro scopo intimidatorio: «si vuol vedere chi ha fede fascista o no». Don Mazzolari rifiuta di obbedire e a Cicognara si arriva allo scontro aperto.

Nel 1929, con la firma dei Patti lateranensi, il regime ottiene il sospirato appoggio della Chiesa. Mazzolari vive questo passaggio con forte disagio: nel suo intimo è convinto che il fascismo sia un mondo che «è negativo dei veri valori cristiani, quando non ne è l’antitesi più ripugnante».

Pochi mesi dopo, il 24 marzo 1929, gli italiani sono chiamati a votare per la nuova Camera in un plebiscito privo di reale libertà. Anche per lui la decisione è tormentata: «Se voto contro o m’astengo disobbedisco a un comando dei vescovi e dell’Azione Cattolica emanazione diretta di essi, se voto favorevolmente vado contro la mia coscienza». Alla fine decide di non recarsi alle urne. I fascisti locali reagiscono denunciandolo al vescovo, ma senza conseguenze.

Nel 1931, quando lo squadrismo si scaglia contro le organizzazioni cattoliche, Mazzolari accoglie con entusiasmo l’enciclica Non abbiamo bisogno di Pio XI e ne promuove la diffusione in parrocchia, invitando anche i giovani a discuterne.

È in questo clima pesante che avviene il fatto più grave. Il 1° agosto 1931 subisce un attentato. È lui stesso che lo racconta in una lettera al vescovo di Cremona.

«Cicognara, 2 agosto 1931. Eccellenza, questa notte, verso le dodici, fui svegliato da colpi furiosi picchiati contro il cancello di ferro del cortile della canonica. Credendo mi si chiamasse per un malato, m’alzai subito, spalancando la finestra. M’accolsero tre colpi di rivoltella sparati da due, che poi vidi scappare in bicicletta per raggiungere il grosso di una brigata, che per le strade del paese continuava a cantare le solite canzoni di minaccia alternate con ingiurie e volgarità all’indirizzo del Papa, dell’Azione Cattolica, del parroco. Altri colpi (oltre i testimoni lo provano le capsule vuote rintracciate sul posto) furono sparati dal cancello stesso del cortile. Mia zia, quasi ottantenne, spaventata dagli spari e dalle minacce, fu colta da malore, dal quale, grazie a Dio, si è subito rimessa. A me il Signore dà calma e forza oltre i miei meriti. Non gli chiedo altro, insieme alla grazia di ben soffrire. Domando a Vostra Eccellenza una benedizione particolare per me e per il mio paese. Con profonda affettuosa devozione in Cristo. Sac. Primo Mazzolari».

Don Primo Mazzolari, foto Archivio Fondazione Mazzolari, ANSA/TO

Bozzolo: la resistenza nell’ombra
Nel luglio 1932 il vescovo lo nomina arciprete di Bozzolo con l’incarico di unificare le due parrocchie del paese. Anche qui le tensioni con il regime non tardano a manifestarsi. Il discorso che don Mazzolari pronuncia il 4 novembre provoca l’immediata reazione dei fascisti, irritati perché non celebra i meriti del fascismo proprio nell’anno del decennale della presa del potere.

Convocato dal prefetto di Mantova, don Primo si difende con fermezza, rivendicando l’autonomia e la dignità della Chiesa. Il prefetto si rivolge allora al vescovo di Cremona, che però non accoglie le richieste punitive. La vicenda arriva così a Roma, dove si trova una soluzione di compromesso: l’11 dicembre 1932 Mazzolari tiene un discorso «riparatore», dal quale riesce a uscire con la consueta abilità e una sottile ironia.

Negli anni successivi le tensioni si attenuano, anche se non mancano nuove frizioni e qualche provvedimento.

Nel 1941, da un decennio parroco di Bozzolo, sarà il primo, almeno tra i cattolici, a parlare di «obiezione di coscienza». A un giovane aviatore di Firenze, Giancarlo Dupuis, che gli sottopone per lettera (10 maggio) una questione di coscienza molto delicata, egli risponde in modo deciso e autorevole. Da una parte – scrive il giovane – la Chiesa chiede ai cattolici di costruire la pace, in nome del Vangelo, dall’altra esorta ad obbedire alle leggi dello Stato. Ma quando in campo militare i superiori ordinano di fare qualcosa contro la propria coscienza, come bisogna reagire?

Egli, il 10 agosto, in una lunghissima lettera, che prenderà il nome di «Lettera a un aviatore», afferma senza mezzi termini di seguire la propria coscienza, pagando anche di persona, se fosse stato necessario. Quando la propria coscienza dice che bisogna disobbedire a un ordine che va contro la vita dell’uomo, bisogna farlo, perché solo così si può costruire un mondo nuovo e una giustizia nuova. Riprende un’espressione della Scrittura, tratta degli Atti degli apostoli: «Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (5,29)

Per Mazzolari la coscienza è il luogo dell’agire di Dio nello spirito dell’uomo, pertanto è luogo sacro e inviolabile. Queste verità verranno pronunciate solennemente dalla Chiesa solo alcuni anni più tardi, con il Concilio Vaticano II, in Gaudium et spes al numero 16. Pochi anni più tardi, lo stesso don Lorenzo Milani, profeta di pace, che come il parroco di Bozzolo ebbe il dono di leggere le novità, ribadirà la stessa idea in Lettera ai cappellani militari (22/2/1965) e Lettera ai Giudici (18/10/1965).

Nel turbine dei mesi che seguirono il crollo del regime, la sua azione non fu solo spirituale, ma si tradusse immediatamente in una protezione civile e coraggiosa dei più deboli. All’indomani della caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, don Primo si adopera con efficacia in prima persona per evitare che in paese si consumino rappresaglie nei confronti dei fascisti.

Con l’occupazione tedesca e la nascita della Repubblica Sociale Italiana dopo l’8 settembre, Bozzolo divenne un crocevia di solidarietà clandestina. Don Primo si fece motore di un’assistenza instancabile verso i militari sbandati e, mobilitando la sua comunità, portò conforto ai militari prigionieri diretti in Germania. Grazie alla sua azione pastorale, la sua divenne una parrocchia aperta che accolse poi gli sfollati del Centro Italia e, in segreto, tese la mano alle famiglie ebree perseguitate.

L’11 febbraio 1944, sospettato di essere la «guida spirituale» di una formazione antifascista del mantovano, viene arrestato e interrogato, venendo fortunatamente rilasciato. Il 30 luglio successivo sopraggiunge tuttavia un nuovo fermo, nell’ambito di una più ampia operazione di polizia. Mazzolari è portato a Mantova insieme ai suoi due vicari e ad altri sacerdoti della zona. Viene condotto al Comando di piazza tedesco e lungamente interrogato. Riesce a cavarsela, anche grazie all’intervento del vescovo di Mantova mons. Domenico Menna, e rientra a Bozzolo. La libertà di Mazzolari è di breve durata. All’Ufficio politico investigativo di Mantova, infatti, si prepara una nuova, e questa volta definitiva, azione contro di lui.

Avvisato tempestivamente della minaccia, il 31 agosto 1944 il sacerdote scelse la via della macchia. Insieme a Rinaldo Zangrossi, suo fedele parrocchiano, partì sotto il temporale camuffato da meccanico; i due arrivarono in bicicletta a Gambara, trovando rifugio presso il parroco Giovanni Barchi. Dopo un periodo di latitanza nel bresciano, a fine anno don Primo rientrò segretamente a Bozzolo.

Qui rimase in totale isolamento in un vano nascosto vicino al campanile. Della sua presenza erano informate solo la sorella Giuseppina e una ristretta cerchia di fidati, incaricati di assisterlo nella clandestinità per non destare sospetti. Mentre ufficialmente si diffondeva la notizia della sua adesione alle brigate partigiane in montagna, Mazzolari trascorreva le giornate in una sorta di cella monastica, dedito esclusivamente alla lettura, alla preghiera e alla scrittura.

Alla fine del conflitto, Bozzolo e i paesi vicini conobbero una stagione diversa da molte altre realtà: non vi furono spirali di vendette né rappresaglie. Questo esito non fu casuale, ma maturò grazie all’opera instancabile di don Primo Mazzolari, che aveva indicato con chiarezza evangelica una via esigente e controcorrente: l’amore verso i nemici come criterio decisivo, come vera “cartina tornasole” della fede.

Già negli anni precedenti, egli aveva richiamato con forza la necessità di spezzare la catena dell’odio e di rifiutare ogni forma di violenza, ponendo le basi per una riconciliazione autentica. Così, quando il 25 aprile 1945 Bozzolo venne liberata e i partigiani entrarono in paese, don Primo poté uscire dal suo rifugio e farsi guida morale di una comunità chiamata non a regolare conti, ma a ricostruire legami. La sua presenza contribuì in modo decisivo a orientare gli animi verso il perdono e la pace, evitando che la fine della guerra si trasformasse nell’inizio di nuove ferite.

Testimonianze meravigliose raccontano nei particolari il trionfo evangelico di quelle giornate.

«Dopo il 25 aprile nelle carceri di Bozzolo vi erano stati rinchiusi molti fascisti del paese e dei dintorni come detenuti politici, eran tutti suoi grandissimi nemici eh! Erano a disposizione della giustizia. In quei momenti i comunisti erano impazienti di farsi giustizia da sé e più volte si presentarono per prelevare qualcuno o per vendicarsi alzando le mani contro qualche altro come era avvenuto nelle carceri delle altre zone. A Bozzolo non vi fu mai spargimento di sangue, né qualche vendetta privata.

Quando i comunisti volevano arbitrariamente trasferire qualche fascista pretendendo di entrare nelle celle del carcere per caricarlo sui loro camion ne furono sempre impediti dalla fermezza dell’allora direttore del carcere dott. Modestino Manfra e da don Primo che pretendevano il regolare mandato che essi non avevano. Il dott. Modestino Manfra era pretore nella pretura di Bozzolo e di Mantova e poi è stato presidente aggiunto della Corte suprema di Cassazione, personaggio di altissimo livello della magistratura. Don Primo in qualità di cappellano del carcere volle visitare quei detenuti, erano stati suoi accesi oppositori e avversari e gli fecero tanto dura la vita. Prevalse in lui la carità sacerdotale e al di sopra di ogni risentimento, così naturale nel suo caso, che volle andare a confortarli celebrando una mattina la santa messa alle 5.30 per loro; è un ricordo indimenticabile per me. Si rende conto che tra una ventina di detenuti fascisti c’era un medico che da più di quarant’anni non varcava la soglia d’una chiesa, si sono confessati tutti volontariamente da lui e hanno fatto la comunione. Ll’altare è stato preparato nel centro del cortiletto del carcere, i cancelli e le porte delle celle tutte aperte, i detenuti vollero tutti confessarsi da don Primo e durante la messa e alla comunione che tutti ricevettero, piangeva lui, piangevano loro, piangevamo tutti. La grande carità di don Primo aveva vinto».   

Conclusione: la pace non si difende con la guerra
Non esistono parole più belle di queste per concludere questa riflessione su don Mazzolari e la Resistenza dei cristiani: parole che richiamano con forza la centralità dell’amore, il rifiuto dell’odio e la fedeltà radicale all’umanità anche nel conflitto. Questo testo, tratto dall’articolo “L’uomo non è più uomo se odia il fratello” pubblicato su Adesso il 15 aprile 1955, ne rappresenta una sintesi limpida e profonda.

«A me uomo, a me cristiano, a me sacerdote, la lunga e dolorosa esperienza della guerra e della Resistenza, ha restituito la sensibilità evangelica: non c’è che una opposizione al male, non c’è che una resistenza che abbia le promesse di questa e dell’altra vita, quella che si rifiuta di usare, nel resistergli, gli stessi mezzi del male.

Se la forza, se il denaro, se il numero mi angariano, non devo a mia volta angariare: se mi tolgono il respiro, non posso soffocarli: se mi odiano, se mi uccidono ecc. non posso odiarli né ucciderli… Ma come si può parlare di «valori della Resistenza», se il nostro animo e il nostro modo di esistere non sono superiori all’animo e ai modi della violenza? In nome di chi e di quale morale si può condannare il male se non crediamo nel bene o se lo contorniamo o pensiamo di dargli efficacia con i mezzi del male? Il bene ha una sua propria strumentalità o corporeità inconfondibile. Volete che siano eguali le strade del bene e le strade del male?

La Resistenza al fascismo doveva essere condotta con le «armi della luce» non con quelle delle «tenebre». Il male non si vince col male, ma col bene, e un bene pieno, che abbracci l’intenzione, l’animo, i mezzi. A rimanere nello spirito del bene, avrebbe potuto aiutarci anche il pensiero che di fronte avevamo degli italiani, il prossimo più prossimo, gente di casa nostra, fuorviati più che malvagi. Non che gli altri siano degli estranei: ogni guerra è un fratricidio: la nostra, però, in maniera ancor più atroce e con conseguenze che hanno scavato solchi di odio e fabbricato spirali di vendetta.

Il valore della Resistenza – parlo da cristiano – non è soltanto legato alla libertà, alla giustizia, alla democrazia, cioè alle sante cose che uno si propone di difendere o attuare, ma al modo con cui esse vengono difese e affermate

Ci son voluti gli infelicissimi giorni della Liberazione, quella follia non controllata o scarsamente controllata dalla presenza cristiana, per darmi la misura dell’oltraggio ai valori della Resistenza. La libertà non è più libertà, la giustizia non è più giustizia, l’uomo non è più uomo, quando l’animo non è più umano e il fratello «odia il fratello» che è di là, che fu di là. La spirale della vendetta ha messo in suspicione non l’ideale della Resistenza, certamente più alto di quello nazifascista, ma i resistenti, che non seppero portarlo degnamente e discesero sul piano degli altri.

Chi odia, comunque e per quale motivo odi, è sempre omicidaUn cristiano non può commemorare cristianamente il decennale, se non si riconosce peccatore verso lo spirito cristiano della Resistenza.

Abbiamo peccato contro il Vangelo peccando contro l’uomo che avevamo di fronte, il quale, oltre che un fratello e un italiano, credeva, a sua volta, d’immolarsi per una santa causa. «Vi uccideranno (lasciamo in disparte le canaglie) pensando di rendere omaggio a Dio», Padre degli uni e degli altri. «Metti la tua spada nel fodero: chi uccide di spada, di spada perirà». I veri valori della Resistenza sono contenuti e difesi da questa formula evangelica di testimonianza: la verità non si difende con la menzogna, la giustizia con l’iniquità, la libertà con la sopraffazione, la pace con la guerra. L’agnello che si fa lupo, è un detestabile agnello e un miserabile lupo, destinato a finire in bocca al lupo».

 

 

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