Era il 30 novembre 2025, papa Leone era appena arrivato all’aeroporto di Beirut, quando lungo il viale che collega l’aeroporto al centro un vivacissimo ragazzino libanese, in divisa scout, aveva colpito vari fotoreporter con il suo entusiasmo. Jawad era felice che il papa attraversasse il suo quartiere di Hayy el-Sullom, e saltava come un grillo agitando una foto di papa Leone e mostrandola a tutti. Naturalmente, i fotoreporter rimasero colpiti anche per un altro motivo: sulla casacca azzurra della divisa scout indossata da Jawad, e dagli altri scout presenti, c’era anche, sotto il taschino, una fotina dell’ayatollah Khomeini. Sì, perchè Jawad era sciita e orgogliosamente membro degli “Scout al-Mahdi”, che sono la versione sciita dello scoutismo.
Sono grato a Camille Eid, giornalista libanese che vive in Italia da molti anni e insegna arabo all’Università Cattolica del Sacro Cuore, a Milano, per il suo ricordo di Jawad Ahmad, su Avvenire di sabato 11 aprile. Perché il vivace ragazzino e scout di Beirut, fan entusiasta di papa Leone, è stato ritrovato cadavere proprio l’11 aprile, dopo 3 giorni di ricerche, sotto le macerie della sua casa, dove giaceva accanto al corpo del suo papà, nel quartiere di Hayy el-Sullom, a Beirut. La casa era una di quelle colpite dal blitz aereo israeliano del “mercoledì nero” 8 aprile, quando 50 caccia israeliani hanno attaccato in soli 10 minuti più di 100 obiettivi, provocando 300 morti e un migliaio di feriti. Jawad e suo padre facevano parte dei 300 morti, anche se non dei 100 obiettivi. Si sa che per i militari israeliani melius est abundare (come a Gaza). Per questo, i libanesi per bene usano con parsimonia la parola “israeliani”: per evitare di doverci aggiungere una pesante imprecazione. Che comunque anche se non la dicono la pensano.
Nella parte meridionale del Libano le forze israeliane stanno portando avanti l’invasione del territorio libanese, attestandosi lungo quella che viene definita “linea di difesa avanzata”: in pratica tutto il territorio tra il fiume Litani e il vecchio confine tra i due Stati. E ad est verso la valle della Bekaa. Come evidenzia Giancarlo Giojelli su Tempi.it del 10 aprile, Israele considera il controllo di quest’area vitale e per occuparla non risparmia neppure gli attacchi alle forze Unifil. Per quanto riguarda gli speronamenti dei tank israeliani nei confronti delle camionette bianche segnate dalle lettere UN in modo evidentissimo, lo scopo è palesemente denigratorio e manifesta il disprezzo nei confronti delle Nazioni Unite e di ogni genere di Diritto internazionale, secondo i dogmi del sionistico-sovranistico-Netanyahu-pensiero. La sorte del Libano, sembrano voler dire gli occupanti, dipende solo da noi. E se esplicitamente accusano Hezbollah di tutti i mali, di fatto costringono il presidente libanese Joseph Aoun a chiedere aiuto al mondo per «fermare Israele, che vuole fare qui ciò che ha fatto a Gaza», dove ha “eliminato” anche 75 mila civili palestinesi, considerati terroristi dal primo all’ultimo. Come Jawad e suo padre, insomma. Né l’esercito libanese né le forze dispiegate dall’Onu hanno mezzi e/o regole di ingaggio adeguati per fermare le parti in conflitto: israeliani e milizie Hezbollah.
C’è una domanda che si sente aleggiare a questo punto: gli israeliani “si accontenteranno” di occupare il Libano fino al fiume Litani, comprese Tiro, Naqura e Nabatiye, tutti i villaggi cristiani del sud e magari la parte della Beqaa fino al Monte Hermon? Cioè il 20% circa del Paese. Nei giorni scorsi si è cercato invano di fermare i bombardamenti israeliani sul Libano. Ma Netanyahu non sente ragioni. Ripete come un mantra: Hezbollah va distrutto. I bombardamenti però non conoscono aree sicure e accanto agli 1,2 milioni di sfollati hanno superato quota duemila i libanesi uccisi. Al sud non ci sono più ponti e i campi non sono solo bruciati: secondo Amnesty International e Human Rights Watch in zone di confine, come Dhayra e Yohmor, Israele ha sganciato bombe al fosforo bianco, che può avere effetti terribili sugli esseri umani, non solo nell’immediato.
Ma l’unica voce che Netanyahu ha voluto ascoltare è stata quella di Trump: il dossier su Beirut è separato da quello sull’Iran ed è in mano al Segretario di Stato Rubio, che ha fissato a martedì 14 aprile il primo colloquio tra le delegazioni libanese, israeliana e statunitense, a Washington. Come se la delegazione del governo libanese potesse decidere qualcosa di vincolante per i miliziani ultras di Hezbollah. L’unica soluzione sarebbe l’applicazione della risoluzione 1701 dell’Onu, in base alla quale solo l’esercito libanese affiancato dal contingente Unifil deve controllare il sud del paese, disarmando Hezbollah e bloccando il traffico di armi. Niente da fare: Delenda Chartago diceva Catone qualche secolo fa con pari e tenace caparbietà di Netanyahu.
Il Libano è di nuovo sull’orlo del collasso. Soprattutto, la fiducia nella ripresa del paese, dopo anni di spaventosa crisi, è ormai minata alla radice.
