In pochi hanno notato la novità della scelta compiuta da papa Leone XIV quando, martedì 7 aprile 2026, a Castel Gandolfo ha voluto precedere ogni domanda dei giornalisti affidando alla stampa il suo invito rivolto ai cittadini statunitensi di non limitarsi a pregare per la pace, ma «a cercare come comunicare – forse con i “congressisti” [membri del Congresso, ndr], con le autorità – per dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace! Siamo un popolo che ama la pace. C’è tanto bisogno di pace nel mondo!».
Invito che è giunto con esplicito riferimento alla guerra mossa dagli Usa contro l’Iran, invitando «tutte le persone di buona volontà a cercare sempre la pace e non la violenza, a rifiutare la guerra, specialmente una guerra che molti hanno definito ingiusta, che continua a intensificarsi e che non risolve nulla».
Una presa di posizione molto chiara e ardita, se si pensa all’invito a fare pressione sui membri del Congresso statunitense, che contrasta con la superficiale e fuorviante narrazione di un papa esitante di fronte alla tracotanza di Trump e del suo entourage popolato da tecnocrati e fondamentalisti che a volte usano il nome di Dio in maniera ben poco cristiana.
Se ne è accorto, invece, l’inquilino della Casa Bianca che non si è trattenuto sul suo social personale dall’attaccare direttamente papa Prevost all’indomani della veglia per la pace convocata sabato 11 aprile da Leone XIV a San Pietro in cui ha affermato che «vi sono inderogabili responsabilità dei governanti delle Nazioni. A loro gridiamo: fermatevi! È il tempo della pace! Sedete ai tavoli del dialogo e della mediazione, non ai tavoli dove si pianifica il riarmo e si deliberano azioni di morte! Vi è però, non meno grande, la responsabilità di tutti noi, uomini e donne di tanti Paesi diversi: un’immensa moltitudine che ripudia la guerra, coi fatti, non solo a parole».
Nello stesso giorno il cardinale di Washington, Robert Mc Elroy, con esplicito riferimento al possibile fallimento delle trattative in corso tra Iran e Usa, ha affermato che «non basta dire che abbiamo pregato. Dobbiamo anche agire. Poiché è molto possibile che i negoziati falliscano a causa della non disponibilità di entrambe le parti, e il Presidente si muoverà per rientrare in questa guerra immorale. In quel momento critico, come i discepoli di Gesù Cristo chiamati ad essere operatori di pace nel mondo, dobbiamo rispondere vocalmente e all’unisono: No. Non in nostro nome. Non ora. Non con il nostro Paese».
Come riferiscono le agenzie di stampa, parlando con i giornalisti sull’aereo che lo ha trasportato nel viaggio pastorale in alcuni Paesi africani, papa Leone ha risposto in maniera ferma e serena: «”Io non ho paura dell’amministrazione Trump”, “parlo del Vangelo” e quindi “continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra”».

Papa Leone XIV durante l’udienza generale settimanale in Piazza San Pietro, Città del Vaticano, l’8 aprile 2026. ANSA/VATICAN MEDIA
Dei rapporti tra Chiesa cattolica e mondo trumpiano abbiamo parlato con Massimo Faggioli, professore universitario italiano che attualmente insegna al Trinity College di Dublino dopo un lungo periodo di attività accademica svolta dal 2008 al 2024 presso prima l’University of St. Thomas, nel Minnesota, e poi nella Villanova University, in Pennsylvania. Quella cioè gestita dai religiosi agostiniani e dove si è formato il futuro papa “americano” prima di recarsi missionario in Perù.
Faggioli ha scritto nel 2025 un testo molto interessante intitolato Da Dio a Trump, mentre è in uscita il nuovo libro Leone XIV e la Chiesa globale. Unità e pace.

Massimo Faggioli
Trump sorprende e inquieta lasciando incredulo il resto del mondo ma suscita anche proteste negli Usa. Come si può definire la classe politica salita al vertice nella potenza egemone occidentale?
Il circolo stretto attorno a Trump non è composto da statisti, ma da una classe di developers — quelli che, con un termine spregiativo ma calzante, definiremmo “palazzinari”. Per questa élite, la politica estera non è l’arte della diplomazia, bensì un’estensione del business immobiliare. In questa prospettiva, scenari tragici come Gaza, il Libano o le tensioni con l’Iran non vengono letti come crisi umanitarie o nodi geopolitici, ma come aree da sottoporre a una radicale “antropologia dello sgombero”. La distruzione è il prerequisito necessario per la valorizzazione dell’area.
In questa visione, la conservazione della memoria storica o della vita umana è un ostacolo al progresso del capitale. È la versione estrema della civiltà dei centri commerciali: se un edificio — o una nazione — ha trent’anni, è vecchio; va raso al suolo per edificare il nuovo profitto.
Questa logica trova la sua massima espressione nell’istituzionalizzazione di organismi come il Board of Peace per Gaza, dove la pace viene gestita con le stesse modalità di una riunione di un consiglio di amministrazione immobiliare.
L’intreccio tra potere e finanza non nasce certo con Trump e non lascia indenne l’establishment dem, ma che differenza esiste tra il mondo Maga e la generazione precedente dello stesso partito repubblicano?
I nuovi leader, pur vantando lauree nelle prestigiose Ivy League, hanno abbracciato un populismo anti-intellettuale che approda al “grado zero” della cultura. Questa nuova classe dirigente opera su una sorta di “Bignami” della storia e della fede che li legittima a pontificare su Israele, sul Papa e sulla tradizione millenaria, con la sicumera di chi ignora la propria ignoranza. Non siamo più di fronte al neoconservatorismo intellettuale degli anni ’80 e ’90 — un movimento che, pur essendo di destra, rimaneva ancorato a una visione liberale, costituzionale e rispettosa del primato petrino e del Vaticano. Oggi assistiamo a una decapitazione culturale delle vecchie élite formate nelle “buone scuole” e nelle diplomazie tradizionali, sostituite da un populismo radicale che flirta con l’analfabetismo ermeneutico e una retorica della distruzione sistematica.
Per questa realtà, ad esempio, la civiltà persiana — con i suoi tremila anni di storia e la sua funzione di asse culturale per l’intera Asia — è una semplice appendice della storia greca, o peggio, un’entità trascurabile per chi conosce a malapena ciò che accade a sud di Miami. L’assenza di profondità storica trasforma la politica estera in un atto di bullismo culturale superficiale e, per questo, estremamente pericoloso.

Trump con JD Vance, e Pete Hegseth nello Studio Ovale della Casa Bianca a Washington, DC, USA, il 25 agosto 2025. Ansa EPA/Al Drago / POOL
Che differenza esiste tra la seconda e la prima presidenza Trump?
Il movimento trumpiano ha subito una mutazione genetica. Se il primo “MAGA” era un isolazionismo difensivo (America First), il “MAGA 2” è una crociata globale di distruzione con la promessa di una rifondazione. In questo scenario, sfruttando la fragilità e l’impoverimento delle altre confessioni americane, il cattolicesimo è diventato, per sostituzione, la nuova National Church, usata per fornire una base dottrinale a una seconda rivoluzione americana.
Si assiste a una deriva neotradizionalista dove la legge naturale, San Tommaso e persino Sant’Agostino vengono strumentalizzati per legittimare l’America come “paese cristiano”. La religione viene ridotta a clava ideologica per salvare lo Stato dal declino Woke, dal multiculturalismo e dalla secolarizzazione, trasformando l’eccezionalismo nazionale in un mandato divino che non ammette critiche.
Colpisce il fatto che ad esprimere questa posizione siano dei politici fieri della loro recente conversione al cattolicesimo di cui si ritengono i veri interpreti. Chi li ha legittimati?
Negli Stati Uniti, la legittimità religiosa è diventata un “prodotto che si compra”. Questo ha permesso a network laici e tecnocratici di costruire un’autorità parallela, capace di contestare il magistero papale. L’ascesa di JD Vance, propiziata dai capitali di Peter Thiel e dai tecnocrati della Silicon Valley, ne è l’esempio plastico. Parallelamente, il Napa Institute funge da hub strategico per un’agenda American Catholicism First, dove il cattolicesimo è svuotato della sua universalità per servire il nazionalismo economico.
Figure come JD Vance e Marco Rubio incarnano un cattolicesimo militante che si professa “più cattolico del papa”. Un caso emblematico è la nomina di una ex Miss California — convertita da pochissimi anni — in commissioni governative di alto profilo sulla libertà religiosa.
Questa nuova guardia reagisce con aggressività alla morale universale, percependo il papa non come guida, ma come un ostacolo burocratico ai propri interessi geopolitici.
Anche Leone XIV?
Per dodici anni l’opposizione a papa Francesco è stata facilitata dalla sua alterità geografica e ideologica. Etichettato come “marxista” e “anti-americano”, è stato un bersaglio facile per i circoli nazionalisti. Con papa Leone, la narrazione si complica: la sua identità americana e la sua formazione agostiniana (che lo distingue dai tanto criticati Gesuiti) lo rendono difficilmente incasellabile.
Tuttavia, l’illusione di un “Papa patriottico” è svanita rapidamente. Il discorso di Leone al corpo diplomatico del 9 gennaio, incentrato sul freno all’hybris bellica, ha creato una frizione immediata con l’amministrazione statunitense. La reazione MAGA 2, caratterizzata da una spinta espansionistica quasi messianica (si pensi alle minacce alla Groenlandia), vede nell’autorità morale di un papa americano un intralcio ancora più pericoloso perché non delegittimabile con il facile stigma dello “straniero”.
Nonostante l’apparente monolitismo del supporto a Trump, è emersa una frattura senza precedenti espressa il 19 gennaio scorso dai cardinali di Chicago, New Wark e Washington, che hanno rilasciato una ferma dichiarazione congiunta per definire “disumana” la politica estera e migratoria dell’amministrazione Usa. È una posizione autorevole ma minoritaria?
La dichiarazione del 19 gennaio dei cardinali Cupich, Tobin e McElroy rappresenta un punto di rottura fondamentale. In particolare, il cardinale McElroy — un “tecnico” della scienza politica ed esperto di dottrina cattolica sulla “Guerra Giusta” — conferisce a questa opposizione una solidità accademica che spaventa i populisti.
La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti (USCCB), con i suoi oltre 400 vescovi, è tuttavia un organismo frammentato e difficilmente governabile. La resistenza al neotradizionalismo radicale esiste, ma deve fare i conti con realtà strutturali profonde. In stati come la Virginia, ad esempio, il legame tra diocesi e Pentagono è talmente simbiotico da rendere quasi impossibile l’adozione di posizioni pacifiste radicali senza minare la base sociale locale. Il fatto, però, che riviste cattoliche storicamente caute come America abbiano iniziato a teorizzare l’obiezione di coscienza contro ordini ingiusti segnala che il limite della compatibilità tra fede e deriva nazionalista è stato ampiamente superato.

Un ritratto del presidente degli Stati Uniti Donald Trump esposto accanto ad un operatore della Borsa di New York d13 aprile 2026. EPA/SARAH YENESEL
In un articolo per la rivista Commonweal, lei ha evocato una somiglianza con i rapporti tra Chiesa cattolica e regime durante il fascismo in Italia.
Osservo che il cattolicesimo conservatore che ha nutrito il trumpismo, sperando di strumentalizzarlo per la propria agenda, si trova ora nella stessa posizione delle élite europee degli anni ’20: pensavano di aver trovato il “loro” dittatore, un uomo forte da domare e usare come scudo contro il declino.
Il passaggio dal MAGA 1 (isolazionista) al MAGA 2 (interventista, bellicista e “crociato”) ha alienato anche i cattolici conservatori moderati che speravano di poter “domare” il movimento. Oggi, la politica estera statunitense è blindata da dogmi intoccabili, primo fra tutti il sionismo cristiano, che ha fatto presa anche in alcuni settori del cattolicesimo angloamericano.
Al Congresso, il sostegno incondizionato al governo Netanyahu è diventato un dogma politico che impedisce qualsiasi critica oggettiva, intrappolando la gerarchia cattolica nel timore di accuse di antisemitismo.
Ma dall’altra parte anche i dem non brillano certo, ripiegati come sono sull’ideologia woke…
In realtà si assiste all’implosione del progressismo woke, che ha perso credibilità a causa dei suoi stessi estremismi. I cattolici di sinistra, che pure esistono, orfani di una piattaforma politica nel Partito Democratico ormai secolarizzato e post-cristiano, si sono trovati in una fase di smarrimento che ha lasciato il campo egemonizzato dal nazionalismo religioso, ma che ora è anch’esso in difficoltà in un ordine mondiale dove la politica non abita più nei palazzi della diplomazia, ma tra le macerie delle guerre senza fine.
