Imre Kiss è un sacerdote diocesano focolarino, nato nel 1955 a Szeged (Seghedino) nel sud dell’Ungheria alla confluenza dei fiumi Tibisko e Maros, in una città con sede vescovile.
Come hai sentito la vocazione al sacerdozio?
Sono cresciuto in una famiglia cristiana: mia mamma era insegnante di scuola superiore, mio papà prima militare, poi contabile. Siamo quattro fratelli, tutti maschi. Io sono il più giovane. A 15 anni, mentre facevo parte di un gruppo di catechismo, un giorno uscendo dalla chiesa un amico chierichetto mi ha chiesto se avessi mai pensato di diventare sacerdote. Questa domanda mi ha colpito, mi ha fatto improvvisamente ardere il cuore. Abbiamo allora cominciato un lungo colloquio fra noi. Era una cosa segreta che non volevo dire a nessuno, ma poi altri incontri con giovani amici sacerdoti e seminaristi mi hanno confermato la chiamata. Sentivo una grande gioia, il desiderio di accompagnare gli uomini verso Dio. Vedevo per esempio un mio amico triste per motivi di famiglia e pensavo: se conoscesse Dio, potrebbe superare questa prova. Nel diventare sacerdote scoprivo una strada per aiutare gli uomini a trovare Dio, che dà risposta a tutti i problemi. E a 18 anni dopo il liceo sono entrato in seminario. Ho capito che se Dio mi chiamava non potevo aspettare. La Parola che mi guidava era: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in più» (Matteo 6:33), cioè la fede nella Provvidenza di Dio.
Poi cosa è successo?
Ho studiato due anni filosofia a Szeged in seminario. Poi il vescovo mi ha mandato a Budapest, nel seminario centrale, dove ho fatto teologia per quattro anni. Nel seminario mi trovavo bene, ma mi mancava qualcosa: avevo un grande desiderio di comunione, di comunità, forse perché venivo da una famiglia dove c’era molta comunione, proprio il senso di famiglia. E nello stesso tempo cercavo qualcosa di più spirituale rispetto a essere un semplice sacerdote diocesano. Ho conosciuto carmelitani, certosini, camaldolesi, erano belli ma mi sembravano un po’ chiusi, come eremiti. Non li sentivo la mia strada. Nel 1979 sono stato ordinato sacerdote e ho cominciato il ministero come viceparroco.

Imre con i fratelli
Cosa hai trovato di diverso nel carisma dell’unità?
La domenica delle Palme del 1981, in una giornata del Movimento ho conosciuto il carisma. Vi ho trovato una spiritualità profonda, una nuova unione con Dio, uno stare fra la gente come un pastore. L’ideale dell’unità ha messo a posto i pezzi della mia vita, mi sono reso conto che la mia preparazione era tutta per vivere questa spiritualità. Sono rimasto affascinato fin dal primo momento, ho sentito che questo era il mio posto, che ero arrivato a casa. Dio mi ha chiamato qui, questa è la mia strada. Poi la prima Mariapoli, convegno estivo di Focolari, e l’amicizia con altri sacerdoti che vivevano la spiritualità. A quei tempi non c’era ancora un focolare sacerdotale, in Ungheria c’erano due focolari, maschile e femminile. Col comunismo, non potevamo uscire dal Paese per andare a Loppiano, alla scuola sacerdotale, perciò la mia formazione l’ho fatta in Ungheria, con Tanino Minuta e gli altri focolarini. Infine nell’84 siamo potuti venire a Rocca di Papa, e in sette per primi abbiamo fatto le promesse come sacerdoti focolarini.
Cosa significa essere sacerdote focolarino?
Significa essere un sacerdote che non vive da solo, ma in focolare, cioè in unità, con Gesù sempre presente fra noi. Significa fare le promesse di povertà, castità, obbedienza e consacrarsi a Gesù abbandonato nell’opera di Maria. Continuo a dipendere dal vescovo come sacerdote diocesano, ma vivo in una comunità di sacerdoti. Poi ho scoperto anche che questa vita è per tutti, posso vivere Gesù in mezzo con i giovani, gli adulti, i parrocchiani. I giovani sono attirati da questa vita.
Subito all’inizio del ministero (1980-85), nella pastorale parrocchiale c’era una bella realtà di gruppi di giovani di 15-20 e 21-28 anni: non solo studenti di università, ma anche operai e contadini. In questa attività mi hanno aiutato i gen (giovani del movimento) della città e una coppia di sposi. Alla fine nella nostra comunità avevamo più di 50 giovani.
Quindi tu sei un sacerdote diocesano che vive in una parrocchia, ma la tua vita personale si svolge in un focolare sacerdotale. E se non c’è un focolare vicino alla parrocchia?
Ogni settimana ci incontriamo almeno un giorno di persona, possibilmente per 24 ore. Negli altri giorni usiamo telefono, zoom e altri sistemi per rimanere in contatto e vivere una vita comune. Come si può.
Dal 2013 al 2019 sei stato responsabile di Vinea Mea a Loppiano…
Vinea Mea è il nostro centro di spiritualità per sacerdoti diocesani e seminaristi, dove si può fare una esperienza di formazione di nove mesi sulla spiritualità di comunione. E per chi vuole, anche cercare di capire la propria vocazione nel Movimento dei Focolari.
Dopo Vinea Mea?
Sono tornato nella mia diocesi in Ungheria. Il vescovo mi ha nominato parroco in una piccola città di periferia, dove su 15.000 abitanti i cattolici erano soltanto duemila, gli altri erano luterani evangelici e riformati calvinisti. Questo mi piaceva, perché ho sempre sentito in cuore l’importanza dell’ecumenismo, dell’unità dei cristiani. Nelle prime settimane ho visitato tutti i pastori di altre chiese, chiedendo loro se sarebbero stati contenti di incontrarsi regolarmente con la Bibbia, con la preghiera e per vivere un po’ di fraternità. Tutti sono stati aperti e disponibili. Abbiamo formato un gruppo di cinque luterani, un riformato ed io. Una bellissima esperienza, una testimonianza anche verso la città. A tutti gli eventi della città dove ci chiamavano andavamo insieme, condividendo ruoli e compiti.

Imre con il Consiglio pastorale
Cosa hai pensato quando ti hanno eletto responsabile dei sacerdoti focolarini del mondo?
Timore, ma anche gioia per la fiducia dei fratelli. È una nuova sfida e una grande responsabilità. Sento comunque serenità e pace, perché non devo portare avanti questo impegno da solo: nel nostro Centro siamo nove sacerdoti, in contatto con i 13 sacerdoti focolarini delegati nei continenti. Questo aspetto comunitario l’abbiamo vissuto già nella nostra recente assemblea, c’è una corresponsabilità, una sinodalità che permette di ascoltare e valorizzare le voci, le visioni, le prospettive degli altri, per capire insieme quale sia la volontà di Dio. A questo si aggiunge per me, negli ultimi cinque anni, un rapporto nuovo e forte con lo Spirito Santo che mi guida ed è il protagonista della mia vita.
Come nuovo responsabile, quali sono le tue priorità?
I sacerdoti e diaconi giovani, sotto i 50 anni: cercarli, camminare con loro, ascoltarli. Poi rafforzare il rapporto con i sacerdoti focolarini delegati nelle zone: con loro possiamo portare avanti l’Opera. Terzo punto, organizzare una scuoletta di formazione di 10-15 giorni in estate. Infine il ritiro mondiale che normalmente ogni due anni facciamo qui a Castel Gandolfo per vivere un’unica realtà come sacerdoti focolarini provenienti dai diversi continenti. Questo ci dà l’identità, la gioia e anche la forza di sapere che ci siamo e possiamo contare gli uni sugli altri. Siamo 635 sacerdoti e diaconi focolarini nel mondo.
Tu sei un sacerdote ungherese. Cosa significa per te venire qui in Italia al centro dell’Opera di Maria?
Noi ungheresi abbiamo la nostra tradizione, la nostra bella cultura. Mi piacerebbe portare qui in Italia questa voce, questa visione, dando il mio contributo come ungherese. Senza sopravvalutarlo, naturalmente, ma cosciente che per Chiara l’identità di ogni cultura è importante come arricchimento per l’unità. Unità nella diversità.
