Hanno fatto molto scalpore le durissime parole di Donald Trump sul suo social Truth a riguardo di papa Leone: «È debole sul fronte della criminalità e pessimo in politica estera. Parla della paura nei confronti dell’amministrazione Trump, ma non menziona la paura che la chiesa cattolica − e tutte le altre organizzazioni cristiane − hanno provato durante il Covid, quando venivano arrestati sacerdoti, ministri di culto e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose […] Preferisco di gran lunga suo fratello Louis perché è totalmente Maga [sostenitore di Trump,. ndr]. Lui ha capito tutto. Non voglio un Papa che ritenga accettabile che l’Iran possieda l’arma nucleare». E ancora: «Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa sconcertante. Non figurava in nessuna lista dei papabili ed è stato scelto dalla Chiesa esclusivamente perché americano; si riteneva, infatti, che quello fosse il modo migliore per gestire il rapporto con il presidente Donald J. Trump […] Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano».
Parole sferzanti, peraltro accompagnate da un’immagine − di pessimo gusto, a nostro modesto parere − di Trump nei panni di Gesù Cristo che guarisce un ammalato; e che si sono guadagnate la pacata ma risoluta risposta risposta del presidente della Conferenza episcopale americana, mons. Paul Coackley, che in una nota ufficiale ha affermato: «Sono sconfortato che il presidente abbia scelto di scrivere parole così sprezzanti a proposito del Santo Padre. Papa Leone non è suo rivale; né il papa è un politico. È il vicario di Cristo parlareparlareche parla a partire dalla verità del Vangelo e per la cura delle anime».
Un’escalation tra Washington e il Vaticano che arriva in un momento di particolare tensione sul fronte mediorientale, con il fallimento del primo round di negoziati in Pakistan e la minaccia americana di un blocco navale totale sull’Iran che dovrebbe scattare oggi 13 aprile alle 16; ma che è stata preceduta da molte altre “schermaglie”. Non solo infatti il papa si è espresso a più riprese e con forza contro la nuova ondata bellica scatenata da Usa e Israele in Medioriente; ma ha anche indetto una veglia per la pace sabato 11 aprile alle 18 ora di Roma, invitando i cristiani di tutto il mondo ad unirsi.
I suoi appelli hanno avuto eco particolare nel suo Paese d’origine, appunto gli Stati Uniti, dove è partita in seguito agli inviti del papa una campagna per contattare i rappresentanti in Parlamento del proprio distretto (simili campagne sono usuali nel Paese, ndr) per invitarli a lavorare per il raggiungimento della pace; inviti ai militari a fare obiezione di coscienza; e lo stesso mons. Coackley ha rilasciato pochi giorni fa un messaggio in cui invita Trump a «fare un passo indietro dal precipizio della guerra e negoziare una pace giusta prima che vadano perse altre vite […] La distruzione di una civiltà e la presa di mira intenzionale di infrastrutture civili non possono essere moralmente giustificate».
Anche mons. Timothy Broglio, a capo dell’arcidiocesi per i servizi militari e noto per le sue posizioni conservatrici, ha dichiarato senza mezzi termini in un’intervista alla CBS che la guerra in Iran «non è sponsorizzata dal Signore», e ha stigmatizzato le continue invocazioni ad una presunta protezione divina fatte dal ministro alla Guerra, Pete Hegseth. Proprio domenica scorsa poi era andata in onda sul popolare programma 60 minutes un’intervista a tre eminenti cardinali americani − Blase Cupich di Chicago, Joseph Tobin di Newark e Robert McElroy di Washington − in cui gli alti prelati avevano preso dura posizione non solo contro la guerra in Iran, ma anche contro le politiche di Trump sull’immigrazione.
Insomma, ce n’è abbastanza per arrivare ai ferri corti. Ma nel derby tutto americano tra Trump e Prevost, stando ad un sondaggio della NBC pare vinca il secondo: vedrebbe infatti crescere la sua popolarità del 34%, piazzandosi in testa alla classifica di una dozzina di personalità pubbliche, mentre il primo scenderebbe del 12%.
Intanto, naturalmente, il resto d’America e del mondo guardano. Secondo il New York Times, le parole di Trump «dimostrano che non c’è davvero alcun limite quando si parla di persone che può arrivare ad attaccare»; mentre il New York Post collega l’ultimo roboante post trumpiano al fatto che il presidente si sia sentito direttamente interpellato dal papa quando, nella veglia di sabato, il pontefice ha parlato di «idolatria di se stessi», «delirio onnipotenza».
Interessante poi il fatto che giornale francese di ispirazione cattolica La Croix pubblichi un’intervista ad un altro dei fratelli Prevost, John, che afferma di «pregare per lui perché non si stanchi». Sempre in Francia Le Monde, con la sua inviata a Roma Sarah Belouezzane, racconta della veglia di sabato 11 in cui, tra i tanti membri del corpo diplomatico invitati in Vaticano, quello che «probabilmente non aveva voglia di ascoltare quella che tutti anticipavano essere una nuova carica del capo della Chiesa contro la politica estera bellicosa degli Stati Uniti» era il rappresentante americano Brian Burch; che, ironia della sorte, con la sua organizzazione CatholicVote aveva sostenuto la campagna elettorale di Trump tra i cattolici.
Lo spagnolo El Paìs offre invece un’interpretazione fondamentalmente contraria rispetto all’elezione di un pontefice americano: non come modo per avere buone relazioni con il presidente Usa, ma viceversa per poterne meglio contrastare gli eccessi. E conclude che le parole di Trump «probabilmente non troveranno ascolto in Vaticano, un’istituzione che, a differenza dell’attuale amministrazione statunitense, capisce il valore della vera diplomazia al punto tale da creare una categoria propria, la diplomazia vaticana».
Il russo Kommersant, dal canto suo, guarda oltre: dati gli ultimi sviluppi, compresi quelli con il Vaticano, i democratici − scrive − starebbero già preparando l’impeachment nei confronti di Trump dopo le elezioni di metà mandato del prossimo novembre, ormai fiduciosi di vincerle con numeri tali da poter presentare il provvedimento.
Solidarietà è intanto stata espressa a papa Leone da numerose personalità politiche, tra cui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Nella mattinata di lunedì 13 aprile è poi arrivata anche la risposta del papa, che in un’intervista rilasciata al Tg1 mentre era in procinto di partire per l’Africa ha dichiarato: «Mi sento di dire molto poco [a riguardo di ciò che ha detto Trump, ndr]. Penso che le persone che leggono potranno trarre le proprie conclusioni. Io non sono un politico, non ho intenzione di entrare in dibattito con lui. Il messaggio è stato sempre lo stesso: promuovere la pace, e lo dico per tutti i leader del mondo». Nelle risposte ad altri giornalisti ha poi raffermato le sue posizioni, con dichiarazioni come «Non ho paura dell’amministrazione di Trump. Continuerò a annunciare ad alta voce il messaggio del Vangelo, quello per cui la Chiesa opera», «Non penso che il messaggio del Vangelo debba essere usato in modo improprio, come alcuni stanno facendo», e «Continuo a parlare con forza contro la guerra, cercando di promuovere la pace, incoraggiando il dialogo e il multilateralismo tra gli Stati per trovare soluzioni ai problemi».
