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Persona e famiglia > Inclusione

Signurì, signurì… tra gli scolari della Napoli che non conta

di Pasquale Lubrano Lavadera

Il libro di Angela De Cimma e Pasquale Lubrano Lavadera sull’educazione, attuale come la prima volta in una nuova edizione di Iod

Foto Pexels

Era il 1974 quando in un convegno sul mondo dell’educazione ascoltai per la prima volta l’esperienza scolastica di Angela De Cimma, chiamata da tutti Lillina. Fui preso dalla vivacità espositiva e dalla passione per la scuola che intravedevo nel suo racconto.

Ero al mio terzo anno di insegnamento nelle medie a Sant’Anastasia. Un paese che nonostante un certo benessere presentava disfunzioni sociali dovute alla presenza della criminalità organizzata. Per ben due volte fui testimone di sparatorie nel bar centrale del paese e avevo nelle mie classi alunni che provenivano da ambienti di degrado e di violenza.

Dopo aver ascoltato l’esperienza di Lillina capii che dovevo avere a cuore la sorte di tutti i miei alunni nessuno escluso e, possibilmente, rimuovere quegli ostacoli che impedivano ad alcuni di essi un percorso regolare di studi.

Avevo iniziato in quegli anni una collaborazione giornalistica con la rivista Città Nuova e scritto alcuni articoli sulla scuola, e partecipavo all’iniziativa Operazione Africa insieme a tanti volontari e volontarie del Movimento dei Focolari, fondato durante l’ultima guerra mondiale da una giovane maestra, Chiara Lubich.

Ricordo che un giorno mi trovai a lavorare a fianco di Lillina a Napoli. Volevamo dare il nostro contributo per salvare una popolazione Bangua situata in una grande foresta del Camerum che si stava estinguendo per una malattia mortale. Si progettò la costruzione di un ospedale, strade, case, scuole, laboratori artigianali, una centrale elettrica.

Rimasi colpito dalla forza  interiore  di Lillina e dalla sua capacita di dialogo con ogni alunno, ai quali dava fiducia, stima e grande coraggio. Lei aveva fatto suo l’invito di Chiara Lubich a costruire in ogni ambito una cultura di pace per l’unità dei popoli e in modo speciale nella scuola che doveva formare gli uomini del futuro:

«Dopo millenni di storia in cui si sono sperimentati i frutti della violenza e dell’odio, abbiamo tutto il diritto oggi di chiedere che l’umanità cominci a sperimentare i frutti dell’amore, e non solo dell’amore fra i singoli, ma anche fra i popoli».

E trasmetteva questa visione anche ai suoi alunni, ai quali aveva fatto ascoltare la canzone “Senza frontiere” del complesso internazionale Gen Rosso, per render loro partecipi di questo sogno di un mondo unito dalla fraternità tra i popoli e nella pace.

Nacque un rapporto profondo tra noi. Sapendo della mia passione per la scrittura, un giorno mi chiese di aiutarla a scrivere alcune sue esperienze che l’editrice Città Nuova voleva pubblicare in un libro.

S’era creato ormai tra noi una sorta di feeling pedagogico che permetteva a me di “entrare” nella sua aula e vederla in azione, e in lei la capacità di comunicarmi le motivazioni profonde che sorreggevano la sua strategia educativa.

Ci ritrovavamo nella sua casa a Napoli ogni 15 giorni per alcuni mesi e alla fine venne fuori il libro Signurì, signurì… tra gli scolari della Napoli che non conta. Era il 1978 e facemmo la prima presentazione del libro a Napoli, all’Istituto Bianchi di Montesanto.

Mi sembrò la realizzazione di un sogno vissuto da ragazzo alla fine della terza media, quando dopo aver letto il libro di Dichens , Le avventure di Oliver Twuist, preso fortemente da quella drammatica storia, desiderai con tutto me stesso di poter pubblicare anch’io, da grande, un libro, almeno uno.

Ricordo ancora quel momento della presentazione a Napoli come una grande festa con amici, parenti e tanti altri, tra i quali lo scrittore Mario Pomilio che avevo conosciuto da poco, e forse anche il giovane giornalista Giancarlo Siani. Io continuai il mio lavoro nella scuola. Sul quotidiano Il Mattino lessi la recensione di Mario Pomilio e il libro prese il volo: in pochi mesi si esaurirono due edizioni.

Scrivere l’esperienza di Lillina aveva avuto un forte impatto nella mia esperienza di docente e sentivo sempre più dentro di me quella frase che Lillina continuamente ripeteva e viveva: «Prendersi cura di ogni alunno e sentire miei i problemi dei cosiddetti ragazzi più difficili». Per Lillina, infatti, come era stato per don Milani, non dovevano esserci alunni dispersi o cacciati via dalla scuola.

Ogni qualvolta ci ritrovavamo era uno scambio forte di esperienze e c’era la gioia di aver dato vita a quel libro. Negli ultimi anni della sua vita, segnata dal dolore, Lillina avrebbe molto desiderato una ripubblicazione del libro. Infatti, volle stamparne almeno 100 copie per donarle agli amici, a cominciare dal meccanico che aveva l’officina sotto il suo palazzo.

Oggi, dopo 47 anni, il sogno di Lillina si realizza grazie a questa nuova edizione per la Iod, e  possiamo dire che essa nasce grazie all’articolo che anche Giancarlo Siani scrisse all’inizio della sua carriera.

Infatti, l’editore Pasquale Testa, che stava preparando la pubblicazione di tutti gli scritti giornalistici di Siani, si trovò tra le mani questa sua recensione al libro Signurì, signurì. Cercò invano il libro nelle librerie. Poi, finalmente, riuscì a procurarsene una copia usata tramite internet. Lo legge e sente l’attualità dell’opera e l’importanza di riproporlo ai docenti nelle scuole e a quanti sentono fortemente il problema educativo.

Il libro ora è qui e spero che possa iniziare il suo nuovo cammino e riportare tra noi tutti quello spirito della Costituzione, che aveva dato vita a una scuola nuova non più selettiva, ma orientata alla formazione degli alunni; una scuola per tutti e a misura di ciascuno, anche dei ragazzi e ragazze più svantaggiati che non riescono sempre a vivere un percorso regolare di vita scolastica.

Purtroppo – ed è doveroso sottolinearlo – va prendendo sempre più piede una visione della scuola  che pone nuovamente la centralità del lavoro sui risultatati standard da conseguire e non più sull’alunno.

A maggio ho passato due ore con i bambini e bambine di  una seconda classe elementare di Procida,  composta da italiani, ucraini, bulgari e africani. È stato un momento straordinario mentre li portavamo a visitare il borgo antico dell’isola di Procida.

Nello stesso momento, parlando con la maestra mia amica, ho raccolto lo smarrimento e la sofferenza vissuta da lei nel fare quella mattina le prove Invalsi. Mi diceva: «È assurdo quello che pretendono in seconda elementare. Prove preparate a tavolino ma fuori da ogni realtà scolastica  vera, che vanificano proprio il senso di una scuola che dovrebbe saper accogliere ogni bambino, scendere al suo livello, farsi uno con lui, per poi risalire insieme nella strada della conoscenza».

Pur avendo lasciato la scuola da un po’ è sempre per me un dolore forte vedere non più una scuola al servizio degli alunni, ma gli alunni al servizio di parametri stabiliti burocraticamente, una scuola che non rispetta la diversità dei ritmi di apprendimento e le diversità degli alunni e delle loro intelligenze, e soprattutto di un valore che è stato meso in soffitta: “la pazienza”. Il docente deve saper aspettare pazientemente il fiorire dell’alunno all’amore per lo studio e per la conoscenza.

E mi son detto: conoscere l’esperienza di Lillina oggi è veramente necessario, perché è come entrare  attraverso la sua vita in quella visione della scuola che Chiara Lubich aveva intravisto e indicato al mondo dell’educazione: «Amare ogni alunno, essere noi docenti per primi ad andare loro incontro, farsi uno con il loro mondo felice o fragile o tragico e creare una relazione di forte reciprocità sulla quale avviare poi il processo di apprendimento…».

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