Come vediamo ogni giorno, dall’attivismo del presidente statunitense Donald Trump agli scenari di guerra in Ucraina e Medio Oriente, l’Europa unita è sempre di più messa di fronte a scelte radicali, per la sua stessa esistenza, sull’elaborazione di una politica estera e della difesa comune.
Ne abbiamo parlato con Mauro Ceruti, professore emerito di Filosofia della scienza allo Iulm di Milano dove dirige il Centro di ricerche sui sistemi complessi.
I suoi numerosi scritti sono pubblicati in italiano, inglese, francese, tedesco, portoghese, rumeno, turco e spagnolo. Nel 2025, assieme al celebre filosofo e sociologo francese Edgar Morin, Ceruti ha redatto un vero e proprio “Manifesto per pensare l’Europa del futuro” a partire dalla consapevolezza che oltre ai nuovi imperialismi che minacciano l’Europa dall’esterno, una forte spinta alla disgregazione arriva dall’interno con la crescita di forme di demagogismo illiberale, xenofobismo e fanatismi nazionalisti. Eppure i due pensatori ricorrono alla citazione di Hölderlin, uno dei più grandi poeti europei per affermare che «là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva». Partiamo da questa intuizione, quindi, con la nostra intervista.
Nel libro scritto assieme ad Edgar Morin (La nostra Europa) si afferma in sintesi che si tratta di cambiare o morire. Siamo arrivati quindi ad un dilemma inevitabile?
L’inanellarsi delle crisi, dal 2008 in poi (crisi finanziaria, Brexit, pandemia, guerra alle porte dell’UE), ci dice drammaticamente che l’Europa è a un bivio: o diventa un’ Unione sempre più politica, a partire dall’ Eurozona, o muore. Non possiamo più evitare la seconda cosa senza realizzare la prima. E questo proprio nel momento storico in cui, in seno all’ Europa stessa, si levano sempre più potenti le correnti sovraniste e nazionalpopuliste che intendono bloccare il progetto di Unione politica.
Cosa sta avvenendo in Europa sul piano storico e culturale?
Attenzione: questa volta non si tratta solo di euro-scetticismo. Questi movimenti non solo propugnano un modello demagogico di democrazia, ma cercano di riabilitare un concetto “romantico” di nazione intesa come entità naturalistica, fondata sulla discendenza dallo stesso ceppo etnico, cioè su legami prepolitici, e intendono risacralizzare i confini. Questo pericolo di regressione ci deve rammentare che uno dei meriti storici del progetto dell’ Unione europea, nell’ Europa occidentale, poi allargato ad una parte dell’Europa centro-orientale dopo il crollo del Muro di Berlino, è stato di voler superare non le patrie o gli Stati nazionali di cui si trattava di limitare i poteri, ma di voler superare le due malattie che avevano portato l’ Europa al rischio dell’autodistruzione: la purificazione etnica e la sacralizzazione dei confini. Non a caso i problemi! e le guerre sono nuovamente insorti quando si è inteso risolvere i conflitti etnici, religiosi o identitari con il paradigma del confine, con ricorrenti e contraddittori spostamenti dei confini stessi.
In che cosa consiste allora la sfida europea?
La sfida che sta di fronte all’ Unione europea continua ad essere quella di costruire qualcosa di storicamente inedito. Vale a dire, una democrazia sovranazionale fondata su un doppio binario: i cittadini europei che formano la loro volontà attraverso una sfera pubblica informale e istituzionalizzata, che ha il suo vertice in partiti transnazionali e nel Parlamento europeo; i popoli di Stati europei che formano la loro volontà con la mediazione dei rappresentanti di governo e degli Stati nel Consiglio europeo e nella Commissione. La stessa persona potrebbe partecipare a questo nuovo consorzio, secondo nuove procedure democratiche giustificate, sia come cittadino dell’ UE sia come cittadino dello Stato membro, che potrebbe continuare ad avere il ruolo di garante dei diritti e delle libertà attraverso le Costituzioni nazionali.
Possiamo parlare di un laboratorio europeo?
Il laboratorio europeo potrebbe diventare anche pilota rispetto ad un’ associazione sovranazionale di cittadini e di popoli su scala mondiale. La concezione, sviluppatasi sull’esempio dell’Unione europea di una cooperazione costituente di cittadini e Stati, indica la via lungo la quale l’ esistente comunità internazionale di Stati intorno alla comunità di “cittadini del mondo” potrebbe essere portata a compimento in una comunità cosmopolitica. Proprio per la sua storia, per la sua identità, una e molteplice, e per la sua attuale condizione di “provincia globale”, l’Europa può essere laboratorio di innovazione istituzionale e culturale, per affrontare le sfide del “mondo globale”: governare i processi disordinati di globalizzazione economica; prospettare modalità di integrazione dinamica tra pubblico e privato, laddove hanno fallito sia il liberismo sia il dirigismo unilaterali; sviluppare la qualità della vita degli individui e delle collettività attraverso le opportune riforme ed estensioni del welfare state; riannodare i legami sociali e difendere le specificità culturali; concepire relazioni sostenibili con gli ecosistemi; porre un termine all’età delle energie fossili e rendere economicamente produttive le energie rinnovabili; intervenire sul riscaldamento globale e stabilizzare il clima del pianeta.
Ma l’integrazione politica europea è ancora possibile?
Una strada ancora lunga ed impervia, forse ormai perduta e di difficile percorribilità. Ma questo ci rimane da fare: o approfondire politicamente l’Unione e contribuire così alla società mondiale e fronteggiare le crisi globali ( ecologiche, sanitarie, economiche, sociali e tecnologiche) oppure, tornando divisi, destinarci alla irrilevanza sullo scacchiere globale. L’attuale Europa è burocratica, tecnocratica, econocratica. Certamente lo è diventata, inchiodata ostinatamente al dogma dell’ortodossia finanziaria, al prevalere della tecnica sulla politica e nella misura in cui ha lasciato avvizzire lo slancio per l’obiettivo dell’integrazione politica. Eppure, insistendo su questo Cahier de doleances, non si comprende che questo non è che il risultato prodotto dall’Europa che manca, dall’Europa che non c’è. Sono proprio il prevalere degli Stati nazionali (e dei loro interessi) sulle strutture sovranazionali, dunque le divisioni interne, la mancanza di una voce unitaria sulle questioni decisive del nostro tempo all’origine della passività e dell’inerzia che stanno caratterizzando il ruolo dell’ Europa nel mondo.
È una crisi di identità?
Ci si dimentica troppo sbrigativamente che l’ Europa non è un territorio, ma è innanzitutto una civiltà, un’entità storica in continua metamorfosi, che affronta in forme sempre nuove una tensione ricorrente, e mai compiuta, fra unità e molteplicità, fra identità e diversità. Questa permanente tessitura della sua unità, nella pluralità, non è la sua debolezza, ma potrebbe essere la sua forza, che può proiettarsi ad agire secondo l’imperativo cosmopolitico kantiano: agire come se la cooperazione in Europa possa valere ed applicarsi anche ad altri spazi della comunità mondiale. Insomma, laboratorio per un possibile governo cosmopolitico, multilaterale e policentrico. Ci dobbiamo sentire attivi e partecipi della costruzione di un’Europa umanista e culturale. Assumere e rigenerare il volto dell’umanesimo che ha esaltato il valore e la dignità di ogni essere umano. Dobbiamo perseguire una mondializzazione di questo umanesimo, quello dei diritti umani, delle donne, della libertà-eguaglianza-fraternità, della democrazia, della solidarietà e della pace.
Oggi l’ Europa, in conclusione, è sull’orlo dell’abisso?
Lo è l’umanità intera. Sotto la spada di Damocle della guerra globale nucleare e del riscaldamento globale. L’Europa oggi non è più il centro ma provincia del mondo. Di fronte alla possibilità inedita di autodistruzione dell’umanità, può divenire però fucina di un umanesimo planetario, imperniato sulla coscienza della comunità di destino di tutti i popoli della Terra, e di tutta l’umanità con la Terra stessa. È in questo orizzonte che può diventare un’Europa politica. L’Europa nella sua storia ha costituito un modello di civiltà inedita: se oggi saprà ritrovare la sua anima, potrà contribuire in modo significativo a umanizzare la globalizzazione. Questa volta o si fa davvero l’Europa, oppure l’Europa muore…
