Mentre nei cieli prendono corpo le guerre stellari, con migliaia di satelliti sempre più “armati” che controllano ogni metro quadrato del nostro suolo terrestre – e che così danno elementi indispensabili per le battaglie che avvengono sul terreno e per i missili che viaggiano verso mete distanti anche migliaia di chilometri −, tornano al centro dell’attenzione politica e militare i mari. Sembra un paradosso che le superfici d’acqua, su cui è più lento il viaggiare rispetto ai cieli e alla terra, tornino in evidenza nell’epoca dell’istantaneità, ma le ragioni di tale revival sono molteplici.
Innanzitutto, perché le merci, ancora e sempre più, privilegiano nel trasporto le superfici d’acqua, di gran lunga le meno costose, anche se meno veloci e meno duttili: il blocco dello Stretto di Hormuz ne è solo a contrario l’ultima esemplificazione indiscutibile. In secondo luogo, i mari ospitano le navi da guerra, e i sottomarini, che possono così liberamente lanciare i propri missili avvicinandosi in modo efficace ai propri obiettivi: ormai le navi da guerra sono cittadelle iperprotette, capaci di potenze di fuoco inimmaginabili anche solo ai tempi della Seconda guerra mondiale.
C’è poi un motivo culturale: i mari, soprattutto quelli chiusi, sono segno di potere conquistato e mantenuto, di predominio sui popoli che vi si affacciano, ben al di là della consistenza della propria popolazione. Per secoli, le nostre repubbliche marinare sono state un esempio di come controllare territori immensi con semplici avamposti ben studiati sulle coste lontane. E non si può dimenticare la questione dei fondali marini che, grazie alle tecnologie di perforazione sempre più performanti, diventano oggetto di cupidigia: basti l’esempio del giacimento di gas al largo delle coste israelo-libanesi: i due Paesi, pur in guerra per via di Hezbollah, hanno aperto trattative per il suo sfruttamento.
Questo ritorno in auge dei mari chiusi − e non solo degli oceani aperti – appare evidente anche nelle nostre librerie, che ospitano sempre nuove pubblicazioni su di essi. Tra i tanti, hanno suscitato la mia attenzione tre libri che trattano di altrettanti mari che fino a poco tempo fa venivano considerati secondari, luoghi della politica regionale e non globale: Mar Nero, Baltico e Artico. Marco Ansaldo, col suo Mar Nero. Sei Paesi, le leggende, la guerra (Marsilio 2026), ci conduce per mano alla scoperta delle culture di un mare chiuso che di prepotenza è entrato nella geopolitica dei mari con la guerra di Crimea e d’Ucraina. «Di tutti i mari. Perché ormai molti Paesi protagonisti della scena mondiale, dalla Cina alla Turchia, passando per la Libia o la Nigeria, puntano le loro fiche sul complesso delle acque che le circondano, con lo scopo di allargare, e di molto, la propria influenza oltre i confini, oltre la “terra” in senso stretto, ed estendere il prolungamento delle coste agganciandole al dominio delle onde» (pp. 22-23).
Oliver Moody, invece, si cimenta col Baltico, il mare conteso del nostro futuro (sempre per Marsilio, 2025), uno specchio d’acqua a lungo considerato periferico, teatro tutt’al più dell’antico scontro tra popoli russi ed europei occidentali nordici. «Questa regione è molto più del cardine di uno scontro intercontinentale… Per un’Europa che spesso sembra stanca e consapevole del proprio relativo declino, afflitta da bassa crescita economica e crisi d’identità, il Baltico è anche una fonte di idee e ottimismo» (p. 20). Anche in questo caso, raccontare un mare per Moody significa raccontare i popoli che si affacciano sul Baltico, ma anche le infinite interazioni che hanno come teatro le sue onde.
Se Moody è un giornalista sul campo (The Times), e Marco Ansaldo un suo collega più riflessivo (Limes), Mary Thompson-Jones è un’esperta di sicurezza nella sfera Usa: appassionata – anche se schierata con le amministrazioni a stelle e strisce −, ha capito che un altro mare a lungo trascurato perché chiuso dai ghiacci e non navigabile, oggi sta diventando cruciale per la geopolitica per via dei cambiamenti climatici, come testimonia l’interesse poco politically correct del presidente Trump per la Groenlandia. La legge del nord. La conquista dell’Artico e il nuovo dominio mondiale (Luiss 2025): «La variabile indipendente della nuova equazione artica è il clima, e non più la sicurezza. Per troppo tempo, gli esperti di sicurezza hanno considerato il cambiamento climatico come uno dei tanti fattori che influiscono su un contesto di sicurezza dinamico… Il numero degli scettici è diminuito, anche perché agenzie di primo piano come la Nasa hanno confermato che i muri ghiacciati dell’Artico stanno diminuendo a un ritmo del 12,6% per decennio e che l’Artico potrebbe non avere più mari ghiacciati entro gli anni Trenta del Duemila».
Interessarsi del nostro mondo vuol dire ormai interessarsi dei mari che circondano le nostre terre o che ne sono custoditi. Se i mari hanno bisogno di cura, non si può parlarne senza conoscenza.
