Iran è sulla bocca di tutti. Oggi soprattutto per la guerra condotta da USA e Israele contro la Repubblica Islamica, fino a poco fa per i tanti crimini commessi dal regime contro i suoi oppositori, specialmente giovani. Quello persiano è un popolo glorioso, erede di una cultura arcaica e favolosa, ma recentemente martoriato su due fronti, in questi ultimi tempi su quello esterno, da diversi decenni su quello interno. Viene difficile intravedere una via d’uscita.
Ma oggi 18 maggio ci si può prendere qualche minuto di leggerezza in mezzo a tanto dolore, a tanti disastri. Perché proprio oggi a Nishapur, una località del nord est dell’Iran, si celebra, sebbene in sordina, la giornata dedicata a Omar Khayyam. Non si festeggia solo lì, perché Khayyam continua a essere studiato e amato anche in Occidente. Artisti e appassionati di cultura persiana organizzano eventi di poesia e musica per diffondere il suo pensiero.
Omar Khayyam nasce nella prima metà dell’XI secolo. È uno di quei rarissimi geni poliedrici che può passare in scioltezza dalla matematica alla teologia, dall’astronomia alla poesia. Un giocoliere tra stelle e numeri.
Come astronomo è incaricato di riformare il calendario allora in uso. Inizia a lavorarci su nel 1074 e il calendario che mette a punto risulterà essere più preciso di quello Gregoriano del 1582. Egli infatti misurò la lunghezza dell’anno in 365,24219858156 giorni. Numero che solo nel diciannovesimo secolo fu contraddetto alla sesta cifra decimale: 365,242196 giorni.
Come matematico lasciò illuminanti lavori di algebra, sulla risoluzione delle equazioni di terzo grado e sull’intersezione delle coniche.
Ma Khayyam è sopratutto conosciuto per le sue poesie, le Quartine, in cui celebra le delizie del vino (bevanda proibita dall’islam) e i piaceri dell’amore sensuale, come rimedio all’inesorabile passare del tempo che dissolve la vita nel mistero della morte. «Vieni, accarezza le chiome di gentile fanciulla / prima che il fato ti infranga le membra. / Godi una coppa di vino finché il tuo nome è sul Libro di Vita. / Il cuore domato dal vino non è preda di affanni».
Khayyam era un gaudente? Era un pessimista che annegava nel vino la sua disillusione cosmica? In un certo senso risponde lui stesso, con i suoi versi: «Io bevo, sì, vino, ma non sono un libertino. / E le mani allungo, sì, ma solo per versare la coppa. / Sai tu perché voglio essere adoratore del Vino? / Per non divenire (come te) adoratore di me stesso».
Allora, chi era Khayyam? Un critico dell’islam oppure un suo profondissimo mistico? Khayyam non ama farsi mettere un’etichetta: se da un a parte sembra preferire il godimento dei piaceri terreni alle gioie celesti, dall’altra appare del tutto a suo agio tra i simboli della poesia sufi, la mistica islamica, in cui a volte il Vino è simbolo di Dio.
Ma soprattutto, perché Khayyam aveva la libertà d’esprimersi in tal modo nell’austero ambiente islamico, cosa difficilmente pensabile al giorno d’oggi nella sua terra? L’islam medievale viveva una età dell’oro assai tollerante nella quale prosperava una vivace ricerca scientifica e artistica in una società multietnica e multireligiosa. Società che tramontò con la distruzione mongola di Baghdad nel 1258, che piombò l’islam in una lunga e profonda notte.
Oggi nel giorno dedicato a Khayyam noi possiamo celebrare un uomo di straordinario ingegno, capace di lanciare uno sguardo sul mondo che continua ad attraversare i secoli senza perdere la sua luce. Brindiamo, come lui ci ha insegnato, alla poesia che dà sapore alla vita, all’amicizia, all’amore, alle carezze.
Celebriamo la capacità umana di contemplare l’infinito pur sapendo di essere effimeri, di vivere il presente con i piedi ben saldi sulla terra ma con la testa fra le stelle. E sotto un cielo che spesso non sembra dare risposte, noi celebriamo la capacità di non fuggire al dubbio ma di abitarlo. Omar Khayyam ci sorride nell’eternità.
