La minuscola tavoletta ad olio in mostra alla Biblioteca del Senato è un Christus patiens di dolente ed emozionante espressività. Dal fondo scuro emergono il volto ed il torso insanguinati, con le gocce minuziosamente dipinte una ad una, secondo l’uso microscopico fiammingo. La smorfia del dolore, gli occhi arrossati e scuri, il grande pianto, il gemito udibile. Sembra di ascoltare il coro della Passione secondo Matteo di Bach “O capo insanguinato”, così commosso e piangente.

Giorgio Vasari. Cristo eucaristico, 1555 ca. disegno a pietra rossa su carta vergata bianca-avorio, mm 289 × 192 Firenze, Gallerie degli Uffizi, inv. GDS n. 1433 S © Gabinetto Fotografico delle Gallerie degli Uffizi
La tavoletta è la prima di 5 che Antonello dipingerà, in un crescendo emotivo e patetico che giungerà a quella drammaticissima del Prado. Siamo ora verso il 1460, il pittore messinese è famoso, colto, ha fatto sua la lezione fiamminga amante del realismo sino al dettaglio con le sfumature concesse dalla pittura ad olio, la spiritualità francescana e della Devotio moderna dell’Uomo dei dolori, le aperture prospettiche rinascimentali.
È un Cristo qui umanissimo, che implora pietà dal devoto e dall’osservatore, un grido attuale nell’epoca dei tanti martiri innocenti. Sul retro della tavoletta, Antonello ha dipinto San Girolamo penitente in un paesaggio roccioso, vastissimo. È il santo dell’ascesi per amore del Cristo, un invito al fedele, nel caso al committente, un certo Girolamo che a forza di baci ha quasi rovinato il quadro che portava con sé dentro una borsa, come si usava.
Comprata di recente dallo Stato, l’opera è colma di un pathos urlante ma anche nobile come è dell’arte di Antonello. Inquieta pure, con la sua apparizione dietro ad un balcone dal buio e con l’attenzione all’umanità del Cristo, fiaccato dal sangue e dalle percosse che ne hanno incurvato il dorso. Sono quegli occhi gementi e lagrimosi a parlarci, a soggiogarci nella bellezza di una umanità trafitta per amore.
Vasari ai Musei Capitolini, Palazzo Caffarelli
Vasari e Roma, in oltre 70 opere, nella città che lo vide da giovane, lo accolse al servizio dei Farnese − la celebre Sala dei Cento Giorni affrescata con le glorie della famiglia al Palazzo della Cancelleria − e dei papi, con la decorazione della Sala Regia in Vaticano. Pittore, architetto, amico di Michelangelo che per lui è la star delle sue vite degli artisti, Vasari ha diffuso la “maniera moderna”, ossia uno stile che reinterpreta Raffaello e soprattutto Michelangelo.
Lo si nota nelle tavole in mostra, tra le quali la Resurrezione dalla Pinacoteca di Siena. La tavola del 1550 è uno splendore cromatico e luministico. Il Risorto esce dalla tomba, libero e bello, plastico e leggero e trionfa sui soldati ora dormienti ora stupiti o spaventati. Nessuna maniera forzata, nessun “devozionalismo”, ma una vittoria dove si rivela la divinità del Cristo sopra una umanità plastica certo e dai ricchi riferimenti michelangioleschi, eppure armoniosa e, una volta tanto, priva di retorica. Un teatro religioso affascinante, rapido, in movimento e dalle tinte ricercate, mentali e straordinariamente raffinate. Il pendant al Cristo dolente di Antonello, i due volti di una sola bellezza.
Ecce Homo di Antonello, Biblioteca del Senato. Fino all’8.4
Vasari e Roma, Musei Capitolini, Palazzo Caffarelli. Fino al 19.7
