Mercoledì 25 marzo a Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, è avvenuto un fatto che ormai è noto a tutti: un’insegnante è stata accoltellata alla gola da un suo alunno di terza media poco prima dell’inizio delle lezioni. La 57enne Chiara Mocchi si trovava nei corridoi della scuola secondaria di primo grado quando è stata aggredita. In condizioni gravissime, è stata poi elitrasportata all’ospedale Papa Giovanni XXIII.
La donna si trova attualmente fuori pericolo di vita e ha già rilasciato alcune dichiarazioni, nelle quali ha espresso gratitudine verso i soccorritori e riflessioni sul senso di quanto accaduto. In particolare, ha anche voluto sottolineare il legame con i suoi studenti, affermando di non provare rancore e di sentire il desiderio di rivederli, accompagnandoli nel loro percorso di crescita. Ha inoltre lasciato intendere la volontà di tornare in classe appena possibile, perché l’insegnamento resta parte fondamentale della sua vita.
Questo episodio, ampiamente discusso, rappresenta un’ennesima occasione di riflessione sulla situazione delle scuole, sull’urlo degli adolescenti e sulle condizioni emotive, psicologiche e relazionali tra le generazioni.
Se si parte dal fatto che quella mattina il ragazzo indossava una maglia con la scritta “vendetta”, emerge un messaggio evidente: per qualche motivo, dentro di lui si era radicato un forte senso di ingiustizia. Che questa ingiustizia fosse reale o meno non è oggetto di questa riflessione, ciò che conta è che, nella percezione del ragazzo, cresceva un sentimento di dolore e rabbia, manifestato anche attraverso una lettera pubblicata su Telegram e riportata da diversi media.
Eccone alcuni estratti:
«Mi sembra un sabotaggio. Mi sta incatenando a questa vita di sofferenza […] la mia insegnante […] non vuole altro che riempirmi la vita di dolore e sofferenza abusando del suo potere».
«Avendo solo 13 anni, sono completamente impotente […] non posso fare molto per cambiare il percorso che è stato scelto per me».
«Non posso più vivere una vita così, la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione. Ucciderò la mia insegnante di francese […] mi vedo come un soldato che combatte per i propri diritti».
Questi estratti rappresentano proprio quell’urlo, e molti si chiederanno come sia stato possibile non accorgersene, come non si sia potuto intervenire prima.
Da insegnante, vorrei riportare una personale riflessione. Qualche giorno fa mi sono imbattuta in un reel su Instagram di Enrico Galiano, scrittore e insegnante di italiano, nel quale afferma: «Ci state lasciando da soli» e «Voi non avete idea di cosa voglia dire essere in classe con 25 o più adolescenti».
Secondo la mia esperienza, queste parole rispecchiano una realtà concreta: la sensazione di sopraffazione e impotenza di fronte a classi numerose e a bisogni emotivi sempre più complessi, spesso senza strumenti adeguati.
L’insegnamento sembra diventare sempre più secondario rispetto alla necessità di sostenere i ragazzi dal punto di vista emotivo.
Galiano fa riferimento anche alle nuove norme di sicurezza proposte dal Governo, come l’introduzione di metal detector per individuare eventuali oggetti pericolosi, quali per esempio i coltelli. Questo approccio non affronta la radice del problema: come curare una malattia intervenendo solo sui sintomi e non sulla causa.
La maggior parte degli insegnanti della scuola secondaria di primo e secondo grado esce da percorsi universitari incentrati sulla disciplina di insegnamento, senza una formazione specifica in ambiti come psicologia dell’età evolutiva, gestione delle emozioni, comunicazione efficace e gestione dei conflitti. Detto ciò, salvo predisposizioni personali, molti docenti si trovano in difficoltà di fronte a situazioni di forte disagio.
Sembra sempre più che la scuola rischi di diventare un luogo in cui l’obiettivo principale sia evitare che accadano eventi estremi, più che uno spazio di crescita completa. Eppure la scuola è, dopo la famiglia, il luogo in cui gli adolescenti trascorrono la maggior parte del loro tempo.
Per questo motivo sarebbe fondamentale investire maggiormente su questo ambiente: rendere curricolare l’educazione affettiva ed emotiva, rendere obbligatori percorsi di empatia per insegnanti, creare spazi strutturati di dialogo tra studenti e insegnanti per la gestione dei conflitti, e introdurre la presenza stabile di figure esperte come psicologi scolastici, capaci di intercettare precocemente situazioni di disagio.
Può sembrare ripetitivo tornare su queste considerazioni, ma non è più possibile attendere: la denuncia è ormai evidente e non può essere ignorata.
