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Italia > Transizione

Il Pnrr e gli Obiettivi di sviluppo sostenibile in Italia: un bilancio al 2026, i nodi e le sfide

di Daniela Ropelato

- Fonte: Città Nuova

Il Pnrr ha attivato ingenti investimenti per la transizione sostenibile, ma i risultati restano parziali e diseguali tra territori, con criticità soprattutto nella gestione futura delle opere. Secondo ASviS, la vera sfida è valutare l’efficacia degli interventi nel lungo periodo e integrare la sostenibilità nelle politiche oltre la scadenza del Piano

Immagine di copertina del Rapporto ASviS Pnrr 2026.

Il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, si chiude a fine 2026 e l’Italia si domanda: come si misura il cambiamento nel Paese che questa iniziativa ha finanziato? Lo scorso 13 marzo si è discusso di questo al seminario promosso da ASviS, l’Alleanza che riunisce più di 300 organizzazioni che operano per lo sviluppo sostenibile, uno dei poli più qualificati della società civile organizzata in Italia. “L’impatto del Pnrr sullo sviluppo sostenibile dell’Italia e dei suoi territori”, questo il titolo del convegno romano.

Approvato nel 2021, il Pnrr ha messo a disposizione 194,4 miliardi di euro complessivi (dopo l’ultima revisione approvata dal Consiglio UE nel novembre 2025): sul sito dedicato alla documentazione parlamentare della Camera dei deputati, leggiamo che i miliardi erogati sono 153,2, di cui 71,8 in sovvenzioni e 122,6 in prestiti. Con questo piano di investimenti l’Italia partecipa al programma Next Generation EU varato dall’Unione Europea, dotato complessivamente di 750 miliardi di euro. Il prossimo 31 agosto 2026 è la data limite per la chiusura di opere e attività, mentre il 31 dicembre 2026 è il termine ultimo per le rendicontazioni. La Commissione europea ha escluso proroghe.

In questo percorso, ASviS si è qualificata come attore di primo piano con un mandato e una storia; ha iniziato a occuparsi del Pnrr ben prima che il Piano fosse approvato, svolgendo una pressione propositiva fin dalla fase di disegno delle politiche europee post-pandemia. Mentre il Pnrr veniva redatto nel 2020/2021, ASviS produsse una serie di studi sostenendo che il Piano non doveva rappresentare solo una risposta alla crisi pandemica, ma uno strumento di trasformazione strutturale per orientare le risorse verso i 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile/SDGs indicati dall’Agenda ONU 2030.

Analizzando la coerenza tra le proposte e gli obiettivi 2030, stabilì già allora il metodo: misurare la distanza tra gli investimenti programmati e i traguardi richiesti dalla sostenibilità. Una volta aperta la fase del monitoraggio, ASviS propose un sistema di indicatori capace di leggere sia la crescita quantitativa della spesa pubblica che l’avanzamento verso gli Obiettivi. Un vero e proprio salto concettuale, dato che il sistema di monitoraggio del governo verifica piuttosto se le scadenze procedurali sono rispettate e se le risorse sono state spese correttamente. L’ASviS, invece, iniziò a misurare qualcosa di complementare e cioè se quegli investimenti spostavano effettivamente gli indicatori nella direzione desiderata.

Con un ulteriore strumento, il Rapporto Territori, si studiarono anche le disuguaglianze territoriali, rendendo visibili così non solo i progressi medi nazionali ma il divario tra Nord e Sud, tra aree metropolitane ed aree interne. Fino a valutare gli impatti del PNRR, in occasione del Rapporto presentato lo scorso 13 marzo, con un modello originale, sviluppato con Fondazione Enel e Unioncamere, capace di stabilire i nessi causali tra i progetti e il posizionamento di ciascun territorio rispetto agli Obiettivi. L’analisi, dunque, è passata dalla correlazione alla causalità, che è il cuore di qualsiasi valutazione seria. L’operazione lungo gli anni è stata guidata da Enrico Giovannini, direttore scientifico ASviS, già presidente Istat, ministro del Lavoro e delle Infrastrutture nel governo Draghi, che, aprendo il seminario, riferendosi ai miliardi ricevuti e spesi, ha chiesto: «Ma l’attuazione dei singoli progetti previsti dal Pnrr avvicina o meno l’Italia e i suoi territori agli obiettivi internazionali, europei e nazionali?». Come a dire: cosa sta davvero cambiando nelle nostre città?

Il Rapporto è disponibile qui. Andiamo a vedere i servizi educativi per l’infanzia: davanti a noi abbiamo i bambini che ne sono i diretti beneficiari con le loro famiglie. Cosa accade, ad esempio, in Campania? I dati disponibili ci informano che la regione, prima degli investimenti del Piano, aveva compiuto circa il 39% del percorso necessario a raggiungere l’obiettivo fissato in sede europea: portare la copertura dei servizi al 33%, e cioè garantire almeno 33 posti ogni 100 bambini residenti sotto i tre anni, soglia aggiornata al 45%, dopo la pandemia, da raggiungere entro il 2030.

Grazie al Pnrr, la Campania ha compiuto un importante avanzamento riducendo la distanza dall’obiettivo di un ulteriore 48%, ma non lo raggiunge ancora (tra le regioni del Sud, non raggiunge l’obiettivo neanche la Sicilia). Il quadro resta critico, per il divario tra le regioni e perché nel 2023 il target originario è stato ridotto per l’aumento dei costi delle materie prime in edilizia e alcune obiezioni tecniche della Commissione europea. Il caso degli asili nido è quindi, in miniatura, il caso dell’intero Pnrr: un piano esteso, parzialmente ridimensionato in corso d’opera, i cui risultati dipendono non solo da quante strutture vengono costruite, ma da chi le gestisce, con quali risorse ordinarie e in quale territorio.

Ragionando ancora di obiettivi, complessivamente il Pnrr ha permesso di colmare il 39% circa della distanza registrata nel 2021 rispetto ai 17 Obiettivi. Il risultato è significativo ma sarebbero necessari altri 20 miliardi circa di investimenti aggiuntivi; cifra non impossibile, se il Piano strutturale di bilancio, definito nel 2024, verrà rivisto nel 2027 per incorporare tale spesa. Ancora una volta, l’azione politica non si conclude davanti ad un atto amministrativo firmato o ad un fondo erogato; deve proseguire fino al giorno in cui i bambini entrano all’asilo, un nuovo autobus elettrico inizia a percorrere le nostre strade, le emissioni di CO₂ di una città scendono effettivamente…

Dal Rapporto ASviS riprendiamo qualche altro dato sulle differenze territoriali. Tra le regioni che beneficiano maggiormente del Pnrr ci sono l’Abruzzo, le Marche e la Basilicata, mentre all’estremo opposto si collocano la Provincia autonoma di Bolzano, la Liguria, la Provincia autonoma di Trento e l’Umbria. Gli investimenti per il supporto educativo a bambine, bambini e adolescenti si concentrano nel Mezzogiorno, dove il tasso di abbandono scolastico è più elevato. Altre misure, invece, presentano una distribuzione dei fondi più uniforme, come per l’installazione di impianti per l’energia solare o l’aumento delle borse di studio per dottorandi.

E dove sono andate le quote maggiori di investimenti? Agli Obiettivi rivolti all’energia accessibile e pulita (25% delle risorse), all’innovazione, alle infrastrutture e al sistema produttivo (20%), alle città sostenibili (14%). Trascurabili o completamente assenti risultano invece le spese direttamente orientate alla cooperazione internazionale. Molto limitati o quasi assenti anche gli investimenti per la parità di genere, o la tutela della biodiversità, o la costruzione di partnership. Ciò suggerisce una gerarchia implicita delle priorità. Non va taciuto un altro punto critico. Molti Comuni, soprattutto al Sud, oggi rischiano di arrestarsi davanti ai costi di gestione ordinaria delle strutture una volta costruite: il Pnrr finanzia l’investimento iniziale, non la gestione futura. Altra trappola che il modello di monitoraggio e valutazione di ASviS ha portato in evidenza.

L’attenzione che il Rapporto rivolge a politiche strutturali di lungo periodo e al coordinamento multilivello tra Stato, Regioni e Comuni viene rafforzato dal concetto di “Just Transition”, in cui la dimensione ambientale si integra con quella sociale e occupazionale. Con uno studio del 2025, l’ASviS, in collaborazione con Oxford Economics, aveva già calcolato che accelerare la transizione avrebbe potuto generare un incremento del prodotto interno lordo pari a +1,1% al 2035 e +8,4% al 2050, rispetto allo scenario di base. Si tratta di dati che smontano la narrazione per cui la transizione ecologica sarebbe un lusso incompatibile con la crescita economica. Lo scenario “Net Zero Transition” non richiede di azzerare le emissioni, cosa tecnicamente impossibile in molti settori produttivi nel breve periodo, ma di bilanciare le emissioni residue uguagliando la quantità di gas serra immessa nell’atmosfera con la quantità rimossa attraverso processi naturali o tecnologici, e questo fino a raggiungere un saldo netto pari a zero.

In conclusione, il cantiere delle riforme strutturali per la transizione ecologica rimane aperto: nonostante un taglio del 50% dei tempi autorizzativi per gli impianti e le infrastrutture energetiche, c’è ancora molto da fare. Il modello proposto da ASviS dovrebbe evolvere da strumento di rendicontazione a strumento di indirizzo e declinarsi in metodologia corrente, utilizzando i dati per leggere gli scenari, orientare le scelte e intercettare le politiche migliori per un futuro sostenibile. La sfida è guardare oltre il Pnrr, integrando sistematicamente la sostenibilità nella programmazione economica, nei documenti di finanza pubblica e nelle leggi di bilancio, analogamente a quanto già fanno altri governi.

Il seminario non ha eluso la tensione politica che circonda la transizione ecologica. Marcella Mallen, presidente ASviS, ha affermato: «Non possiamo ignorare che il governo Meloni abbia espresso delle critiche, in particolare sui rischi del Green Deal, che rischiano di intralciare o indebolire l’intero processo». Il “Patto verde”, il programma della Commissione UE per portare l’Europa alla neutralità climatica entro il 2050, è oggi oggetto di contestazione da parte di alcuni governi nazionali che ne denunciano i costi. Sono domande complesse che ci interrogano in una prospettiva di lungo periodo. L’ha ricordato ancora una volta Giovannini quando ha notato che «i governi passano ma la società civile resta», e ha concluso: «La discussione politica è soprattutto sul futuro. Se non pensiamo al futuro, il futuro penserà a noi».

Una minaccia? Soprattutto un aforisma, che mette sotto esame un certo dibattito politico che tende a ragionare di questi temi entro l’orizzonte del ciclo elettorale e in funzione della costruzione di un immediato consenso. Non può mancare una seconda annotazione: orientare la bussola al futuro significa anche non subirlo passivamente come uno scenario plasmato altrove, ma affrontarlo come il prodotto di scelte attuali che possono essere governate. Se non scegliamo ora quali trasformazioni del mercato del lavoro, quali crisi energetiche e quali esternalità climatiche vogliamo gestire attivamente, quelle stesse dinamiche si imporranno comunque, ma in modo più costoso e iniquo.

Non possiamo negare che il “pensare a breve termine” ha posto radici profonde nelle democrazie rappresentative contemporanee: per questo il cambiamento dovrebbe investire anche la formula istituzionale. Elinor Ostrom, premio Nobel per l’Economia 2009, ha saputo dimostrare che le comunità sono capaci di gestire beni comuni e servizi nel lungo periodo in presenza di regole e istituzioni adeguate, mostrando che il problema investe il design istituzionale. Per questo una seria critica alla “tirannia del presente” dovrebbe rendere il lungo periodo strutturalmente visibile nel processo decisionale, con indicatori di benessere compositi e complementari al Pil come il Benessere equo e sostenibile (Bes), con simulatori di scenario per i decisori locali, diritti delle generazioni future codificati nelle costituzioni, procedure elettorali che favoriscano rendicontazione e dialogo… E chiedere ai decisori pubblici una specifica competenza strategica, perché sappiano misurare, prima di approvare un intervento, in quale direzione sposta il Paese rispetto ai grandi obiettivi indicati da una visione alta della politica.

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