Il razionamento è iniziato. La crisi energetica è già scoppiata in Asia, continente che prima dell’aggressione di Israele e Usa all’Iran acquistava quasi 9 barili su 10 dai Paesi del golfo persico, raggiungibili attraverso lo stretto di Hormuz: oltre allo Stato persiano, Iraq, Arabia Saudita, Kuwait, Oman, Qatar, Emirati arabi uniti. E così, in Pakistan scuole e università sono state chiuse: si fa lezione online. In Sri Lanka si lavora 4 giorni a settimana e la benzina è razionata. In Vietnam, si incoraggia lo smart working: tutti quelli che possono devono restare a casa a lavorare. In Myanmar si può usare l’auto a giorni alterni. In Thailandia, dove si sfiorano i 40 gradi, i tre conduttori del New Day ThaiPBS si sono tolti la giacca in diretta, per mostrare di aderire alle misure restrittive che hanno ridotto l’uso (anche) dell’aria condizionata.
Ridotti i servizi di trasporto pubblico e invito a spostarsi a piedi. In Asia circa il 60% delle importazioni di petrolio e poco meno di un terzo del gas naturale liquefatto provenivano dal golfo persico. Ora che il costo del petrolio ha superato stabilmente i cento dollari al barile, la crisi è pronta a colpire tutto il mondo: in un’economia globalizzata, nessuno può dirsi al sicuro dal rincaro dei prezzi. Molte compagnie aeree stanno riprogrammando e riducendo i voli, come la United Airlines statunitense, che li ha tagliati per i prossimi 6 mesi, o la Scandinavian Airlines, che per aprile ha già cancellato un migliaio di voli.

Automobilisti in fila per fare rifornimento a una stazione di servizio a Nanchino, provincia di Jiangsu, Cina, 23 marzo 2026. Ansa, EPA/FANG DONGXU
In Italia, biglietti aerei già acquistati, stanno subendo dei sovraprezzi, per non parlare del costo della benzina, ancora alle stelle. Il governo ha tagliato le accise per ridurre il costo dei carburanti di 24,4 centesimi: un’operazione che non ha portato a risparmi, viste le speculazioni fatte da molti impianti. I fondi usati per i carburanti sono stati tagliati da sanità (86 milioni), scuola, università, trasporti e infrastrutture e così via.
Intanto, si iniziano a segnalare i primi distributori rimasti senza carburanti, come nel monregalese, in Piemonte. A rischio non è solo il trasporto privato, ma anche i rifornimenti per ambulanze, pompieri e forze dell’ordine. E se in Australia c’è stata la corsa all’accaparramento dei carburanti, e in Cina e America Latina ci sono lunghe file ai distributori, nel Regno Unito si sta pensando a misure estreme per la cultura locale. Il ministro dell’Energia Ed Miliband, tra le altre cose, ha suggerito tra le polemiche ai pub di servire la birra leggermente più calda, di spegnere i frigoriferi di notte e di ridurre l’uso di forni e lampade.
E se il problema adesso è principalmente energetico, si potrà trasformare − se la guerra si prolunga − in una carestia per milioni di persone. Con il blocco di Hormuz, si è bloccata anche la produzione e il commercio di fertilizzanti, proprio quando in molti Stati è il momento della semina.

Protesta per il caro carburante davanti all’ambasciata statunitense a Manila, nelle Filippine, il 23 marzo 2026. Ansa, EPA/ROLEX DELA PENA
E se dopo Hormuz venisse bloccato il canale di Suez?
Le scorte energetiche potrebbero ridursi entro pochi mesi e la situazione potrebbe peggiorare se Israele e Usa continueranno questa guerra che viola il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario, in quanto non c’era motivo di attaccare l’Iran e nel farlo stanno uccidendo anche bambini, civili, medici e strutture ospedaliere e civili. La minaccia del presidente statunitense Trump di far saltare gli impianti energetici iraniani ha portato l’Iran ad annunciare, come ritorsione, la chiusura completa dello stretto di Hormuz. Dove, al momento, passano soltanto le petroliere di Stati amici, come India e Cina. Eppure, paradossalmente vista la guerra in corso, per la carenza di greggio, Trump ha tolto le sanzioni sul petrolio iraniano.
Lo scenario potrebbe peggiorare se, come risposta ad un eventuale attacco di terra americano contro l’Iran, gli alleati yemeniti houthi decidessero di attaccare le navi in transito nel Mar Rosso, riducendo anche il transito nel canale di Suez. Per l’Europa, e per l’Italia soprattutto, sarebbe l’inizio di un periodo davvero difficile. Attraverso quel passaggio arrivano materie prime, pezzi di ricambio, prodotti elettronici, alimentari, fertilizzanti, componenti per le nostre aziende manufatturiere. La questione pone di nuovo l’attenzione sulla cosiddetta via Artica: la questione della Groenlandia non sembra affatto chiusa!

Una nube tossica si sprigiona dopo il bombardamento della raffineria di petrolio di Shahran, in Iran, da parte di Israele e Usa. Foto Ansa, EPA/ABEDIN TAHERKENAREH
Il pericolo di un disastro nucleare
Sempre in ambito energetico, va segnalato che Israele ha colpito a South Pars, in Iran, il più grande giacimento di gas naturale al mondo nonché, insieme all’alleato americano, diverse strutture strategiche petrolifere. In risposta, l’Iran ha bombardato depositi e raffinerie dei Paesi del Golfo. Israele ha poi preso di mira i depositi iraniani di uranio arricchito, come reazione l’Iran ha colpito un’area vicino Dimona. È qui che sorge il Negev Nuclear research center, il centro di produzione nucleare israeliano. Il governo di Netanyahu, infatti, ha già a disposizione le armi letali che vuole impedire all’Iran di produrre. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha comunicato che l’impianto nucleare non dovrebbe aver riportato danni.

Danni provocati a Dimona, Israele, da un missile iraniano. Ansa, EPA/ABIR SULTAN
Le persone ferite nell’attacco sono state quasi 200 e nel suo sopralluogo, il ministro della Difesa Ben Gvir è stato apostrofato come “nazista” dai residenti israeliani, che hanno attribuito al governo la responsabilità di quel disastro. I morti, in Iran, invece, sono già diverse migliaia. Per aiutare il Paese, si stanno mobilitando musulmani sciiti di altri Paesi. In India, ad esempio, sono state organizzate raccolte di denaro per aiutare la popolazione bombardata. Centinaia di morti e feriti anche in Libano, dove Israele sta applicando il “metodo Gaza”, uccidendo residenti, case e impianti civili, come i ponti, nella sua avanzata. Oltre un milione gli sfollati.

Un bambino musulmano sciita apre il suo salvadanaio per donare denaro all’Iran durante una raccolta fondi a Srinagar, Kashmir, India, il 23 marzo 2026, per aiutare la popolazione iraniana. Ansa, EPA/FAROOQ KHAN
Niente grazia a Netanyahu: Trump attacca il presidente israeliano
Molti analisti ritengono che le continue guerre scatenate da Israele siano un paravento per Netanyahu, indagato nel suo Paese per numerosi reati, tra cui corruzione. Il premier ha più volte chiesto la grazia al presidente Isaac Herzog, che si è rifiutato. Questo ha scatenato le ire di Trump, che già lo scorso febbraio aveva affermato che «il popolo israeliano dovrebbe davvero vergognarsi di lui». Dalla presidenza israeliana avevano replicato che il capo dello Stato si pronuncerà sulla grazia solo al termine del processo e senza pressioni.

Il presidente israeliano Isaac Herzog, Ansa, EPA/JAMES ROSS
Processo a cui Benjamin (Bibi) Netanyahu si è più volte sottratto per le guerre. Nelle scorse ore Trump è tornato all’attacco, affermando che il presidente Herzog «è una persona debole e un uomo patetico. Non è un leader. Bibi dovrebbe concentrarsi sulla guerra, non su queste sciocchezze». Per il premier israeliano ci sono tensioni politiche anche interne, mentre le elezioni si avvicinano. Se vincesse contro l’Iran, potrebbe sperare in un nuovo mandato.
(Non) è una guerra di religione?
Nell’ultimo giorno di Ramadan, i musulmani di Gerusalemme non hanno potuto pregare nella moschea di Al-Aqsa, uno dei tre luoghi sacri dell’Islam, perché è chiusa dal 28 febbraio, come il Santo Sepolcro. Molti fedeli si sono dunque adunati fuori dai cancelli della moschea per pregare, ma sono stati dispersi con gli esplosivi dall’esercito israeliano. In chiusura del Ramadan, è intervenuto con violenza anche il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che ha affermato: «Questo Israele sionista ha ucciso migliaia di persone. Non ho dubbi che ne pagherà il prezzo. Possa il Dominatore (ndr, Dio), schiacciare e distruggere Israele». Dichiarazioni davvero inquietanti.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Ansa, EPA/RONEN ZVULUN / POOL
Non sono mancati da leader politici israeliani diversi attacchi e offese ai cristiani. Il premier israeliano Netanyahu ha per esempio detto, citando uno storico, che Gengis Khan, condottiero mongolo noto per la sua ferocia, è meglio di Gesù, perché solo con spietatezza e forza il bene può vincere sul male. Porgere l’altra guancia è un concetto difficilmente comprensibile. L’azione di Israele è appoggiata dal cosiddetto sionismo cristiano, i cui sostenitori affermano che gli israeliani devono riavere l’intera terra promessa, quindi Palestina, parte della Siria, del Libano, dell’Egitto…
Intanto, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, ha annunciato che la processione della domenica delle Palme a Gerusalemme è stata cancellata. Rinviata anche la messa crismatica. «Alla durezza di questo tempo di guerra, che ci coinvolge tutti, si aggiunge oggi anche quella di non poter celebrare degnamente e insieme la Pasqua. È una ferita che si aggiunge a tante altre inferte dal conflitto. Ma non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Se non possiamo riunirci come vorremmo – ha affermato – non rinunciamo alla preghiera».
L’Europa si è accorta che Israele e Usa hanno attaccato l’Iran?
Il dubbio è legittimo visto che la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, hanno più volte ribadito di condannare con forza il regime iraniano per aver chiuso lo stretto di Hormuz e per gli «attacchi indiscriminati» ai Paesi del Golfo. Nessuna condanna agli alleati: Stati Uniti e Israele.

Consiglio supremo di Difesa del 17 novembre 2025, foto Ministero Difesa e Quirinale, licenza CCBY NC SA 4.0 DEED
Lo stesso anche in Italia, dove però la premier Giorgia Meloni ha dichiarato che è una guerra illegittima e ha condannato il bombardamento di una scuola in Iran che ha provocato la morte di quasi 180 persone, di cui circa 160 bambine. Eppure, dopo il Consiglio superiore di difesa del 13 marzo scorso, il comunicato stampa ufficiale citava, come sfide da affrontare il «rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran», la sicurezza di Israele e dei suoi cittadini e condannava il regime di Teheran e le sue disumane repressioni. Ma la guerra è stata avviata da Usa e Israele mentre, come hanno ribadito i responsabili di antiterrorismo e intelligence statunitensi, l’Iran non rappresentava un pericolo nucleare. Al contrario, le armi nucleari sono possedute dai suoi aggressori. La propaganda minaccia, come aveva temuto papa Leone, la corretta informazione dei cittadini.
