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Cultura > Cinema

Ghost Elephants, più di un documentario

di Edoardo Zaccagnini

- Fonte: Città Nuova

Nel cuore dell’Africa, il documentario diretto da Werner Herzog narra di una spedizione alla ricerca di elefanti leggendari che diventa un racconto su ossessione, natura e desiderio umano di inseguire l’invisibile

La prima foto di un elefante fantasma catturata da una telecamera a movimento controllato. In questo scatto notturno gli occhi brillano. Credit: Courtesy of The Wilderness Project Archive.

Meglio i sogni o la realtà? Parte da questa riflessione il ritorno sullo schermo del grande Werner Herzog: il maestro visionario, inetichettabile. Viaggiatore tedesco, osservatore del mondo e dell’uomo. 

Riflette su questi due mondi il suo ritorno a un cinema personale, magnifico, inafferrabile e solido, inimitabile. Definirlo documentario è parzialmente impreciso e riduttivo, perché l’autore bavarese ha girato anche finzione − l’immenso Fizcarraldo, oppure Aguirre, furore di Dio, per dirne un paio − e perché i suoi documentari hanno sempre il sapore di qualcosa di più ampio e profondo.

Riprese subacquee di un elefante, come si vede in “Ghost Elephants”. Credit: Skellig Rock, Inc/Roger Horrocks.

Il nuovo titolo, Ghost Elephants − presentato a Venezia nell’anno (lo scorso) in cui a Herzog è stato (anche) consegnato il Leone d’oro alla carriera − da un certo Francis Ford Coppola… − segna un riatterraggio alla sua Africa, al tema della natura in senso mi(s)tico, trascendentale, di più ancora ai suoi cercatori ossessionati da un sogno, appunto, spinti al limite da qualcosa di anche misterioso, intimo, fino a sfiorare la follia. Achab di terra, Achab di oggi, Achab di sempre.

Gli elefanti di questo documentario − disponibile su Disney+ nella sezione National Geographic, che lo ha anche prodotto − forse esistono e forse no. Forse si trovano in un altopiano dell’Angola grande come l’Inghilterra, a 1200 metri d’altezza e difficilmente accessibile, che per raggiungerlo bisogna camminare a piedi per giorni, dopo aver attraversato lunghi tratti di sentiero in moto, fiumi con in spalla le due ruote e la paura che spunti un coccodrillo all’improvviso.

C’è persino un re locale col quale parlare, che accetta il passaggio della spedizione ed offre spunti per riflettere sulle antiche tradizioni più sapienti di certa folle modernità. Alla ricerca di questi fantomatici giganti, si è messo uno studioso, Steve Boyes, pensando, ormai da 10 anni, che lì vivano i discendenti del più grande elefante mai visto: ucciso da un cacciatore nel 1955, ed oggi esposto in un museo di Washington.

Il dottor Steve Boyes si trova nella rotonda dello Smithsonian Museum. Descrive le sue emozioni nel vedere Henry, l’elefante. Credit: Skellig Rock, Inc.

“Mobidickamente”, Steve cammina e pensa, mentre Herzog, in parallelo, presente solo in voce − ma che voce! −, dialoga con lui e riflette anch’egli di natura e scienza, di antropologia, di stupidità e intelligenza umane. Del rapporto tra Occidente sviluppato ed altre culture, dell’atroce rapporto tra guerra e natura, della caccia (con immagini disturbanti tratte dal mondo movie Africa addio) e, come detto, di sogni e realtà, visto che Boyes si domanda se sia meglio che quegli elefanti esistano, e tutto può finire, trovandoli, o se, abitando solo nella sua mente, possano vivere per sempre e alimentare la sua vita, i suoi passi senza fine dentro la ricerca. Dunque sogno come forza dell’anima, sogno come strada, come nutrimento.

C’è tutto questo, dentro il viaggio del protagonista in compagnia di esperti del luogo: gente, anche della cultura boscimana, che vive la natura in modo straordinario. C’è un uomo, per esempio, che sa capire, dal canto impaurito o sereno di un uccello, se da quelle parti possa trovarsi un leopardo. Parla una lingua fatta anche di mimica corporea e continui suoni nella bocca.

Kerllen Costa, il dottor Steve Boyes e un gruppo di cacciatori tribali angolani controllano sul cellulare di Steve un video di un elefante fantasma nel loro campo base di ricerca. Credit: Ariel Leon Isacovitch.

Straordinario, bellissimo, come tante immagini poetiche, mai banali, altrettanto splendide, di questo percorso avventuroso, fisico e mentale, verso un luogo mitico, una sorta di tempio naturale, laicamente sacro, che già esistendo è una ventata di speranza. Non l’unica, ci mostra questo straordinario − e particolare − documentario, visto che sulla tutela dell’ambiente qualche passo in avanti è stato fatto, con una coscienza maggiore rispetto allo sfruttamento sfrenato delle risorse del pianeta.

C’è un gigantesco albero caduto, in quel pezzo di cuore d’Africa, che viene sorvegliato, affinché i predoni non ne portino via i pezzi e quello che contengono. Herzog osserva e riflette anche su questo, nel suo nuovo gioiello offerto al pubblico.

Riproduzione riservata ©

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