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Cultura > Musica

Filippo Gorini, Schubert e Beethoven a Roma

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Al Teatro Argentina in Roma per la stagione dell’Accademia Filarmonica il giovane pianista suona Schubert e Beethoven. Incantevole

Filippo Gorini foto Filarmonica romana

La Sonata in do min. del 1828 ha già un odore di riposo, di dramma che attende, con la sensibilità acutissima di Schubert, la morte che si sta avvicinando. E  sarà proprio in quell’anno. C’è infatti qualcosa di tragico, alla Beethoven, nel primo movimento in cui il pianista sciorina suoni cadenzati, pesanti, ineluttabili. Poi il secondo movimento è un Adagio lentissimo, ricco di sfumature impercettibili nei pianissimi, nella pause estese, nel lirismo espresso con un tocco leggerissimo, accentuando il lato sognante. Per poi quasi trastullarsi nel Minuetto e chiudere baldanzosamente ma seriamente nel Finale.

Gorini domina la partitura, insegue soprattutto le pause, le tensioni nascoste, i rubati evanescenti e lunari come una melodia belliniana e la Sonata si fa eterea  ed eterna. E’ la poesia schubertiana non solo lieve ma drammatica.

Poi, il pianista affronta la Piano Sonata in prima esecuzione assoluta  della compositrice brasiliana Michelle Agnes Magalhaes:  un gorgoglio di suoni che assomigliano a variazioni psicologiche tentando di indagare il mistero dell’attimo della  vita offrendo un piccolo panorama introspettivo di una confessione sonora sperimentale di una introspezione interiore. Gorini vi si sprofonda perché non è solo virtuosismo e ricerca ma parola grondante vita.

Ed infine il pianista trova forse il meglio di sè in Beethoven nella Sonata n. 31 op. 110, anno 1821. Qui il suo tocco chiaro, luminoso tende ad una luce che definiremmo spirituale, trasmettendola all’ascoltatore come un viaggio di una anima sempre tumultuosa lungo la vita tra ritmi scoscesi e altri popolari, fra martellate sonore e squisiti arpeggi. E’un Beethoven in lotta con qualcuno, Dio o il destino, ma è una lotta che lo vede vincitore.

Gorini vi si immerge, ed è chiara la sua consonanza con Ludwig, tanto che il concerto sembra rapidissimo, della durata di un attimo, tanto è il riverbero su di noi di una interpretazione partecipata, grandiosa e insieme leggera. Il pianoforte diventa una orchestra sinfonica, perché Beethoven pensa sempre in modo ”orchestrale”, unitario, universale, in perenne moto ed evoluzione.

Come bis Gorini sceglierà poi Schubert, Improvviso n. 3 in si bem. maggiore e Brahms il Walzer n. 15, evocativi e brillanti. Successo vivissimo, giustamente.

 

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