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Cultura > Musica leggera

Sanremo 2026: un carnevale in quaresima

di Franz Coriasco

- Fonte: Città Nuova

Il Sanremo n°76 si è chiuso nel segno della restaurazione tradizionalista. Ha vinto Sal Da Vinci con “Sempre sì”, battendo Sayf e Ditonellapiaga. Ascolti in linea con le serate precedenti (68,8% di share): non stellari, ma nel complesso il Festival ha retto e si è confermato appuntamento imprescindibile delle strategie massmediatiche anche per quel che concerne l’indotto

Sal Da Vinci posa sul palco con il premio dopo aver vinto la 76ª edizione del Festival della Canzone Italiana di Sanremo, a Sanremo, Italia, 28 febbraio 2026. ANSA/ETTORE FERRARI

Se consideriamo che sul palco sanremese sono passate superstar come Madonna e Springsteen, e  i nobel Gorbaciov e Dulbecco, quest’anno s’è volato piuttosto radente, sia per la qualità della mercanzia esposta, che per i contorni; solo gli sponsor hanno ulteriormente aumentato la loro ingombranza, fuori e dentro l’Ariston, per altro senza un guizzo in grado di emanciparli dai cliché per estrarci dal profondo qualche grammo di meraviglia o commozione.  A parte le solite standing ovation dispensate ogni anno dalla platea sempre entusiasta dei parvenu, alla fine dei conti (letteralmente…) ciò che resterà saranno alcuni bei duetti (specie quelli transgenerazionali), l’intensa interpretazione di Perdutamente che Achille Lauro ha dedicato alle vittime di Crans-Montana e poco altro.

La liturgia sanremese − laddove sia la tivù che il mondo canzonettaro hanno più che altro celebrato se stessi – s’è srotolata “senza scossoni”, una definizione che per gli attuali imperativi del sensazionalismo massmediatico equivale se non alla lebbra a una prostrazione patologica. Ma di questi tempi di vacche anoressiche, tutto si trangugia e tutto si digerisce. Anche per questo nel panorama generale brani poco più che discreti, come quelli di Meta e Fulminacci (Premio della Critica), di Levante, di Nigiotti e della coppia Masini-Fedez, hanno brillato come capolavori, almeno fino a che è arrivata la serata dei duetti a rendere più palpabile il gap che ha separato questa vetrina poverella dai fasti degli anni dell’opulenza, con troppe canzonette impossibilitate a reggere il confronto non solo con certe poesie in musica dei grandi, ma anche con parecchi dignitosissimi non-capolavori esposti in passato con più mestiere e ispirazione.

E meno male che ci hanno pensato i comici (Pantani uber alles) a rendere questo carnevale in quaresima meno soporifero a causa non solo della povertà dell’offerta, ma anche di un’impalcatura di spettacolo che ha mostrato troppa prevedibilità. Ovvio che anche le occasionali aperture al sociale sembravano francobolli appiccicati alle castagnole (vedi l’intervento toccante di Gino Cecchettin), idem dicasi per i riferimenti alla guerra (indiretto quello di Ermal Meta, e infilato di straforo da Dargen D’Amico con Il disertore di Boris Vian mischiata con Su di noi di Pupo, che è tutto dire). Oltre alla noia e a scampoli di neomammismo (e anche questo ci dice di certe mutazioni antropologiche in corso), sotto i coriandoli dell’Ariston si respirava anche un bel po’ di stanchezza creativa.

E tuttavia chiunque come me abbia guardato e raccontato Sanremo da decenni ha capito che lui funziona come il resto della vita, laddove quella passata ci pare sempre migliore di quella presente. Sicché suppongo che anche con questa edizione finirà così, non appena le cronache sbiadiranno e cederanno spazio alle memorie. Perché, da che Sanremo è Sanremo, lo si guarda e lo si ascolta più che per specchiarci in ciò che siamo, per struggerci in ciò che non siamo più.

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