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Italia > Se ne discute

Pfas, fermare l’inquinamento e convertire l’economia

di Carlo Cefaloni

- Fonte: Città Nuova

Carlo Cefaloni

Le istanze della rete Zeropfas Italia saranno presentate all’Unione europea dal 3 al 6 marzo da una delegazione internazionale di cui fanno parte anche le Mamme Nopfas. Intervista all’attivista veneta e infermiera Michela Piccoli

NoPfas a Venezia. Foto Federico Bevilacqa, archivio NoPfas land

Dal 3 al 6 marzo, Michela Piccoli, attivista veneta del movimento delle Mamme Nopfas, farà parte della delegazione internazionale guidata dall’European Environmental Bureau, la più grande rete di organizzazioni ambientaliste in Europa che porterà a Bruxelles le istanze della rete Zeropfas Italia, che oggi unisce sei regioni: Veneto, Liguria, Abruzzo, Toscana, Piemonte e Lombardia.

Cittanuova.it ha già intervistato Michela Piccoli lo scorso mese di novembre 2025 al ritorno dal Brasile, dove aveva partecipato come rappresentante della società civile concretamente impegnata per la difesa dell’ambiente col programma alternativo della Conferenza dell’Onu sul clima (Cop30). L’attivista veneta del movimento delle Mamme Nopfas ci ha raccontato della rete costruita con i movimenti latino americani e dei rapporti avviati con i rappresentanti dei movimenti presenti in India, il gigante asiatico dove si è trasferita la produzione dei materiali contenenti le sostanze Pfas, cioè i composti chimici persistenti al centro di una vasta contaminazione ambientale in Veneto.

L’esperienza di Michela Piccoli dimostra l’infondatezza dell’accusa rivolta a movimenti e comitati di essere affetti dalla sindrome Nimby, di chi lotta cioè solo “pensando al proprio giardino” ignorando il resto del mondo.

Come emerge anche da questa nuova intervista, l’intenzione delle Mamme Nopfas è quella di promuovere una rete internazionale con l’attenzione rivolta alla salute globale: «Non esistono nazioni diverse – affermano – ma figli in comune».  

Michela Piccoli lavora come infermiera professionale e conosce bene il valore della cura, così anni addietro, quando ha letto il referto con i valori abnormi delle sostanze chimiche presenti nel sangue dei figli, ha dedicato tutta se stessa per difendere la salute di tutti e non solo della propria famiglia. Una vera e propria vocazione politica intesa come attenzione al bene comune che l’ha portata a conoscere ogni area contaminata del Veneto e poi dell’Italia, per allargare lo sguardo sul piano planetario.

Piccoli, a che punto siamo con la situazione dei Pfas in Veneto?
Siamo parte attiva del comitato di controllo dei lavori in corso per bonificare l’intera area contaminata. Dobbiamo vigilare per evitare la messa in sicurezza permanente, cioè una soluzione basata su barriere fisiche e sistemi di pompaggio attivo (barriere idrauliche) volti a confinare l’inquinamento in loco. Occorre, invece, una bonifica definitiva con l’asportazione e il trattamento delle matrici contaminate. È l’unico intervento capace di eliminare alla radice il rilascio di inquinanti nella falda acquifera, garantendo la chiusura del pericolo ambientale.

E cosa avete scoperto a proposito dell’India?
In pratica, grazie all’inchiesta del The Guardian e alle verifiche dei movimenti sul posto, abbiamo saputo che la produzione della ex-Miteni (cioè la fabbrica sita in Trissino ritenuta con sentenza della magistratura all’origine della contaminazione, ndr) è letteralmente “evacuata” verso lo Stato del Maharashtra, nella zona di Lote, a 200 km da Mumbai. Lì oggi opera la Laxmil Organic, ma il legame con il passato non è solo tecnico: ai vertici dell’azienda siedono gli stessi nomi finiti sotto processo in Italia per il disastro veneto. Non è solo un trasferimento di macchinari, è il trasferimento di un modello di impunità.

Grazie alla collaborazione con attivisti locali e figure come Varun Sukhraj, un influente fotoreporter e giornalista indiano, è emerso come il danno venga “delocalizzato” in aree con meno controlli. Questi Pfas, usati per prodotti a costi inferiori sulla pelle dei lavoratori indiani, rientrano poi in Europa come prodotti finiti, pronti all’uso.

Esistono diverse famiglie indiane in Veneto. Le avete contattate?
Certo e ci siamo stupite del fatto che le comunità indiane sul nostro territorio sapessero già tutto. Quando abbiamo chiesto il loro aiuto, hanno risposto di essere felici di condividere questo impegno comune e di far sentire la propria solidarietà ai fratelli e connazionali in India.

Ma una volta che i prodotti che contengono Pfas entrano nel circolo, le sostanze non vengono eliminate con i termovalorizzatori al termine del loro ciclo?
No. Purtroppo queste molecole sono quasi indistruttibili. Per spezzare i loro legami chimici è necessaria una temperatura costante di almeno 1400°C. Peccato che i migliori inceneritori europei arrivino a malapena a 1000°C.

Cosa succede a quei 400 gradi di differenza? Il Pfas non sparisce; viene semplicemente trasformato in fumo e immesso nell’aria. Da lì, ricade con la pioggia sui terreni e finisce nelle falde acquifere. Siamo in un ciclo infinito di contaminazione che sposta il veleno da una matrice ambientale all’altra, rendendo la bonifica un miraggio se non si ferma la produzione alla fonte. C’è poi un problema nuovo perché alcuni prodotti importati contengono nuove sostanze della famiglia dei Pfas che non sono note ed accertate.

E come si potrebbe risolvere questo problema?
È il paradosso dei cosiddetti “standard analitici”: cioè le “chiavi” chimiche per rintracciare i Pfas nell’acqua o nel sangue sono spesso protette dal segreto industriale o da brevetti. In questi casi occorre un’applicazione rigorosa dell’articolo 191 del Trattato UE, che sancisce il principio di precauzione: se non c’è certezza che una molecola sia innocua, non deve essere commercializzata. Come per i farmaci, serve una sperimentazione rigorosa prima dell’immissione in commercio, non vent’anni dopo, quando ormai il sangue di intere popolazioni è già contaminato.

Eppure autorevoli esponenti politici ed economici, come ad esempio Mario Draghi, affermano che diversi settori industriali non possono fare a meno dei Pfas, perché non esisterebbero sostanze con cui sostituirli…
È una tesi che non condividiamo, come abbiamo avuto modo di ribadire con nostre lettere aperte rimaste finora senza riscontro. L’Unione Europea ha, invece, stimato che i costi per riparare i danni causati da questi prodotti ammontino a 400 miliardi di euro. Sono soldi dei cittadini usati per rincorrere disastri che generano profitti privati. Perché non usare quei 400 miliardi per aiutare le aziende a riconvertirsi verso circuiti chiusi e tecnologie pulite, invece di abbandonarle o permettere loro di fuggire altrove?

L’impatto sanitario dei Pfas porta alla ipercolesterolemia, patologie della tiroide, infertilità, diabete gravidico e l’aumento del numero bambini nati sottopeso. Io parlo da infermiera, non da politico: dobbiamo chiederci però se il gioco vale davvero la candela. Mi chiedo: “Vale la pena sacrificare la salute pubblica per una produzione industriale tossica?”.

Chi andrete ad incontrare al Parlamento europeo? Avete cercato anche un contatto con la presidente della Commissione europea?
Purtroppo, Ursula von der Leyen ha più volte negato un incontro con noi, ma il movimento non si ferma. Incontreremo i parlamentari disponibili ad introdurre il bando totale dei Pfas.

E sul fronte italiano a che punto siete nel rapporto con il governo e con il mondo imprenditoriale?
Purtroppo, finora non abbiamo avuto nessun riscontro dall’attuale ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, e neanche da altri rappresentanti del governo Meloni. I precedenti titolari del dicastero dell’Ambiente ci avevano incontrato, promettendo l’impegno ad arrivare a zero Pfas nella filiera della produzione anche a livello europeo. Ma senza giungere ad alcun risultato concreto, se non il tentativo nel 2021 del disegno di legge Moronese che prevedeva soglie massime di sversamento di Pfas nell’ambiente. Una soluzione lontana dallo ZeroPfas.

Con Confindustria abbiamo avuto un primo incontro parecchi anni addietro, che è rimasto tuttavia al livello delle premesse per la necessità di approfondimenti che poi non si sono concretizzati. Ma non disperiamo. Come già detto più volte, per noi non si tratta di una questione burocratica, ma di una “promessa d’amore”. La spinta ci viene dal futuro e cioè dallo sguardo dei nostri figli che hanno il diritto di ereditare un mondo dove l’acqua che bevono non sia più una minaccia silenziosa.

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