In meno di 60 giorni, lo scacchiere regionale ha subito una svolta di 180 gradi, lasciando L’Avana senza la sua principale fonte di energia e totalmente in balia di una gestione statunitense. E un Paese vicino come il Messico, che potrebbe fare qualcosa, si trova con le mani legate, costretto a lasciare Cuba in un isolamento diplomatico quasi totale.
Dalla cattura di Maduro, la Casa Bianca ha preso il controllo finanziario del Venezuela con rapidità chirurgica. L’implementazione di un nuovo sistema di transazioni supervisionato da Washington e la firma di accordi strategici con 6 grandi compagnie petrolifere internazionali (guidate da Chevron, Repsol ed Eni) mirano a riportare il petrolio venezuelano sul mercato globale, gestendo direttamente l’operazione con la supervisione della nuova missione diplomatica guidata dall’incaricata d’affari Laura Farnsworth Dogu. E visite di alto livello come quella del segretario Usa all’Energia Chris Wright.
In questo contesto, l’orologio dell’Avana sembra essersi fermato in una penombra soffocante: la capitale cubana non lotta più solo contro il tempo, ma anche contro il silenzio delle sue centrali termoelettriche che, private dello storico flusso di petrolio venezuelano, agonizzano in una obsolescenza definitiva; oggi, i blackout di 18 ore non sono più un guasto tecnico, ma il polso di un’industria e di un trasporto paralizzati.
Questa inerzia energetica si traduce in una tipica crisi degli scaffali vuoti, dove l’inefficienza di un sistema centralizzato e obsoleto, e la mancanza di valuta estera, hanno reso un’impresa eroica l’accesso a qualsiasi cosa: dagli antibiotici di base agli alimenti essenziali. Questa crisi mette a nudo l’incapacità del regime castrista di creare un sistema di governo che risponda efficacemente alle esigenze della popolazione.
Il dramma si completa sullo scacchiere esterno: le recenti dichiarazioni di Donald Trump e del suo segretario di Stato, Marco Rubio, risuonano nei Caraibi con il peso dell’avvertimento ultimo. Classificando Cuba come una “nazione fallita” e suggerendo che lo smantellamento dell’asse con il Venezuela è solo il prologo di un nuovo ordine regionale, Washington ha ritirato l’ultima rete di sicurezza dell’isola, abbandonando Cuba da sola nel suo momento più critico.
Non si tratta solo del petrolio
Le nuove sanzioni degli Stati Uniti contro le brigate mediche internazionali cubane sono state accolte con preoccupazione e disapprovazione in America Latina, soprattutto nei Caraibi.
Il sistema di esportazione di servizi professionali a pagamento, comunemente noto come “missioni mediche”, ha rappresentato, secondo l’Ufficio Nazionale di Statistica e Informazione (Onei) di Cuba, oltre il 40% del delle vendite dell’isola all’estero nel periodo compreso tra il 2018 e il 2020.
Erano diversi i Paesi che “importavano” questi servizi, e che adesso si sono ritirati dagli accordi con Cuba: secondo l’Agenzia Efe, le Bahamas hanno annunciato lo scorso giugno la sospensione dell’assunzione di personale medico cubano e la cancellazione degli accordi, al fine di procedere ad assunzioni dirette; Grenada ha comunicato che avrebbe equiparato le condizioni offerte ai medici cubani a quelle dei propri cittadini. Il Guatemala, una delle missioni più stabili e antiche, ha recentemente annunciato che quest’anno avrebbe gradualmente chiuso l’accordo. Attualmente in Guatemala operano 412 professionisti cubani. L’Honduras, con 120 medici cubani, mantiene per il momento la collaborazione, ma la pressione interna e le denunce da parte di Ong locali mettono in discussione il rinnovo dell’accordo, che scade quest’anno.
Queste sono solo alcune delle situazioni che hanno portato la popolazione cubana alla crisi più grave dalla caduta del regime sovietico negli anni ‘90. Ancora una volta si chiedono all’ormai languida comunità internazionale azioni coordinate che mitighino le sofferenze della popolazione e offrano reali opportunità affinché Cuba diventi una nazione in grado di realizzare autonomamente il proprio futuro.
