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Cultura > Musica

Un dittico “espressionista”

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

A Roma, al Teatro dell’Opera, in scena Suor Angelica di Puccini e Il Prigioniero di Dallapiccola. Dolore e speranza.

Povera Suor Angelica, confinata in convento per un figlio illegittimo, sul finire del 1600. Vita dura, eppure la suore sono esili, candide, innamorate di giochi e battute infantili e di fiori. Puccini vi mesce musiche polifoniche, cori salmodianti, atmosfere lievi e sussurrate. Poi, il dolore scoppia: la zia Principessa annuncia ad Angelica la morte del suo bambino e qui il cuore esplode nel “Senza mamma”, nenia struggente di melodia breve e di dramma senza fine. Fino all’inevitabile, per Puccini, suicidio “con i fiori”. Ma redento dalla visione della Vergine che la perdona. Speranza finale, quindi.

Il regista Calixto Bieito non pare vederla in questo modo. Accentua in scene “espressioniste” il lato doloroso del convento: un parto, suore che si svestono degli abiti monacali, una Badessa ambigua e scarmigliata, Angelica esasperata, voglia di libertà assoluta in un luogo di sopraffazione. In verità, la musica pucciniana conosce toni “celestiali” e certo anche drammatici, ma il finale vede il bambino correre dalla madre, con delicatezza. Mariotti guida con scrupolo l’orchestra, mostra sonorità che in genere non si odono – bellissime -, accentua il dramma come le pause liriche: insomma, dà equilibrio, mentre il soprano Yolanda Auyanet in un ruolo ostico si concentra al massimo grado, “estremizzando” talora la vocalità e la Il gestualità.

Prove de Il Prigioniero: l’attore Mattia Olivieri(Prigioniero)_ph Fabrizio Sansoni-Opera di Roma 2025_5913

Il Prigioniero di Luigi Dallapiccola (1950), storia di una vittima dell’Inquisizione di Filippo II, si gioca sul rapporto madre-figlio prigioniero, ingannato dal falso amico “fraterno”. La speranza è illusione, il potere è feroce. E feroce è la musica, aguzza, penetrante, eccitata e scabra. Bella, come la direzione fervida di Mariotti e gli interpreti, molto bravi: Angeles Blancas, voce superba, Mattia Olivieri, perfetto cantante-attore, il tenore John Daszak. Voci adatte al ruolo e alla regia, qui giustamente esasperata e cupa, nella luce sfocata e nel buio, nel dolore sanguinoso.

È il dolore che lega le due opere, come pure l’idea della sopraffazione degli innocenti. Ciò rende comprensibile l’abbinamento di due lavori tanto diversi per stile ed epoca, e per la concezione della speranza. Molto interessante. Repliche fino al 2 maggio.

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