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Cultura > Cinema

The war: il pianeta delle scimmie

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Il regista Matt Reeves miscela fantascienza, western, bibbia e leggerezza. Il grande spettacolo, con i suoi molteplici effetti speciali da blockbuster, la mescolanza dei generi e il tono dell’avventura fantastica, lancia tuttavia un messaggio per nulla banale all’umanità che ha perso il coraggio e l’amore

È la terza volta, dopo il primo capitolo del 2002 e il secondo (Apes Revolution) che il conflitto tra animali e uomo, cioè tra le scimmie e noi, ritorna sullo schermo. Ora, in un epico Far West d’inizio millennio, grandiosamente  localizzato tra foreste, cascate, valanghe spaventose e nevi perenni, a dire la guerra tra la scimmia  intellettuale  Cesare e il colonnello McCullogh, spietato nemico. Simbolo di una umanità perduta e irrazionale. Battaglie tremende, cacce notturne,  inseguimenti e campi di prigionia per le scimmie, muri che si costruiscono per allontanare il nemico, giovani fanatici neonazisti che inneggiano al capo supremo, e poi lui, Cesare, eroe che paga di persona: un nuovo Mosè che libera il popolo dalle persecuzioni del fanatico nuovo faraone – che ha addirittura sacrificato il suo figlio come un redentore  impazzito −, e lo porta alla terra promessa bella e feconda.

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Il regista Matt Reeves miscela fantascienza, western, bibbia e leggerezza (la scimmia buffa), cita Apocalypse Now, Star Wars, ma di suo si lancia contro il razzismo (il muro, il campo  di concentramento), il populismo dei capi carismatici, la disumanizzazione del nostro tempo. Nonostante il tono epicheggiante, il film rimane una metafora di che cosa sia capace l’uomo quando non è più tale. Sono le scimmie infatti ad insegnare alla bambina orfana che hanno raccolto una delle rare parole che non siano guerra o morte, cioè “fiore”, in uno dei tocchi commossi del racconto. Gli animali sono più umani dell’uomo.

Il grande spettacolo, con i suoi molteplici effetti speciali da blockbuster, la mescolanza dei generi e il tono dell’avventura fantastica, lancia tuttavia un messaggio per nulla banale all’umanità che ha perso il coraggio e l’amore che invece manifesta Cesare, tormentato tra perdono e vendetta, sentimento e ragione, solitudine e amicizia. Il risultato è quello del miglior film della saga. Di cui tuttavia non desideriamo un altro episodio (come ci si aspetterebbe), perché con questo sembra che il ciclo abbia detto (quasi) tutto.

 

 

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