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Italia > Il biglietto del mattino

JFK, già cent’anni

di Michele Zanzucchi

- Fonte: Città Nuova

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

Chi l’avrebbe mai detto che la ricorrenza del secolo tondo tondo dalla nascita del presidente statunitense più noto del secolo scorso sarebbe stata festeggiata nell’epoca del suo esatto opposto?

John Kennedy a Dallas

Nasceva il 29 maggio 1917 a Brookline, nel Massachusetts, da una ricca famiglia di origini irlandesi, un uomo che avrebbe fatto la storia degli Stati Uniti e che avrebbe ridisegnato il mondo per prepararlo alla più lunga “dominazione soft” mai avvenuta di un Paese sul resto del mondo. Sì, perché John Fitzegrald Kennedy (come le persone più note al mondo ricordate col semplice acronimo, JFK) con la sua strategia democratica, accattivante e affascinante, col suo American Dream, il sogno a stelle e strisce, aveva sedotto non solo i suoi concittadini ma l’intero orbe terracqueo. Ricordo un camping rumeno nel pieno dell’era Ceausescu: nel gabbiotto del giovane gestore, gelosamente appese alle pareti c’erano ritagli di giornali occidentali monotematici: JFK.

Kennedy, che diede inizio alla saga familiare più seguita dal gossip d’Oltreoceano (ancor oggi si riesumano Marylin, Jacqueline, Caroline, John-John, Bob e Ted…), che non era certo un santo ma che aveva chiara un’idea doppia: la libertà universale e il libero commercio avrebbero fatto la fortuna della sua famiglia, quella degli Usa e quella del mondo intero. Così, anche opponendosi strenuamente alla mancanza di libertà e al protezionismo assoluto dell’Unione Sovietica (il nemico, ma da addomesticare), riuscì a conquistare un’incollatura di vantaggio non solo su Mosca, ma su chiunque allora volesse insidiare il suo primato, Europa in primis. Nel bilancio della sua vita ci sono luci ed ombre, come sempre accade, ma la sua visione di fondo ha cambiato il mondo.

Il secolo di JFK viene oggi celebrato mentre alla Casa Bianca siede un uomo, The Donald, che sembra incarnare un’immagine speculare di John Fitzgerald: invece della libertà universale il nuovo sogno è American First, il benessere degli statunitensi solo conta; e, al posto del libero commercio, viene prospettato un nuovo protezionismo monocratico. Questa è la realtà, questi sono i corsi e ricorsi storici che si ripetono spietatamente, questa è l’epoca in cui la libertà universale va sostanziata di solidarietà e fraternità per poter avere un futuro, e in cui il libero commercio deve essere emendato per curare le piaghe aperte da una finanza internazionale cinica e dedica al culto della “cultura dello scarto”.

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