Dove va la Chiesa di Francesco?

Ha ragione chi accusa Bergoglio di discontinuità con i pontificati precedenti? Cosa si intende parlando di "Chiesa in uscita"? E qual è il discernimento a cui si riferisce il papa a proposito della comunione ai separati? Seconda e ultima parte dell'intervento dell'arcivescovo Fisichella sulle riforme avviate in Vaticano.
papa Francesco

Chiesa in uscita, riforma dello Ior e della curia, comunione ai risposati: in questi ambiti alcune iniziative di papa Francesco sono state accolte, talvolta, con ostilità anche negli ambienti vaticani, tanto da spingere qualcuno a parlare di discontinuità con i pontefici che lo hanno preceduto.

Delle riforme avviate da Bergoglio e delle resistenze che si sono verificate, ha parlato Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione. In un dialogo con i parrocchiani della chiesa di San Giovanni Battista De Rossi a Roma, guidata dal parroco don Mario Pecchielan, l’arcivescovo ha parlato della “Chiesa in uscita” tanto cara al papa: «Quando incontro i sacerdoti in giro per il mondo, spiego che noi siamo abituati a dire alle persone: “Ti aspetto in parrocchia”, ma non è questa la nuova evangelizzazione, che significa, invece, che io vengo a trovarti a casa. Questa è la Chiesa in uscita di papa Francesco».

Una Chiesa «che riconquista il primato dell’evangelizzazione», come auspicato anche da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI con una unità di vedute che serve a Fisichella per sottolineare come non ci sia discontinuità tra gli ultimi pontificati. «Riguardo alla dottrina – assicura più volte – non mi sento di dire che c’è discontinuità». E di certo non si ha discontinuità, ad esempio, modificando le sedi cardinalizie, cosa tra l’altro avvenuta più volte in passato.

Papa emerito Benedetto XVI«Io – aggiunge Fisichella – ho conosciuto molto da vicino Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco e nessuno di questi ha copiato o scimmiottato il suo predecessore. Il papa è uno solo, ha una propria personalità e non deve imitare nessun altro».

Giovanni XXIII era considerato un innovatore, eppure con il “Sinodo romano” «ha difeso a spada tratta il latino come lingua della Chiesa». Indisse il Concilio Vaticano II, «ma ci volle lo spessore di Paolo VI per portarlo avanti e concluderlo». E che dire delle differenze tra quest’ultimo, che portava il cilicio, e Giovanni Paolo II, che fece costruire una piscina a Castel Gandolfo? «Ricordo molto bene le critiche. Fu detto – commenta Fisichella – che Wojtyla stesse desacralizzando il papato».

I suoi primi anni di pontificato furono durissimi, eppure trovò le parole per parlare con gli operai, mentre Paolo VI nel Natale 1968, visitando le fonderie dell’Ilva di Taranto, aveva detto ai lavoratori: “Noi facciamo fatica a parlarvi. Noi avvertiamo la difficoltà a farci capire da voi… Ci sembra che tra voi e Noi non ci sia un linguaggio comune”. «Sembrava – afferma Fisichella – che la Chiesa avesse perso il mondo del lavoro e chi arriva, come successore di Paolo VI? Wojtyla, che aveva addirittura lavorato. Vedete come è fatta la Chiesa?».

Giovanni Paolo II
Giovanni Paolo II

Sollecitato dal vaticanista dell’Adn-Kronos Enzo Bonaiuto sulle riforme avviate da Francesco, Fisichella afferma che «a me non è piaciuto» che si iniziasse con quella dello Ior, l’Istituto per le opere di religione del Vaticano. E non perché non ce ne fosse bisogno, ma perché «non bisognava partire dai soldi. Per prima cosa non ci sono le finanze, ma il Vangelo. Mi dispiace e mi sento libero di doverlo dire», perché il pericolo è di dare l’immagine «che siamo tutti corrotti».

Se qualcuno ruba deve essere mandato via, ma non è che tutta la Curia si comporta in quel modo. Stesso discorso per la pedofilia, tema scottante dopo gli scandali emersi negli ultimi anni. «Non è che, perché uno sbaglia, si possa pensare che tutti fanno così. E invece nella Chiesa cattolica questo è avvenuto e mi dispiace molto». Benedetto XVI, ricorda Fisichella, «ha dovuto affrontare il problema in maniera molto seria e papa Francesco sta continuando» in questa direzione «per restituire credibilità a tutto un mondo di preti che vive bene il proprio sacerdozio». Un percorso che ha portato, nei giorni scorsi, alle dimissioni in massa della Conferenza episcopale cilena.

Riformare, continua Fisichella, significa anche cambiare il modo in cui avviene la selezione e la formazione del clero, sia nei seminari che negli ordini religiosi. Le parole chiave di Francesco sono: misericordia; discernimento; conversione pastorale; lotta all’autoreferenzialità. In particolare il discernimento è «fondamentale e significa – spiega Fisichella – che quando ci accompagniamo agli altri non possiamo andare troppo avanti, ma la Chiesa non può neanche pensare di stare troppo indietro. A volte c’è bisogno di rallentare, altre di accelerare il passo, ma dobbiamo sempre accompagnare le persone. Il discernimento di fatto è l’accompagnamento di cui le persone hanno bisogno ed è anche quello di cui Francesco parla nella vexata quaestio della comunione alle persone divorziate e risposate».

Il papa, aggiunge l’arcivescovo, «lo ha detto in termini tanto chiari quanto immediati. Non è che chiunque fa la comunione». C’è bisogno di compiere il discernimento, che significa riportare la questione «ad una dimensione più sacramentale, dove tu ti confronti con te stesso, con Dio e con il sacerdote che ti accompagna». «Dire: “fai tutto quello che vuoi” non è discernimento e non è neppure nell’idea del papa. Questo significa prendere delle cantonate che portano a non interpretare in maniera coerente il pensiero di Francesco, ma a strumentalizzarlo».

Papa Francesco e il patriarca Bartolomeo
Papa Francesco e il patriarca Bartolomeo

Fisichella chiarisce inoltre che su certi temi, come quello dei profughi e degli immigrati, spesso il papa parla agli Stati, perché si tratta di problemi internazionali. «Quando il papa è andato a visitare i campi profughi a Lesbo insieme al patriarca Bartolomeo è rimasto scioccato». In quelle condizioni spesso «non ci sono le minime condizioni di dignità umana. Sono cose terrificanti i rapporti che arrivano…». Queste condizioni di povertà portano spesso il papa a fare una denuncia mondiale, anche perché è l’unico a farlo. «Mi dite chi è che parla della cultura dello scarto?», chiede Fisichella che ricorda anche la grande generosità che c’è nella Chiesa.

A chi chiedeva chiarimenti sull’espressione usata da Francesco: Cristo “si è fatto diavolo, Fisichella ricorda che l’italiano non è la lingua madre del papa. «Avendo studiato la filosofia del linguaggio mi sento di dire: contestualizziamo come è stata detta l’espressione, quando, in che contesto. Sono regole fondamentali per capire realmente cosa la persona voleva dire. Certamente il papa voleva dire “si è fatto peccato”, come dice Paolo nella lettera ai romani: Cristo si è fatto peccato per noi, per distruggere il peccato».

Tra le riforme avviate, Fisichella ricorda infine quella della pastorale, che significa «che il sacerdote comunica in maniera coerente la Parola di Dio e aiuta il popolo a crescere nella fede». Bisogna superare la tendenza alla «laicizzazione del clero e alla clericalizzazione dei laici», recuperando ciascuno la propria identità.

Leggi qui la prima parte dell’articolo: Fisichella: le critiche al papa sono strumentali

 

 

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