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Persona e famiglia > Lo sport del lunedì

US Open: Zverev sfata il tabù ed è re di New York

di Noemi Di Benedetto

- Fonte: Città Nuova

Il tedesco Alexander Zverev è primo tennista dell’anno per punti e ora Sascha può mettere nel mirino addirittura il trono mondiale del nostro Sinner

Il tedesco Alexander Zverev posa con il trofeo dopo aver vinto la finale del singolare maschile agli US Open di tennis presso lo USTA Billie Jean King National Tennis Center a Flushing Meadows, New York (USA), il 13 settembre 2026. EPA/CRISTOBAL HERRERA-ULASHKEVICH

Ci si sarebbe aspettati un urlo liberatorio di quelli che squarciano la notte di Flushing Meadows, un pianto, un’esultanza senza freni e, invece, al termine del suo match point, il tedesco non si era nemmeno accorto di aver vinto. L’edizione 2026 degli US Open si è conclusa, infatti, con un simpatico siparietto che ha visto Zverev, dopo aver chiuso con l’ennesima bastonata di servizio, chiedere altre palline per il gioco mentre i 24.000 spettatori applaudivano il nuovo vincitore dello Slam. Solo a quel punto il numero uno del tabellone ha realizzato e ha esultato, in maniera molto controllata, prima di andare a stringere la mano allo sconfitto beniamino di casa.

La fine di un tabù e la caccia al numero 1

Oltre al prestigio di sollevare la coppa d’argento, questa finale portava con sé un peso specifico enorme sia nella carriera di Alexander Zverev che in ottica Ranking ATP.

Sascha Zverev sfata un tabù durato 6 lunghi anni. Nel 2020, curiosamente proprio il 13 settembre, perse la sua prima finale Slam contro Dominic Thiem dopo essere stato in vantaggio due set e un break (e servito per il match). Un’autentica sliding door, un peso che si è portato dietro fino allo scorso giugno vincendo con Cobolli a Parigi il suo primo Major. Nella stagione del riscatto, però, non poteva mancare la Grande Mela che aveva spezzato il cuore del gigante di Amburgo, all’epoca 23enne, tra il silenzio degli spalti dell’Arthur Ashe, deserto a causa del Covid.

Ma, lì dove la sua maledizione sembrava essere iniziata, si interrompe bruscamente e nel modo più bello perché, se al Roland Garros la vittoria poteva essere quasi un caso, qui è stata pura magia. Una magia che ha concluso nel migliore dei modi le due settimane americane che hanno visto il numero 1 del tabellone, grazie anche all’assenza di Sinner e Alcaraz, dominare un set dopo l’altro fino ad una finale che si è giocata, per almeno 3 set su 4, a senso unico.

L’atto conclusivo degli US Open concluso con i parziali di 6-3, 7-6, 5-7, 6-2 in tre ore e 35 minuti, è stato quasi tutto nelle mani di Sascha, dal punto di vista tattico e mentale prima che da quello tecnico. Basti dire che la prima palla break per Shelton (annullata) è arrivata dopo due ore e 18 minuti. Mentre il re delle finali controllava ogni punto, studiava ogni servizio e dominava un punto dopo l’altro, l’americano ‒ alla sua prima finale qui ‒ ha sofferto in apertura la tensione della partita fin qui più importante della giovane carriera e ha litigato con la sua arma più forte, il servizio. Il secondo set è stato leggermente più equilibrato con Sascha che, però, ha dominato il tiebreak. Il match si è acceso veramente nel terzo set, quando si è alzato vertiginosamente il rendimento al servizio del 23enne di Atlanta che è riuscito a piazzare un break chirurgico, a 15, per chiudere 7-5 allo scoccare della terza ora di gioco. Un parziale che ha mandato l’Arthur Ashe in visibilio, ma solo per poco tempo, perché le doti agonistiche e l’esperienza hanno fatto la differenza nel quarto e ultimo set vinto agevolmente dal campione del Roland Garros che, ancora troppo concentrato, per qualche secondo è stato l’unico dei 24 mila del Centrale a non rendersi conto di essere il nuovo campione a New York.

E, oltre alla singola vittoria e a questo triste tabù del re senza corona finalmente doppiamente sfatato come ha poi ricordato lo stesso al termine della gara: «Ho aspettato 30 anni per vincere un Grande Slam e ne ho conquistati due in tre mesi», il tedesco è da oggi ufficialmente il numero 1 della Race e ora ha tutte le carte in regola per puntare a diventare numero 1 del mondo di fine anno (grazie ad una differenza di oltre 2000 punti in meno da difendere da qui a Torino rispetto all’altoatesino).

Un 2026 da record: re della Race e tripletta Slam

E la vittoria a New York non è un caso isolato per Alexander “Sascha” Zverev ma, semmai, questo trionfo mette il punto esclamativo su una stagione 2026 semplicemente fantastica per il tedesco che, a 29 anni, sta vivendo l’anno d’oro della sua carriera. Con questo successo, Alexander Zverev blinda matematicamente ‒ come già accennato ‒ il primo posto nella classifica ATP Race, che tiene conto dei soli risultati dell’anno solare, certificando lo status di giocatore più continuo e vincente del circuito. Quello dell’attuale stagione è un percorso netto da recordman: dopo aver trionfato sulla terra battuta del Roland Garros a giugno, conquistando il primo Major in carriera, e aver raggiunto la finale sul prestigioso campo in erba di Wimbledon, Zverev è diventato uno dei 12 tennisti nell’era Open a giocare tre finali Slam su tre superfici diverse nello stesso anno.

È infatti solo il dodicesimo giocatore a giocare almeno una finale Slam su tutte le tre differenti superfici dal 1978, ovvero da quando lo US Open si gioca a Flushing Meadows sul cemento. Un record che lo piazza direttamente nell’Olimpo dei tennisti perché, prima di lui, solo i grandi ci erano riusciti: Bjorn Borg, John McEnroe, Ivan Lendl negli anni ’80; Jim Courier e Andre Agassi negli anni ’90 e, negli anni 2000, tutti i 4 componenti del Big Four (Roger Federer, Rafael Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray). Di recente, poi, ovviamente Carlos Alcaraz e Jannik Sinner. Tutti giocatori che, dopo questa impresa, e, dopo almeno due finali vinte, hanno chiuso la stagione da numero 1 del mondo: prossimo obiettivo del fuoriclasse tedesco.

Ma, per la vetta ATP c’è ancora tempo con il nostro Sinner ancora fuori dai giochi fino a fine mese e, intanto, Sascha può dedicarsi a festeggiare un titolo che forse non sarebbe mai dovuto arrivare come racconta lo stesso nella commovente dedica alla madre nell’intervista finale.

«Voglio ringraziare una persona che non guarda mai le mie partite, ma che è la persona più importante nella mia vita tennistica e nella mia vita in generale. Quando a tuo figlio di 4 anni viene diagnosticato il diabete e i medici ti dicono che la vita e lo sport saranno molto, molto limitati per quel bambino, ci vuole una madre molto, molto forte per uscire da quegli ambulatori e dire: “Mio figlio sarà chiunque voglia essere. Se vuole fare il tennista, farà il tennista. Se vuole fare qualcos’altro, farà qualcos’altro. Ma questa malattia non ci definirà”. Mia madre è la persona più importante e forte che conosca. Ci vuole una donna incredibilmente forte per fare quello che ha fatto lei» e, grazie alla sua mamma, Sacha è davvero diventato chiunque volesse essere: re del Roland Garros, degli US Open e poi chissà…

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