Uno sconfinato buonumore

Intelligente e sornione, Eugenio, 45 anni, è uno degli autori più impegnati del nostro cinema. Capace di coniugare contenuto a leggerezza. La scuola con Fellini, di cui è stato aiuto regista, ha lasciato evidenti buone tracce. Uno su due. Cioè, uno su due ce la fa a vincere una grave malattia. È questa la storia che racconti, con Fabio Volo, avvocato rampante, ricoverato all’improvviso in ospedale, in attesa del risultato delle analisi… Mi interessava vedere un uomo, sul banco di prova, quale risposta può dare al destino. Come diceva Pascal: rispondere alla domanda: Cosa c’è prima e cosa c’è dopo?. In mezzo ci sono la vita, e il mistero. Il film nasce dall’esigenza di raccontare in progressione l’avvicinamento a queste domande. Pascal diceva: tutti siamo imbarcati. Difatti la storia si apre con una scena in aereo che dà l’idea appunto di un viaggio o se si vuole di un treno in corsa. Certo, il film ricrea una realtà fittizia, ma che comunque è un assaggio, attraverso tante finestre che sono gli sguardi colti dalla macchina da presa, su un mondo che si rispecchia nella pellicola e che, grazie alla sensibilità dell’artista, diventa un vissuto. In un modo spesso inspiegabile, perché per me l’arte è avvicinamento al mistero. A me non interessa in un’altra forma se non quella di un tentativo di risposta. Come il protagonista del film che si fa tutta una serie di domande e, nel timore della malattia, si muove con una consapevolezza che aumenta vagone dopo vagone – per stare alla metafora del treno – fino ad accorgersi almeno che stava sul treno, che è poi la vita. I momenti di dolore dei vari personaggi servono perciò a farsi delle domande importanti. La sofferenza è qualcosa da cui in un modo o nell’altro il protagonista fugge. Quest’uomo spavaldo, all’inizio, si deve poi gradualmente avvicinare al suo grande dolore interno: la mancanza di un rapporto vero con suo padre. Lo choc della vita ospedaliera è quindi un lampo che accende la voglia di proseguire nel viaggio della vita con meno distrazioni. Infatti, secondo me, il problema attuale è che tutti noi siamo distratti, bombardati da sollecitazioni continue di un mondo cambiato, di una rivoluzione – e speriamo, non involuzione -antropologica in atto. Fabio Volo, cioè il protagonista, vive rapporti distratti con tutti. Con la sorella, ad esempio. Certo, lui è il prototipo di questa progressiva distrazione che oggi comincia dall’infanzia. Ma quando inizia a star male, Volo forse torna a quale è normalmente l’uomo nei suoi minimi termini. Egli lamenta la confusione del mondo esterno. Qualcuno gli fa notare che questa esisteva anche prima del suo ricovero, solo che lui era troppo distratto ed in formaper accorgersene . Ninetto Davoli interpreta un camionista, compagno di stanza di Volo in ospedale. Davoli è il passato, nella sua accezione migliore. Sta peggio del protagonista, ma ha un altro modo di reagire. Nella sua carenza di informazioni, e forse già con una diversa percezione del viaggio è semplice e saggio. Diventa una specie di Virgilio di Fabio Volo nella vita ospedaliera, cosa che, mi pare, crea dei duetti davvero spassosi! Volo davanti a lui all’inizio prova una repulsione, poi lentamente questo rapporto gli diventa così nutriente da accendergli una luce, una speranza. Davoli è lo specchio trasparente della realtà. Ma ho cercato appunto di raccontare con un tono distaccato, leggero, grazie ad una speciale alchimia che si è creata fra gli attori stessi. Che sono andati meravigliosamente d’accordo…. Ci sono molti giovani nel tuo racconto. Io li considero un magma molto positivo. Questi apparenti superficiali in realtà sono degli universi profondi disposti ad aprirsi se sollecitati con onestà, perché hanno del mondo una visione più dinamica – più onesta – anche del protagonista, che ha 36 anni. La ragazza diciottenne che incontra Volo nella fase del film in cui lui fa i conti con sé stesso, ne intuisce la ferita interiore, ed è capace di fare lo sforzo più difficile: andare a trovare il padre, suo compagno di stanza, con cui non ha rapporti da anni. Un gesto importante per lei e per il film… Prima di girare, ho raccolto parecchie interviste di giovani con problemi familiari. Mi sono convinto che essi sono osservatori privilegiati delle trasformazioni, canali adatti ad avvicinarsi meglio all’intuizione di come inizia e come finisce il viaggio della vita. Per questo è bene ascoltarli con attenzione, rispettarne le istanze. Eugenio, cosa è allora per te la vita? Io cerco di raccontarla sempre nei miei film. Per me è un volare, come per il protagonista nella paurosa esperienza del parapendio. In questa storia , ci sono diverse situazioni aeree: se vogliamo, il volo può essere la materializzazione visiva del desiderio di cambiamento del protagonista. Una sensazione di distacco, necessaria, per affidarsi all’in-cognito e sperare di salire… È perciò il momento in cui sulla faccia di Volo si dipinge il metafisico. Volare infatti trasmette qualcosa che ha a che fare con la dimensione interiore, indecifrabile, del distacco da terra. Contemporaneamente, rappresenta un’aspirazione a immergersi in profondità abissali. Quello del volo di Volo nel film è il momento più spettacolare e divertente. Perché poi (sorride,ndr) i film sono fatti da dei furbacchioni che approfittano di queste sensazioni, nella speranza che la gente vada a vederli (ride, ndr)!. Nella tua filmografia come collocheresti Uno su due? È il primo film dove sono riuscito a dire parte di quello che a me interessa. Nei lavori precedenti, c’era, oltre lo sforzo del racconto, una sorta di più controllato scandaglio dei sentimenti. Qui ho potuto affrontare temi che fanno parte della mia riflessione quotidiana, di una mia nuova sensibilità nei confronti delle cose, per esempio il mistero delle relazioni interpersonali. Un po’ come un geroglifico che man mano mi si è chiarito. Del resto, il film è nato sotto una buona stella, perché la troupe, gli attori ci hanno messo molta sincera passione. È importante perché un film è una operazione collettiva, diventa non il mio, ma il nostro film. Infatti, quando i collaboratori non si sen- tono solo mano d’opera, ma anime all’opera, si ricrea un’anima unica che è questo grande respiro che il film poi cerca di offrire. In questo senso, c’è stato un rapporto splendido col mio produttore Beppe Caschetto che ha creduto nell’impresa – cosa fondamentale – ed è pure lui un uomo di buonumore. È questo che vorresti lasciare al pubblico? Uno su due è un film denso ma, come dicevo, ho puntato alla leggerezza, affidandomi al vento dello spirito. Uno lo può vedere come ispirazione o illuminazione, ma certo l’atteggiamento del distacco mi pare il modo necessario ad un artista per costruire il suo, di volo… Nel finale, ci sono due scambi di sorrisi (bellissimi, ndr) fra Davoli e Volo. Un sorriso fra persone che hanno sofferto insieme e sono giunte a capire il valore dei semplici gesti di gentilezza e solidarietà che non costano niente, ma possono aprire e approfondire il rapporto con gli altri. Il sorriso finale non è unvolemose bene buonista, ma un momento dove Volo si rivede e spera di rivedersi ancor migliore, un giorno. Lo definirei un finale migliorista. Per questo vorrei passasse al pubblico uno sconfinato buonumore. Attraverso passaggi anche dolorosi, ma non cupi, arrivare ad una condizione di leggerezza, attenta, e non distratta. Un po’, secondo me, come è bene prendere il dono della vita.

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