Un’arte.Più che un mestiere.

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C’era una volta la famiglia dove più generazioni convivevano sotto lo stesso tetto. Potrebbe iniziare così quella che non è una favola ma cronaca quotidiana dei nostri giorni. Adesso quel tipo di famiglia di cui parlavamo prima non è il modello più diffuso. La crescente partecipazione femminile al mercato del lavoro, l’invecchiamento della popolazione, la voglia di tempo libero con la conseguente scelta di investire quote di reddito per la collaborazione di altre persone alle quali affidare mansioni domestiche e di cura, sono, secondo il Censis, tra i fattori che hanno contribuito in maniera rilevante alla nascita di una figura sociale che si va diffondendo rapidamente: la badante. Lo diciamo al femminile perché per lo più si tratta di donne, ma in effetti anche alcuni uomini, seppur in percentuale inferiore, scelgono di svolgere questa professione o, dovremmo dire, di prestare questo servizio. Non si è dileguata la famiglia, che spesso supplisce come può alla carenza di servizi sociali adeguati, tant’è che il 76 per cento degli anziani non autosufficienti e il 74,3 per cento di invalidi disabili trovano all’interno del nucleo domestico l’assistenza necessaria. Un valore inestimabile che, quantificato in termini monetari, si aggira sui 75 miliardi di euro. Ma certo l’andamento demografico in forte rallentamento non aiuta l’equilibrio delle componenti sociali. Ne è riprova l’ultimo rapporto dell’ufficio americano del censimento, che ha rilevato un tasso di natalità del 2,6 per cento nel 2002 contro il 3,3 per cento nel 1990. Dati che fanno prevedere nel 2050 una popolazione mondiale nella quale gli over 65 saranno tre volte più numerosi di quanto non lo siano ora. Non possiamo certo pensare che sia automatica una riorganizzazione sociale secondo questa prospettiva, ma al contempo ci rendiamo conto che non si può perdere molto tempo perché ad una maggiore durata della vita corrisponda un’altrettanto maggiore qualità. Che passa anche dall’assistenza. Una parola che evoca malattia, disabilità, difficoltà a sapersi gestire… In effetti l’assistenza comprende tutto questo; ma anche un anziano senza particolari patologie richiede una presenza, fosse anche solo affettiva. Lo affermavamo prima: sta emergendo la nuova figura professionale del badante. Spesso immigrati che cercano di inserirsi nel mondo del lavoro; ma non solo, come ci dirà il dott. Massimo Petrini, docente di Etica geriatrica presso l’Università cattolica di Roma. È proprio al Gemelli che ha preso da poco il via il quinto corso di formazione per badanti, promosso dal policlinico con il patrocinio del movimento Umanità nuova. Oltre alle nozioni di base in ambito assistenziale, si studiano l’alimentazione dell’anziano, l’igiene personale, l’uso dei farmaci, le emergenze domestiche. E non viene tralasciato l’aspetto spirituale, quello giuridico, il tipo di cultura in cui vive l’assistito. Un corso che vuole essere completo, considerare cioè la persona nel suo insieme. Più che nozioni, infatti, è necessario acquisire delle profonde motivazioni per svolgere questo che, come diciamo nel titolo, più che un mestiere è un’arte che pone al centro la dignità della persona. E a ciò di sicuro contribuisce questo corso, non l’unico in Italia ma tra i più qualificati. Ne parliamo appunto con uno dei coordinatori. Dott. Petrini, il vostro corso è giunto al quinto anno e ha dovuto triplicare i cinquanta posti previsti inizialmente.Vuol dire che c’è un interesse crescente? Sì, anche perché quella del badante è una figura sempre più attuale. Per tenere l’anziano a casa è in un certo senso la soluzione più economica e a portata di mano. L’arte di assistere a domicilio gli anziani non autosufficienti. Dietro questo, che è il titolo del corso, c’è il senso del corso stesso? La finalità è quella di avere delle persone qualificate professionalmente per aiutare la famiglia a gestire un paziente con disabilità. Arte perché, come tutta l’attività assistenziale, comprende i medesimi doveri profes- sionali e perché, superando l’aspetto dell’assistenza solo fisica, riguarda anche quella spirituale e psicologica. A pensarci bene assistere un anziano non richiede solo competenze sanitarie… Esatto. È importante stimolare l’anziano a vivere, a impegnarsi, tenere in esercizio le funzioni cognitive che, in assenza di una patologia, sono le ultime a perdersi. Quella di badante sta diventando una vera e propria professione. Non pensa che come tale dovrebbe essere lasciata meno all’improvvisazione? Il nostro scopo è di qualificare tecnicamente chi si appresta ad esercitarla; però credo che alla lunga sarà una professione regolamentata. Si comincia a parlare di legiferare in questo ambito anche per garantire le famiglie. Nel corso sono previste quaranta ore teoriche e centoventi di tirocinio nei reparti di degenza. È soprattutto da questo che traiamo il nostro giudizio. Alla fine rilasciamo un attestato e una dichiarazione circa le mansioni che possono esercitare. In una società come la nostra dove l’età media aumenta sempre di più e le famiglie riescono sempre di meno a far fronte alle necessità di un’anzianità prolungata, quale valore sociale assume la figura del badante? Io credo che sia una delle figure più importanti perché la prima vera assistenza dell’anziano è a casa, dove egli ha bisogno di rimanere il più a lungo possibile, anche dal punto di vista terapeutico e geriatrico. Occorrerebbe infatti ricorrere all’ospedale o alla casa di riposo solo quando è estremamente necessario. Il badante, così, diventa importantissimo, come pure il servizio di assistenza domiciliare, perché permette all’anziano di rimanere a casa e allo stesso tempo viene in aiuto alle esigenze della famiglia. D’altra parte bisogna considerare che oggi una coppia è per lo più formata da due figli unici che lavorano e potrebbero ritrovarsi a doversi occupare di quattro genitori e magari due nonni, cioè sei persone a carico. Anche se la vecchiaia non necessariamente coincide con la malattia, come farebbero a gestire una tale situazione?. D’altra parte non si può delegare ai badanti tutta la responsabilità di gestire questa fase della vita tanto delicata quanto preziosa… Proprio così. Il badante collabora con la famiglia che deve mantenere comunque il suo ruolo indispensabile per la vita stessa dell’anziano che altrimenti, qualora si sentisse abbandonato, potrebbe decidere di lasciarsi morire, cioè di non reagire più, non interessarsi più. Perché secondo lei tanti scelgono questo mestiere, solo per la necessità di trovare un lavoro? Certo, si tratta soprattutto di persone immigrate, che in questo modo hanno la possibilità di inserirsi più facilmente nel mondo del lavoro. Però bisogna tenere presente che queste persone spesso hanno un concetto dell’anziano come del vero patriarca della famiglia, per cui lo trattano con molto rispetto. Fra quelli che frequentano il corso ci sono persone che già hanno lavorato con gli anziani nel loro paese, laureati, diplomati, infermieri, gente che ha avuto pratica con il mondo geriatrico ma magari non è in possesso di un titolo riconosciuto in Italia. Sono a volte persone che già lavorano ma vogliono qualificarsi di più e affrontano dei sacrifici per frequentare le lezioni. C’è sicuramente tanta buona volontà. Come giudica l’interesse dell’opinione pubblica per questo tipo di corsi di formazione? In effetti parecchi giornali ne hanno parlato. Quanto all’opinione pubblica, ogni tanto si parla degli anziani, però manca la consapevolezza delle cifre. Nella società possiamo registrare una sempre maggiore sensibilità verso questi argomenti, ma credo che ancora non ci si renda abbastanza conto del cambiamento demografico che è avvenuto e ci ha trovati un po’ impreparati.

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