Un’agenda politica sul carcere nel nome della dignità

Il numero eccessivo dei suicidi in carcere conferma il quadro preoccupante degli istituti penitenziari riportato nel rapporto di Antigone di fine luglio. I numeri che dettano l’agenda di una riforma necessaria in Italia nel nome della dignità umana
Ingresso Rebibbia Cecilia Fabiano/ La Presse

Il suicidio in carcere di Donatella, una giovane donna di 27 anni, ha squarciato in parte il silenzio sulle condizioni degli istituti di reclusione in Italia che resta uno dei problemi irrisolti del nostro Paese.

A fare notizia non è solo il numero elevato dei suicidi che avvengono in carcere (47 dall’inizio dell’anno) ma il sincero dispiacere espresso da Vincenzo Semeraro, giudice di sorveglianza di Verona, molto attento e attivo nell’accompagnare e lenire le condizioni di detenzione delle persone in stato di detenzione. Chi opera con coscienza in questi ambiti, separati rigidamente dalla vita ordinaria, è capace di raccontare storie, speranze e drammi che restituiscono un volto a vicende comuni, fatte di errori pagati a caro prezzo nei gangli di istituzioni che necessitano una radicale riforma.

Non è un tema che attira voti soprattutto in un clima elettorale pieno di “agende” che parlano di altre priorità. Come ha fatto notare l’associazione Antigone nel suo rapporto di metà anno, la caduta anticipata del governo Draghi «ha portato ad un’interruzione del percorso di riforma che era stato iniziato, anche grazie al lavoro della Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario guidata dal professor Marco Ruotolo».

Ad ogni modo proprio l’ultimo report reso noto a fine luglio dall’associazione Antigone, attiva fin dal 1991 “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, permette di individuare alcune emergenze che il nuovo esecutivo non può ignorare.

A fine giugno risultavano 54.841 persone recluse esposte ad un tasso di sovraffollamento effettivo del 112%, contro il 92% della media europea, sensibilmente peggiore in Lombardia (148,5%) e con casi abnormi come quello del carcere di Latina che registra il 190% di sovraffollamento.

Condizioni insopportabili, sensibilmente peggiorate in questa estate caldissima dove alcuni istituti, come quello di Santa Maria Capua Venere, non hanno l’accesso all’acqua potabile ma garantiscono una dotazione giornaliera di 4 litri a detenuto.

«Per combattere il gran caldo – afferma Antigone -il Dap, Dipartimento amministrazione penitenziaria, con una recente circolare, ha autorizzato l’acquisto dei ventilatori nel sopravvitto» ma a spese degli stessi detenuti con evidenti disparità dei più poveri.

Il 34,8% dei detenuti è in carcere per violazione della legge sugli stupefacenti. Tale percentuale, quadi doppia di quella esistente in Europa, è al centro del dibattito sulla riforma della normativa specifica ma il dato che fa più pensare riguarda il fatto che circa 20 mila detenuti devono scontare un residuo di pena inferiore a 3 anni e quindi poterebbero accedere a misure alternative al carcere.

Il 29% di coloro che sono in carcere devono ancora avere una condanna definitiva, il 15% sono in attesa del primo giudizio.

Sono questi solo alcuni dati indicativi del  dossier di 30 pagine redatto da Antigone e dal quale emerge, come al solito, le condizioni disagevoli, perché sotto organico, di agenti di polizia penitenziaria, educatori e addetti all’area amministrativa.  «A fronte della media nazionale di 80,5 detenuti per educatore, ci sono casi limite di istituti che presentano un rapporto ancora più sproporzionato: ad esempio, nell’istituto penitenziario di Napoli Poggioreale ci sono 221 detenuti per un educatore, a Sulmona 208 e a Velletri 201». Allo stesso tempo ci sono anche casi anomali di istituti senza direttori e quelli in cui «il numero degli agenti presenti è più alto di quello dei ristretti».

Il 13% dei detenuti ha una diagnosi psichiatrica grave ma l’assistenza è carente sotto questo aspetto con il conseguente abuso di psicofarmaci e l’innalzamento dei casi di suicidio.

Colpisce la narrazione di un caso emblematico presente nel rapporto, quello di G.T. «un giovane ragazzo di 21 anni che secondo il Tribunale di Milano in carcere non doveva stare. Detenuto a San Vittore dall’agosto del 2021 per il furto di un cellulare, nel mese di ottobre il giudice aveva disposto il suo trasferimento in Rems (Residenza per le misure di sicurezza) in quanto una perizia psichiatrica dimostrava la sua incompatibilità con il regime carcerario, a causa di un disturbo borderline della personalità. Nella notte del 31 maggio, a otto mesi da quella pronuncia, G. T. si è tolto la vita. Nelle settimane precedenti ci aveva già provato altre due volte».

Commentando infine gli ultimi casi di suicidio in carcere, il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella, chiede che sia allargato il diritto dei detenuti alle telefonate verso l’esterno (attualmente il regolamento prevede una telefonata a settimana per soli dieci minuti). «Una telefonata a una persona vicina, amata può salvare la vita – afferma Gonnella-  Una telefonata di questo tipo non può che essere estemporanea; avviene quando la mente è occupata da pensieri tragici, di morte. Oggi sono consentite poche telefonate programmate in orari prestabiliti. Alle donne e agli uomini in carcere non devono essere tagliati i legami, i ponti con l’esterno. È inumano, nonché in netto contrasto con una idea di pena che deve tendere al reinserimento dei condannati».

L’opinione pubblica è giustamente preoccupata dall’impunità esibita dagli esponenti della malavita organizzata e dai casi scandalosi di autori di delitti efferati che escono dal carcere prima del tempo grazie all’assistenza di abili avvocati.

Bisogna, allo stesso tempo,  tener sempre presente che chi vive condizioni di estrema precarietà e sofferenza in carcere è proprio quella parte di umanità che non ha reti e risorse per potersi difendere efficacemente anche in casi di evidenti ingiustizie accentuate dalle carenze di un sistema penitenziario che offre lo specchio autentico del livello di dignità di un Paese.

 

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