Una Parola per la nostra vita

Che cosa significa “vocazione”? è un destino ineluttabile che Dio ha pensato per la nostra vita? Che spazio ha la libertà dell’uomo nella realizzazione della sua vocazione? La riflessione di Matteo Ferrari, monaco camaldolese, autore di “Verso la terra che ti indicherò” (Città Nuova, 2016).
Verso la terra che ti indicherò_Matteo Ferrari_Città Nuova

“Vocazione”, quante volte ne sentiamo parla­re nei nostri ambienti ecclesiali! Nella vita di ogni giorno o anche già al catechismo, fin da bambini, l’abbiamo sentita pronunciare, talvolta unicamen­te riferendosi alle vocazioni legate al ministero del presbitero e alla vita religiosa nelle sue varie forme. A questo proposito scrive Christoph Theobald:

A lungo il proiettore è stato fissato di preferenza sulla figura sociale che questa parola (vocazione) rappresenta, come una specie di risultato visibi­le di un processo rimasto segreto: «un tale ha la vocazione, una tale ne ha un’altra», sottolineando quella del prete o della religiosa, «ma io non ce l’ho». Oggi non è forse necessario fissare il pro­prio sguardo prima di tutto sull’esperienza che si cela dietro questo sostantivo? Dietro questa paro­la, che indica generalmente una specie di «avere», si dimentica forse che c’è l’«agire».

 

Ci è stato detto magari che dovevamo capire quale fosse la nostra vocazione, quasi si trattasse di qualcosa di già predeterminato e che noi dovevamo solo scoprire, per essere felici e realizzarci nella no­stra vita, compiendo la volontà di Dio.

Ma è proprio questo che si intende nella Bib­bia quando si parla di vocazione? Inoltre dobbiamo anche chiederci: quale concetto di vocazione può essere proposto agli uomini e alle donne del nostro tempo?

 

A partire dal Concilio Vaticano II, la modalità di parlare della vocazione è cambiata molto nella Chiesa. Si è passati da un’idea di vocazione unica­mente legata alla chiamata alla vita religiosa o al ministero ordinato, a una visione differente e più ampia, capace di considerare come una chiamata ogni scelta di vita cristiana, compresa quella laicale e matrimoniale. Per molti è stata e, a volte, è ancora una grande scoperta capire che anche quella degli sposi è una vocazione. […]

 

Se è vero che è stato fatto questo passo in avan­ti, occorre chiedersi che cosa intendiamo quando parliamo di vocazione personale. Pensiamo ancora a un destino ineluttabile che Dio ha predisposto per ognuno di noi fin dalla fondazione del mondo? Ci riferiamo a una possibilità da non perdere per la nostra realizzazione? Dio veramente pensa a ognu­no di noi prefissando ciò che dobbiamo fare nella vita? La vocazione riguarda un momento partico­lare della nostra esistenza di credenti, oppure è la vita cristiana, in quanto tale, a essere risposta a una chiamata da rinnovare ogni giorno?

 

Senza dubbio l’affermazione che Dio pensa a ogni uomo e a ogni donna singolarmente è un aspetto fondamentale da tener presente e da sal­vaguardare. Si tratta di un aspetto del tema della vocazione a cui non possiamo rinunciare, se pen­siamo in base alla tradizione biblica. Il Dio della rivelazione ebraico-cristiana è un Dio che incrocia e incontra le storie personali degli uomini e delle donne, nessuno escluso.

 

Nel tentativo di formulare una visione di che cosa sia la vocazione per la no­stra vita, magari più matura e più vera di quella che comunemente può essere divulgata, non possiamo dimenticare questa sottolineatura. Infatti, se pren­diamo in mano la Bibbia, troviamo che il Dio di Abramo e di Gesù vuole incontrare uomini e don­ne concreti, con un nome, un volto e una loro storia personale e comunitaria.

Se questo è vero, rimane la domanda: come pensare la vocazione? Possiamo vedere la vocazio­ne come una decisione di Dio presa nostro malgra­do e che noi dobbiamo riuscire a individuare per essere felici e compiere la sua volontà su di noi? La vocazione può essere vista come una scelta già fatta da Dio, alla quale noi ci dobbiamo semplicemente adeguare?

 

La Scrittura ci conduce verso una visione cer­tamente differente di vocazione che, pur salvaguar­dando la libertà di Dio e il suo rapporto persona­le con ognuno, prende sul serio anche la libertà dell’uomo non solo nel dare o no l’assenso alla chia­mata di Dio, ma anche nel costruire insieme a lui la propria esistenza.

La vocazione, nella tradizione ebraico-cristia­na, non può che essere un’azione di Dio e dell’uo­mo insieme, qualcosa che si costruisce in un dialogo portato avanti da due libertà. Per questo si potreb­be definire la vocazione come «la Parola di Dio per la nostra vita». Ogni vocazione, ogni chiamata nella Bibbia è una parola di Dio da accogliere e incarnare nella vita dei singoli e del popolo. Poi certamente tale chiamata si concretizzerà in scelte ben precise, in missioni concrete, in forme di vita specifiche, ma originariamente la nostra vocazione è una parola di Dio che abbiamo ascoltato come rivolta a noi e che siamo chiamati a fare nostra. […]

 

Essa ha due protagoni­sti ugualmente attivi, sebbene la parola di Dio e la gratuità del suo dono vengano sempre per primi. L’uomo non deve unicamente scoprire la propria vocazione, ma deve costruirla insieme con quel Dio che lo chiama.

In questa prospettiva, la vocazione non può essere intesa come un momento puntuale: «Quan­do hai sentito la vocazione?». Essa è un’esperienza che accompagna tutta la vita del credente. Certo, ci potranno essere eventi particolari, tappe significative, incontri decisivi, ma la vocazione accom­pagna tutta l’esistenza. Il credente è sempre un uomo, una donna che ascolta la parola che Dio ogni giorno rivolge alla sua vita e fa della sua vita una risposta a tale chiamata.

Da “Verso la terra che ti indicherò. La vocazione come risposta alla parola di Dio” di Matteo Ferrari, pp. 144 – € 14,00

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