Una nuova Europa per dire “si”

Inutile minimizzare: la bocciatura della Costituzione europea nel referendum popolare in Francia colpisce al cuore il trattato costituzionale firmato a Roma il 29 ottobre 2004. I francesi si sono infatti pronunciati in modo netto ed inequivocabile, sia attraverso l’alta affluenza alle urne, sia con la percentuale dei voti contrari. Il rispetto del verdetto popolare implica che non si può far finta che si tratti di un incidente di percorso, quasi un’anomalia tecnica, sostenendo con una certa disinvoltura che gli altri paesi possano procedere con le ratifiche nazionali ignorando o quasi lo scivolone francese. Mentre scriviamo non conosciamo l’esito del referendum olandese, che tutti i sondaggi prevedono negativo. La Francia – ha detto Chirac – resta ovviamente nell’Unione, e rimane orgogliosa del suo ruolo di paese fondatore.Tuttavia, e proprio per tale ragione, non si può non vedere quanto la mancata ratifica del trattato costituzionale indebolisca non solo la Francia, ma tutta l’Europa. La politica dello struzzo non è una scelta plausibile per l’Europa in questo tormentato inizio del III millennio. Passato lo choc, l’analisi del voto deve procedere a due livelli: comprendere le cause del rifiuto della Costituzione europea, immaginare il percorso futuro dell’integrazione del continente. Non c’è dubbio che intorno al no alla Costituzione si siano ritrovate forze che per ispirazione politica e radicamento sociale non potrebbero essere più eterogenee: un’alleanza innaturale tra nazionalisti, xenofobi, trotskisti, federalisti delusi, sostenitori di un’Europa più sociale, cittadini genericamente scontenti con la dirigenza politica in patria ed in Europa. Si può fondatamente sostenere che il referendum francese, in mancanza di un vero e proprio referendum europeo (cioè tenuto in un’unica giornata in tutta l’Unione, invece che separatamente su base nazionale), sia stato deciso da questioni che poco o nulla hanno a che fare con l’Europa: lo stato dell’economia nazionale, il disagio sociale derivante dall’immigrazione, il vago timore del confronto con culture diverse (leggi Turchia), le incertezze sul futuro per le giovani generazioni. Ma la bocciatura della Costituzione chiama in causa anche l’incapacità – dovuta talvolta a mancanza di convinzione – di un’intera classe politica, non solo francese, di spiegare fino in fondo agli europei le ragioni ed in vantaggi dell’integrazione, come fecero i Padri fondatori degli Stati Uniti con i Federalist Papers; anzi, spesso l’Europa è stata considerata come un comodo caprio espiatorio su cui riversare i problemi di casa propria. Per troppi anni, ad esempio, è stato artatamente alimentato il mito di una super-burocrazia europea (in realtà non più di 25 mila persone in totale) o di un’Unione europea incapace di risolvere i problemi europei socio-economici del continente (pur disponendo di un bilancio complessivo che si aggira solo sull’1 per cento del prodotto interno lordo europeo). Per non parlare dell’euro e del patto di stabilità, facili bersagli per dissimulare il fallimento delle politiche economiche nazionali. Inoltre vi sono coloro che hanno bollato la Costituzione europea come un prodotto di tecnocrati, dimenticando che invece – caso unico nella vicenda dei trattati europei – alla sua redazione hanno contribui-to, nella Convenzione, le istituzioni comunitarie, i parlamenti nazionali, i governi nazionali e – attraverso innumerevoli audizioni e documenti di posizione – i rappresentanti della società civile. Ciò detto, non assegnare al verdetto referendario francese l’importanza che esso merita come consultazione democratica sarebbe un grave errore. Ovviamente l’Unione non si scioglie, e potrà comunque continuare a funzionare sulla base del Trattato di Nizza. Ma il messaggio che viene dalle urne francesi è forte e chiaro: anche se per ragioni spesso contrapposte, i cittadini europei sono divenuti diffidenti dei meandri e delle tecnicalità dell’Europa, e tendono a considerarla in termini di ostacolo più che di risorsa. Guardando al futuro, c’è un’altra chiave di lettura, forse più profonda: ed è quella che il progetto europeo – in buona parte oggi ancora saldamente nelle mani dei governi, cioè dei gruppi di potere nazionale che temono di perdere le loro prerogative – non appare abbastanza ambizioso rispetto alla gravità e difficoltà delle sfide poste alle nostre società da un mondo in rapido e talvolta drammatico cambiamento. In questo senso, il segnale che giunge dal referendum francese può dunque servire a dirimere le sostanziali ambiguità che tuttora sussistono nei nostri paesi (a cominciare proprio dalla Francia) derivanti dal tentativo di coniugare interessi nazionali tattici, spesso di corto respiro, con la scelta strategica dell’integrazione europea. Un banco di prova sarà la distribuzione dei magri fondi comunitari a favore delle regioni più povere del continente: gli attuali percettori (tra cui l’Italia) hanno già fatto intendere di essere assai poco disponibili a perdere i loro assegni a favore delle aree depresse dei nuovi membri dell’Europa orientale. Le troppe ambivalenze nei confronti dell’allargamento dell’Unione sono perniciose, oltre che anti-storiche. E quando si parla di radici cristiane dell’Europa, non occorrerebbe cominciare proprio dalla fraternità, valore cristiano per eccellenza? Non a caso la Conferenza dei vescovi dei paesi dell’Unione europea ha invitato ad esplorare le implicazioni della dottrina sociale della chiesa per le politiche europee e a considerare come la carta fondamentale per i cristiani – in Europa e nel mondo – sia anzitutto il Discorso della Montagna (le Beatitudini). C’è chi concepisce l’Europa come poco più di un’area di libero scambio economico, e chi la vede invece come il nucleo di una vera e propria federazione europea. Ciò è vero da almeno tre decenni; ma ora i nodi sembrano giungere al pettine, nel senso che non è più tempo di compromessi acrobatici, asfittici e spesso contraddittori. La ricerca di un’anima per l’Europa può ripartire solo se i governi ed i popoli europei, voltando pagina, sapranno darsi, senza ambiguità e riserve mentali, un progetto politico nuovo, fatto di scelte forti ma senza esclusioni, fatto di valori ma anche di decisioni concrete. C’è forse bisogno, oggi, di una nuova iniziativa politica alta, almeno pari a quella del francese Jean Monnet che, nel 1950, pose le basi dell’Europa unita. Essa era fondata su pochi ma essenziali princìpi: riconciliazione, pace, libertà e solidarietà. Valori che non sono affatto tramontati, ma che vanno ripensati e, soprattutto, realizzati.

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