Un russo a Venezia

Fino al 3 novembre una mostra, al Ca’Foscari, getta luce su uno dei grandi artisti del Novecento sovietico

Chi era Gely Korshev?.  Credo che in Italia non tutti lo conoscano. Eppure il pittore russo, scomparso nel 2012, è oggi il soggetto di una rivelatrice  mostra veneziana a Ca’Foscari che getta luce su uno dei grandi artisti del Novecento sovietico. Un personaggio nelle cui opere si è fissata la storia della Russia dagli anni del comunismo trionfante a quello del post-Stalin fino all’attualità. Un artista anche politico, di stato, ma sempre fedele a sé stesso. Libero da tutto per dipingere “ciò che voglio e come lo voglio”. Strano, in una nazione dominata da una lunga dittatura ancora in atto, seppure in forme esternamente mutate.

Quello che colpisce nelle opere, dagli anni Cinquanta in poi, è la coerenza artistica dell’uomo.

Una pennellata carnosa, figure reali, una luce morbida, spesso fredda, un interesse per la vita che lo farebbe sembrare caravaggesco, se non fosse che le sue ombre contengono una drammaticità più nascosta che evidente. Il successo è diventato nazionale con il Trittico comunista (1959-1960), un’opera “d i regime”. Al centro la tela Alza la bandiera con un uomo stanco, provato, un amico a terra, ma lui deciso a lottare con il sangue per la libertà. Molto “patriottica”. A destra un soldato suona l’Internazionale,a sinistra un uomo scolpisce il busto del cieco Omero, il cantore dell’epos.

Lui, l’artista, come si sente? Secondo una leggenda,durante il primo viaggio in Francia e Inghilterra avrebbe faticato a vivere: in una tela (1961) ritrae L’artista che disegna con i gessetti per strada, mentre una donna gli siede vicino, pensierosa. Forse una polemica contro l’Occidente in quegli anni di guerra fredda da parte di uno sconosciuto da noi e invece considerato grande in patria?

Poi,  i tempi cambiano. Il pittore esplora altri mondi, altri stili, non accettati da tutti nel suo paese dove molti rimpiangono l’autore del Trittico comunista.

Ecco la tela I mutanti (1973), in cui, rifacendosi al bestiario medievale, a Bosch e forse a Grosz, mostra una serie di personaggi mostruosi, corpi sformati, colori acidi: gli eroi sovietici son diventate figure inquietanti, la società è un mostro, la politica trasformista pure.  Un pessimismo invade l’artista, visibile nel Giuda (1985-1995), di cui ritrae solo il corpo impiccato, nascondendo il viso. Sembra trovare quiete nelle Nature morte, fino al 2008. C’è  la tradizione  figurativa occidentale  alle spalle, da Zurbaràn a Cézanne: il Bicchiere di latte (1984) sta candido, tra brocche di ceramica a tinte rapide e dense. Solo fra i soli.

Che sofferenza. Essa è stata un leit-motiv della sua arte. Le tele intitolate  Tracce della guerra mostrano un uomo con un solo occhio, una donna affranta, un vecchio e una ragazza dalla pelle bruciata.  Il pittore della gloria sovietica è anche il pittore del prezzo per la libertà. La sua carica umana stupisce chi osserva le sue opere a Venezia, parecchie prestate dalla Galleria Tret’jakov di Mosca. Rivelano quanto costi la libertà.

Fino al 3.11 (catalogo Antigaedizioni)

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