Nella periferia di San Severo, in provincia di Foggia, c’è un’officina. Non di quelle dove si riparano le macchine, no. Si tratta di un’officina di quartiere, dove le persone possono assistere a presentazioni di libri, trovare uno sportello di ascolto, sentirsi parte di una comunità. E lì, tra le mura dell’Officina Grazia Pepe, in Via Alessandrini, opera, assieme ad altre tre associazioni, anche Sunuterra. Ad animarla sono Lidia Corticelli e Assunta la Donna, ma anche, tra gli altri Margherita, Nicoletta, Roberto.

Lidia Corticelli e Assunta la Donna (ph Sunuterra)
Lidia, assieme ad alcuni soci tutt’ora presenti e con altri amici del Senegal, ha dato vita a Sunuterra 10 anni fa, per sostenere le diverse esigenze delle comunità africane, che si sono insediate e ancora sono presenti nel foggiano. I soci fondatori dell’epoca scelsero di creare una realtà inclusiva partendo dal nome: Sunuterra, un’unione tra le parole Sunu – nostro in senegalese – e terra. «Questa associazione nasce con un obiettivo: quello di favorire fraternità, inclusione e legalità. E lo facciamo sia tramite eventi, sia tramite azioni concrete». A parlare è Lidia, bibliotecaria di San Severo in pensione. «Di associazioni che si occupano di persone provenienti dall’Africa, fatta da persone della nostra città, non è che ce ne siano molte. Siamo state un po’ una novità, anche se ormai ci conoscono».
Nel corso degli anni l’associazione ha fatto breccia nel cuore della cittadinanza: il Comune ha concesso l’uso dell’officina a diverse associazioni e i sanseveresi si sono mostrati pronti ad aiutare ogni volta che c’era bisogno. «In diverse occasioni abbiamo chiesto vestiti, e sono arrivati puntuali e già lavati. Noi li abbiamo imbustati e divisi per taglia». Una vicinanza concreta è stata dimostrata anche in altri casi, più difficili da gestire: «In questi 10 anni abbiamo avuto a che fare con la morte di diverse persone che conoscevamo. In questi casi rimandare le salme nelle nazioni di provenienza costa molto, e noi ci siamo attivati per raccogliere soldi. E anche in questo caso, sono sempre arrivati. Per noi ogni volta è una grande sorpresa vedere quanto la gente capisca, riconoscendo l’importanza di questo gesto».
L’aiuto non si ferma qui. Assunta non è solo una delle volontarie e socie dell’associazione; è anche un’operatrice legale, una persona che per lavoro gira per le campagne foggiane. «Come dico sempre: l’Africa è venuta da me, perché io in Africa in realtà non ci sono mai stata, ma sono stati gli africani ad avvicinarsi a me con le esigenze più diverse». Ed è per rispondere ad ogni tipo di esigenza che, come volontaria di Sunuterra, Assunta si occupa dello sportello d’ascolto. «Innumerevoli sono le richieste che ci arrivano: dati anagrafici, tessere sanitarie che si perdono e non arrivano a destinazione, compilazioni kit per rinnovo permessi di soggiorno, consulenze per ricongiungimenti familiari, supporto ai servizi sul territorio, il bisogno di una casa. Anzi spesso e volentieri, vengono da noi perché hanno difficoltà nel trovare un alloggio per loro, ancora di più se vogliono far venire le loro famiglie. Noi facciamo il possibile, magari attraverso il passaparola con le persone che conosciamo, ma anche facendo da ponte con il comune, con i servizi sociali. È un punto di ascolto importante per smistare anche le richieste ad altri uffici».
Il servizio è nell’officina, questo è vero, ma è anche itinerante: «Tutti sanno che io rispondo, a qualsiasi ora. Certo ci possiamo incontrare in ufficio, ma è più facile che ci si ritrovi in questura, all’Agenzia dell’Entrate, o piuttosto presso la struttura dove vivono. È molto più agevole che mi sposti io rispetto a loro». Il problema abitativo ha una dimensione burocratica precisa: le questure richiedono la residenza per il rinnovo di alcuni permessi, e senza contratto di locazione o comodato non è possibile averla. «Certo, alcuni potrebbero anche rinnovarli con una dichiarazione di ospitalità, ma ad un certo punto per determinati permessi serve una casa, serve un contratto d’affitto, un comodato d’uso. Ed è molto difficile, perché l’italiano ha ancora paura ad affittare».
Su questo interviene anche Lidia: «Alcuni preferiscono tenerle chiuse le case. Non so quante case disabitate ci sono qui. E non è che i soldi del Pnrr hanno risolto la questione abitativa: si è riuscito solo a costruire dei container, e questa non può essere la soluzione». Parlano dei container che, secondo i primi piani, dovrebbero ospitare temporaneamente tutti i migranti che ancora vivono nei ghetti per braccianti come Borgo Mezzanone, San Ferdinando e Torretta Antonacci. I ghetti poi, secondo il progetto Pnrr che ha destinato 114 milioni di euro solo alla Puglia, dovrebbero essere superati del tutto entro giugno 2026.
Il problema è che, a marzo 2026, la Corte di conti ha rilevato che solo il 9% dei fondi è stato speso in interventi che non presentano criticità. L’80% del finanziamento, quindi oltre 90,3 milioni di euro, destinato ai Comuni di Cerignola, Manfredonia e San Severo, riguarda interventi che hanno registrato ritardi tali da esporli a un concreto rischio di perdita dei fondi e di mancato raggiungimento dei target, stando a quanto riportato dal Quotidiano di Foggia. La paura generale è quindi che i container rimangano, andando solo a sostituire le abitazioni presenti senza risolvere il problema dei ghetti. Secondo Assunta: «I container non possono essere la soluzione, non si può più parlare di emergenza. Dopo 10 anni di lavoro in questo settore sento sempre le stesse cose: è una emergenza. No, signori miei, parliamo di vita delle persone, tutte, senza discriminazioni in un mondo ormai globalizzato. Già 10 anni fa le parole integrazione, inclusione mi sembravano parole senza senso per come concepisco la vita io».
Assunta aggiunge un altro punto, sulla ghettizzazione: molte persone rinunciano ad integrarsi, perché non è quello il motivo per cui sono in Italia. «Sono qui per lavorare, ma c’è una famiglia dall’altra parte del mondo a cui vanno tutti i soldi. A volte è come se si immolassero: vivono così, e non gli interessa poi entrare dentro la vita cittadina. Hanno un piede in Italia e uno in Africa», spiega Assunta, presi in mezzo tra il voler vivere una vita tranquilla e le questioni burocratiche, il rinnovo del permesso, la casa che non trovano, la famiglia. «Non è indifferenza, è una forma di sospensione».
Eppure, nonostante tutto questo, c’è chi ce la fa. Tra i volontari di Sunuterra c’è anche un giovane che è entrato in contatto con l’associazione anni prima. Arrivato a San Severo che doveva fare la quinta elementare, oggi studia all’università. Assunta lo ha seguito in tutto: iscrizione a scuola, colloqui, rinnovo del permesso suo e della madre, supporto ai compiti. «Poi la mamma è venuta a mancare, quindi ci siamo prodigati per la raccolta fondi per il rimpatrio della salma. Tante associazioni si sono messe a disposizione, anche perché la mamma era molto conosciuta in città».
Con la sua morte, il ragazzo si era ritrovato da solo, con una pratica pendente per l’assegnazione di un alloggio popolare. Assunta allora ha deciso di subentrare alla madre. «Nei giorni del funerale ho iniziato a informarmi, perché non volevo che la pratica fosse cestinata solo perché la madre era venuta a mancare. Per fortuna in quegli stessi giorni ottenne l’assegnazione dell’alloggio». Oggi il giovane vive a San Severo e ha vinto un bando come tutor universitario per supportare gli altri studenti africani. Si è iscritto a Mediazione. All’inizio non era sicuro di entrare, ma poi Assunta l’ha spronato: «Del resto sei stato in una struttura con 400 africani, quindi sai che vuol dire. Tu racconta questo e non ti preoccupare».
Un consiglio vincente, visto che oggi non solo è entrato, ma è arrivato primo tra gli iscritti al test del suo anno.