Un orto nell’anfiteatro

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Già le viti della varietà Pizzutello si arrampicano sui pali di castagno che sorreggono le nuove pergole. E così pure le rose rampicanti Iceberg e Alberic Barbier dai morbidi fiori bianchi. Quale sarà l’effetto tra qualche anno? Alle preesistenti piante da frutto – agrumi, fichi, kaki, melograni e un annoso olivo – se ne sono aggiunte di nuove come i kiwi. Giovani cipressi si levano accanto agli antichi. In basso coltivazioni di fragole, insalate, melanzane, pomodori nani, fagiolini, e macchie profumate di rosmarino e basilico… Verdure e ortaggi, sì, ma anche una profusione di fiori: oltre alle rose, arbusti di filadelfo, calicanto e camelie; e ancora viole mammole, agapanti azzurri, bergenie, vittadinie, e altri. Una cosa è certa: varierà con l’alternarsi delle colture, seguendo il ritmo delle stagioni. Un orto, infatti, è una realtà viva e mutevole, che riserva continue sorprese. È tornato a vivere, grazie all’architetto paesaggista Paolo Pejrone, l’orto annesso al convento e alla basilica romana di Santa Croce in Gerusalemme, uno dei rari orti monastici – se non l’unico esistente oggi a Roma -, che costituiscono una imprevista deliziosa sosta nel movimentato tessuto dell’Urbe. Ora aperto anche per visite guidate ad un pubblico che a malincuore si decide poi ad uscire da quest’oasi di quiete, quasi avesse intravisto una dimensione del vivere a cui segretamente aspirava. È un orto, poi, caso veramente unico, realizzato all’interno di un piccolo anfiteatro, quello castrense, annesso ad una dimora imperiale trasformata poi in basilica da Elena, madre di Costantino, per custodirvi le preziose reliquie della passione di Cristo da lei rintracciate in Palestina. Nulla all’interno lascia immaginare gli spettacoli cruenti che un tempo qui furono allestiti. Sparite infatti le gradinate per gli spettatori, è rimasto l’anello esterno in laterizio rosso con le arcate murate dal rifacimento con cui l’edificio venne inglobato nel circuito delle mura di Aureliano. Tutto, in questo spazio rustico, parla di ordine, di silenziosa operosità. Ma non solo: secondo la regola benedettina dell’ora et labora, il lavoro manuale dei monaci ha sempre un corrispettivo spirituale. E come nella pianta della vicina basilica, anche nell’orto domina la croce simbolo di salvezza. Due viali incrociantisi, infatti, lo dividono in quattro settori nei quali sono distribuite le colture, quali in una esposizione più soleggiata e quali più in ombra. Al centro dei quattro bracci, l’occhio di una vasca colma d’acqua rinvia simbolicamente al fonte battesimale. Le stesse piante costituiscono altrettanti segni: le viti e le rose dei pergolati simboleggiano, le une, l’unione intima con Cristo di tutte le membra del suo corpo, e le altre la verginità di Maria. Fiori antichi e tradizionali come le violacciocche, i gigli, i mughetti, le giunchiglie, i narcisi, i tulipani, le speronelle richiamano alla semplicità, all’umiltà e alle altre virtù. E la stessa arte di abbinare certi ortaggi per reciproco vantaggio fa riflettere sulla convenienza, tra gli esseri umani, dell’aiuto vicendevole. Così, per quanto suggestivo, l’orto di Santa Croce non è solo uno spazio utile, ma anche luogo di meditazione e riposo spirituale. L’armonia tra uomo e natura, di cui vi è traccia in esso, non tradisce forse l’intento di ripristinare, in certo modo, quella realtà del giardino dell’Eden che è al principio e alla fine della storia umana, e dove Dio e l’uomo passeggiano come amici? SCRIGNO DI ARTE E STORIA Sorta su un palazzo imperiale eretto da Settimio Severo, ampliato da Eliogabalo e divenuto poi residenza personale di sant’Elena, autrice appunto della sua trasformazione in chiesa, la basilica di Santa Croce in Gerusalemme è uno scrigno di arte e storia che conserva testimonianze insigni dall’epoca classica al Medioevo, al Rinascimento, al Barocco fino all’età moderna. Ma il suo vero tesoro sono le reliquie della passione di Cristo (frammenti della croce e alcuni chiodi), ancora più affascinanti dopo che recenti studi ne hanno rintracciato il percorso. A custodirle da quasi cinquecento anni sono i monaci cistercensi dell’annesso convento: un complesso che, insieme alla basilica e ora all’orto monastico, sta ritornando – grazie anche all’iniziativa del priore don Simone M. Fioraso – all’antico splendore.

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