Un film per rompere le barriere

Ho Amici in Paradiso, il film di Fabrizio Maria Cortese che ha come protagonisti i pazienti dell’Opera Don Guanella di Roma, arriva in tv lunedì 31 luglio per la prima serata di Rai 1. Ne abbiamo parlato con Simonetta Magari, Direttrice Sanitaria dell’Istituto.
La locandina del film "Ho amici in Paradiso"

Selezionato al festival “Los Angeles, Italia. Film, Fashion and Art Fest”; vincitore di molteplici riconoscimenti tra cui il premio per la cinematografia Antonio De Curtis; il premio Domenico Meccoli come “Miglior opera prima” al regista Fabrizio Maria Cortese; il premio Cubo Social Award Festival come “Soggetto originale” e il premio Cinecastello per la regia. Basterebbe solo questo per suscitare la curiosità di vedere Ho Amici in Paradiso. Il film è stato presentato anche alla Camera dei deputati e in udienza da Papa Francesco. Accanto ad attori professionisti come Valentina Cervi, Fabrizio Ferracane, Antonio Catania, Antonio Folletto, Enzo Salvi ed Emanuela Garuccio, ci sono i ragazzi del Don Guanella, protagonisti di una commedia che racconta in chiave ironica l’inclusione sociale e la disabilità. Ne parliamo con la direttrice dell’istituto, Simonetta Magari.

Simonetta, ci ricorda come è nata l’idea del film?

Il film nasce da un’esperienza del regista, che ha iniziato a conoscere la nostra realtà venendo a visitare un amico ospitato dal centro. Nel tempo, osservando i ragazzi, Fabrizio Maria Cortese si è reso conto delle loro potenzialità, non solo nelle attività quotidiane ma soprattutto nei rapporti, nella loro capacità di mettersi in relazione con gli altri. Così tre anni fa è nata l’idea. Inoltre tra le attività riabilitative del centro c’è anche quella teatrale: il regista ha potuto così osservare i ragazzi e scegliere gli otto protagonisti del film. Sono seguiti due anni di laboratori, e a grande sorpresa ci siamo resi conto che i nostri ragazzi erano molto abili nell’immedesimarsi nei personaggi, quasi più velocemente degli attori professionisti, grazie alla mancanza di filtri che permette loro di passare da un’emozione ad un’altra con più facilità.

Quando le hanno proposto per la prima volta questo progetto, cosa ha pensato?

Il centro ha subito accolto perché la proposta è arrivata nel momento in cui si celebrava il centenario della morte di Don Guanella: quindi poteva essere un’occasione per ricordare la sua figura, e mostrare cosa un carisma come il suoha generato e donato alla società. Da parte mia, come direttore sanitario, era un’ottima occasione per dare ai nostri disabili la possibilità di realizzare i loro sogni. Noi lavoriamo per aumentare la qualità di vita di questi ragazzi, con un lavoro educativo e riabilitativo, che possa aiutarli ad esprimere al massimo le loro potenzialità: e di questo progetto loro sono stati da subito entusiasti.

Ed infatti il regista ha più volte ricordato che sul set i ragazzi si dimenticavano di prendere le terapie…

È vero. Quello che normalmente noi dobbiamo tenere sotto controllo con i farmaci, come per esempio l’ansia, l’agitazione o anche l’aggressività, per loro sembrava non essere più necessario, tanto era gratificante quello che stavano facendo. Il regista ha avuto poi la grande capacità di cogliere le potenzialità di ognuno e metterle in scena valorizzando tutto quello che i ragazzi sanno fare. La sceneggiatura è stata scritta su di loro, e alla fine i ragazzi hanno interpretato loro stessi.

Possiamo dire allora che la forza del film è proprio in questo: i ragazzi hanno interpretato loro stessi e raccontato la loro disabilità con ironia e con il sorriso…

Esatto: normalmente si affronta la disabilità in modo pietistico oppure sono attori che interpretano la disabilità, invece in questo caso sono i ragazzi che parlano di loro stessi e ne parlano per come sono. La disabilità intellettiva è un modo diverso di essere al mondo, non è una malattia o qualcosa da curare, ma semplicemente è un qualcosa da esprimere nella bellezza della diversità. Dal punto di vista riabilitativo, il film ci ha permesso di raccontare al grande pubblico quello che stiamo facendo da anni, allontanando lo stereotipo comune del disabile che non potrà mai fare nulla. Invece questi ragazzi possono fare molto e possono anche aiutarci. La trama del film è pensata proprio per mostrare quello che loro sono, cioè persone pronte, anche nella loro incoscienza, a voler bene a tal punto da rischiare tutto pur di salvare un amico.

Ci sono state paure iniziali?

Forse un po’ di preoccupazione per l’entrata nel centro di una troupe cinematografica che avrebbe potuto scombinare l’organizzazione quotidiana, non sapevamo poi come avrebbero potuto reagire le persone ospitate. Ma dopo poco ci siamo resi conto che ne valeva la pena.

Vi aspettavate tutto questo successo?

Devo essere sincera, io non lo immaginavo. Conoscevo sicuramente i nostri ragazzi, e per me anche solo vederli sul set era una grande soddisfazione. Da parte nostra noi li abbiamo sempre incoraggiati, e per loro è stato fondamentale vedere che credevamo in loro e nel progetto.

Come si sono preparati i protagonisti?

Hanno seguito il laboratorio teatrale e di recitazione organizzato dal regista, chi sapeva leggere ha studiato il copione, gli altri invece hanno cercato di capire ed immedesimarsi nella parte. Le riprese sono andate avanti per tante ore, anche di notte.

Che aria si respirava sul set?

I ragazzi erano felicissimi. La maggior parte di loro ama guardare film e andare al cinema: alcuni sono anche esperti di cinematografia, quindi poter essere sulla scena come protagonisti invece che dall’altra parte dello schermo li ha fatti sentire veri attori. Più volte il centro Don Guanella è stato set di film o documentari e molti avevano già fatto le comparse, questa volta però la bravura del regista è stata quella di averli resi attori.

Da direttrice sanitaria del centro, cosa vuol dire stare continuamente a contatto con queste persone?

Vuol dire imparare quali sono le cose importanti della vita. È la stessa esperienza che ha fatto anche il regista, che più volte ha ricordato che nel film racconta il suo cambiamento di vita. Le persone con disabilità intellettive non hanno i filtri che possono avere le persone normo dotate, sono trasparenti e mi insegnano tutti i giorni l’importanza di levarsi le maschere e di tirare fuori il bello che si ha dentro. Mi insegnano poi i valori essenziali della vita: il voler bene, l’accettazione del dolore, loro devono convivere con dei limiti ma lo fanno nella normalità, ed è un’importante lezione per noi che spesso ci creiamo problemi anche dove non ce ne sono. Noi che lavoriamo qui siamo molto fortunati, diamo la nostra competenza ma riceviamo molto di più. Il film esprime proprio questa reciprocità.
Cosa ha lasciato questa esperienza agli attori professionisti che si sono messi in gioco?

Sono stati loro i primi a parlarci di questo film come di un’esperienza di vita. La maggior parte del film è stato girato nel centro, ci sono poche scene esterne girate in Puglia e la produzione è ancora qui, non riescono ad andare via.

Quindi il film racconta anche la vita all’interno dell’opera Don Guanella?

Anche. Di reale c’è l’idealità che viene presentata da don Pino nel film, che spiega la mission del centro; ma non è un documentario, quindi ad esempio nel film compaiono sempre e solo gli educatori e non le figure sanitarie, infermieri e medici, ma perché non si voleva puntare a questo.

Insomma una pellicola che racconta la vostra realtà e che ha ricevuto anche diversi riconoscimenti..

Esatto, i nostri ragazzi ci hanno portato a Hollywood. Il film è stato infatti selezionato al festival “Los Angeles, Italia. Film, Fashion and Art Fest” nella settimana prima degli Oscar, ma anche al festival di Palma di Mallorca. Dal mese di settembre inoltre verrà distribuito anche in Spagna sottotitolato in spagnolo e catalano, e riceverà un premio all’Italian Movie Award che si terrà a Pompei dall’11 al 17 settembre. In programma ci sono anche due viaggi a Cuba e Philadelphia. Inoltre il film ha interessato anche il mondo sanitario: ha aperto ad esempio il Congresso nazionale della Società italiana per i disturbi del neurosviluppo, e a settembre lo presenteremo a Lussemburgo al Congresso mondiale sulla disabilità intellettiva.
È importante allora continuare ed andare avanti, quali sono i progetti per il futuro?

I nostri ragazzi vorrebbero continuare magari con una serie tv e il regista ha raccolto la proposta. Il 31 luglio intanto il film verrà trasmesso in prima serata su Rai 1 e vedremo come andrà. Quello che ci preme di più è che la società si renda conto di che valore hanno questi ragazzi e la qualità di vita che possono avere, poi sarebbe bello se la produzione non si fermasse al film, ma non diciamo altro!

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