Trump in India, le amicizie sovraniste

Grande sintonia tra il presidente statunitense e il premier indiano, come dimostrano gli incontri avvenuti a Nuova Delhi nei giorni scorsi.
Donald Trump a Nuova Delhi (AP Photo/Alex Brandon)

Forse mai, dalla sua indipendenza in poi, l’India ha assistito a una visita di un presidente statunitense come quella che Donald Trump ha realizzato nel corso delle 36 ore trascorse sul territorio dove vive la più grande democrazia del mondo. Si tratta di un sistema in pericolo di fronte all’incalzante prepotenza fondamentalista di Surendra Modi e del suo ministro degli Interni Amit Shah, sotto l’occhio bonario e accondiscendente del presidente della Repubblica, Ram Nath Kovind, anch’egli parte della destra fondamentalista. In questo contesto, la visita del presidente Usa è stato un evento lampo che, letto nei suo diversi momenti dello svolgimento, offre una lettura chiara dello strapotere di Modi e del suo partito, che governano ormai incontrastati il Paese asiatico a dispetto di proteste e resistenze che poco sembrano poter fare.

Da alcuni giorni, infatti, la capitale Delhi vive il dramma di scontri fra diverse fazioni: quella favorevole alla nuova e controversa legge sulla cittadinanza varata due mesi fa dal governo e, per contro, quella che vi si oppone strenuamente. I morti sono una trentina e, sebbene, gli scontri siano limitati nella zona a nord-est della capitale, ciò che preoccupa è l’inadempienza delle forze dell’ordine a mantenere un minimo di sicurezza. Alcuni oppositori del governo-Modi vedono nella situazione attuale un’ombra di quanto avvenuto nello stato del Gujarat all’inizio degli anni 2000, quando più di mille musulmani vennero massacrati davanti a forze di polizia accondiscendenti con la violenza.

Ma ciò che più preoccupa è che nessuno nel corso della visita del presidente Usa ha osato sollevare il problema, sebbene il dramma si sia svolto mentre Trump percorreva trionfalmente le strade di Ahmedabad, capitale del Gujarat, lo Stato di Modi, quelle di Agra dove si trova il celeberrimo Taj Mahal e quelle di Nuova Delhi, dove si sono svolte cerimonie sontuose in suo onore. Trump ha ignorato la questioni scottanti che mettono in crisi l’immagine dell’India come Paese democratico: la questione del Kashmir – zona a maggioranza musulmana – declassato a “Territorio dell’Unione” con atto unilaterale del governo, nell’agosto 2019, e la questione della Caa (Citizens Amendment Act), che sta minando forse definitivamente gli equilibri di tolleranza ed armonia del Paese. «Si tratta di questioni interne dell’India», ha affermato l’inquilino della Casa Bianca, che ha ignorato quanto entrambe le politiche del governo Modi vadano contro quei diritti umani di cui, in questi anni, si è fatto paladino.

Ma il presidente è arrivato ad affermare con risolutezza che il primo ministro Surendra Modi, che ha definito suo «amico», assicura la libertà religiosa: un vero schiaffo alle minoranze religiose (musulmani e cristiani in particolare) che si sentono discriminati, i primi, o che corrono il rischio di esserlo, i secondi. In effetti, mentre la gente moriva a pochi chilometri di distanza, il presidente americano affermava con sicurezza: «Devo dire che il primo ministro è stato incredibile per quanto ha detto. Vuole a tutti i costi che la gente goda di libertà religiosa ed ha sottolineato come in India stiano lavorando duro per realizzarla. Hanno una libertà religiosa grande ed aperta».

Quanto accaduto nei giorni scorsi conferma la capacità retorica di Modi che nel giro di una quindicina d’anni è riuscito a trasformarsi da accusato numero uno negli eccidi per intemperanza religiosa – con gli Stati Uniti che gli avevano per questo negato l’accesso per anni – a un grande amico degli Usa dove la diaspora di imprenditori indiani – soprattutto dello stato del Gujarat – rappresenta uno degli appoggi fondamentali per Modi ed il suo governo, soprattutto con immensi finanziamenti ed investimenti in India. Trump è pienamente entrato nel gioco e, a conferma di questo – e non era mai successo qualcosa del genere in passato durante la visita di un presidente Usa –, ha iniziato le sue 36 ore in terra indiana proprio dalla città di Modi, Ahmedabad.

Ironia della sorte, oltre che incontri con imprenditori e cittadini, ha anche fatto visita all’Ashram di Sabarmati, fondato da Gandhi negli anni Trenta del secolo scorso. Qui ha voluto provare il chakra, l’arcolaio che Gandhi usava per filare il khadi, simbolo fondamentale della sua lotta contro gli inglesi che, con la loro politica coloniale, riducevano alla miseria contadini e operai indiani. Il cotone e i vari tessuti prodotti in India venivano, infatti, portati in Inghilterra ed i manufatti riesportati in India, dove venivano venduti a prezzi proibitivi per gli indiani che avevano prodotto le materie prime. Per questo a quel principio di sistema globalizzato il Mahatma aveva proposto l’arcolaio e la filatura locale, che permettevano di realizzare quella che sarebbe stata definita una economia di permanenza a fronte del capitalismo coloniale, origine di quanto oggi definiamo globalizzazione.

Immagini ad affetto, retorica populista da parte di due maestri di questa forma apologetica di violenza sulle masse ormai assuefatte dai media controllati da sovranisti senza scrupoli. Il risultato sono due Paesi – Stati Uniti ed India – estremamente polarizzati. E mentre l’India ha dato un secondo mandato a Modi con una vittoria schiacciante di cui ora si rende conto per la gravità di quanto sta accadendo, gli Usa si apprestano alle elezioni di novembre. Trump visitando l’India e, in particolare, la città di Ahmedabad, si è senza dubbio assicurato l’appoggio elettorale di una buona fetta dei quattro milioni di indiani americani che, oltre che appoggiare – almeno in buon numero – il governo Modi, avranno un ruolo non indifferente nel sostenere l’attuale presidente quando si andrà alle urne negli Usa.

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