Sfoglia la rivista
Logo 70°

Ricerca di base
Le parole digitate vengono cercate nel titolo e nel testo degli articoli pubblicati sul sito.
La ricerca mostrerà gli articoli che contengono tutte le parole inserite, indipendentemente dalla loro posizione o dall’ordine in cui le hai scritte.
I risultati sono in ordine cronologico (dal piu recente al meno recente).

Ricerca della frase esatta
Usa il filtro “Frase esatta” per trovare i termini nell’ordine preciso in cui li hai digitati.

Ricerca solo nel titolo
Usa il filtro “Solo nel titolo” se desideri che le parole digitate siano cercate esclusivamente nelle titolo dei contenuti.

Filtri avanzati
Se vuoi limitare la ricerca a una tipologia specifica dell’articolo, utilizza i filtri avanzati disponibili.

Ricerca per autore
Per cercare un autore e i suoi articoli:

  • Digita nome e cognome oppure solo il cognome nel campo ricerca.
  • Nei risultati, clicca sulla scheda dell’autore desiderato.
  • Nella pagina dell’autore troverai la sua biografia e la raccolta completa dei contenuti a sua firma.

Cultura > Serie tv

“Timshel” e quello che passa attraverso di noi

di Stanislao Esposito

- Fonte: Città Nuova

La serie Netflix “La valle dell’Eden” è occasione per riflettere sul passato e sul futuro, sulla possibilità di scegliere di cambiare, oltre l’errore, oltre il trauma

Part. locandina “La valle dell’Eden”

Il 1° ottobre Netflix ha riportato sullo schermo La valle dell’Eden (East of Eden, 1952), con una miniserie creata da Zoe Kazan. Suo nonno Elia aveva già portato il romanzo di Steinbeck al cinema nel 1955, con James Dean, e così una storia di padri e figli passa ancora una volta di generazione in generazione. Ma è l’origine del libro che mi colpisce di più. Steinbeck lo scrisse pensando ai suoi figli, Thom e John: voleva lasciare loro qualcosa della valle di Salinas, della famiglia materna degli Hamilton, di persone che non avrebbero potuto conoscere. Noi pensiamo all’eredità come a ciò che scegliamo di consegnare, un valore, una fede, una casa. Ma passa attraverso di noi anche altro: una paura imparata presto, un silenzio sofferto che imponiamo a qualcun altro, una frase che avevamo giurato di non dire e che un giorno ci esce con la stessa intonazione di allora.

Credo che East of Eden cominci da qui. Steinbeck prende la storia di Caino e Abele e le lascia attraversare le generazioni, tra fratelli che cercano l’amore del padre e il desiderio di ferire proprio chi vorremmo ci amasse. Cal Trask ha scoperto chi è sua madre Cathy e ne teme la freddezza, mentre suo fratello Aron gli sembra più limpido. Si guarda dentro con sospetto, e la domanda è per lui molto concreta: se riconosco in me qualcosa del male che ho visto, sono destinato a diventare come lui? Questa domanda non appartiene solo a Cal. A volte scopriamo in noi proprio ciò che avevamo giudicato con più severità negli altri. Oggi abbiamo parole come narcisista, vittima, manipolatore, e possono servire a nominare ciò che prima restava confuso. Il rischio nasce quando la parola che descriveva qualcosa diventa il nome intero di una persona e vale anche con noi stessi: sono il mio trauma, sono ciò che ho fatto.

Timshel, tu puoi

A questo punto del romanzo nasce una parola interessante. Nel capitolo 24 Lee, il servitore cinese di Adam Trask, uomo colto e paziente, racconta di aver studiato a lungo il versetto della Genesi (4,7) in cui Dio parla a Caino del peccato accovacciato alla porta. Ne discute con Adam e con Samuel Hamilton, e arriva a un «tu puoi»: non «tu devi», non «tu vincerai», ma timshel. Non so dire se l’ebraico lo dica davvero, e chi se ne intende ne discute ancora. Forse l’esattezza filologica qui ci sfugge di mano e rimane quello che l’autore ha voluto dire: il passato pesa ma non decide tutto. Non basta però voler cambiare. C’è chi deve fare pochi passi per prendere una strada diversa e chi deve attraversare un deserto, e per qualcuno il primo gesto di libertà è minuscolo: dire ad alta voce ciò che è accaduto, chiedere aiuto, accorgersi che una reazione automatica non è l’unica possibile.

Steinbeck non si ferma lì, perché Cal a un certo punto ferisce davvero. Quando Adam rifiuta il dono che gli ha preparato e sente ancora una volta il fratello più amato, lo porta da Cathy e gli mostra chi è sua madre. Aron parte per la guerra e muore. La domanda di Cal diventa più dura: e se ciò che ho fatto rivelasse chi sono? Alla fine Lee lo conduce davanti ad Adam, gravemente malato, e Adam pronuncia una sola parola. Timshel. Nel capitolo 24 era una parola detta intorno a un tavolo, ora arriva davanti a una colpa che non si può cancellare, e accanto a Cal c’è Abra. Il romanzo non dice se ce la farà. Ma sembra dire: «puoi ancora scegliere», ed è la parte che mi inquieta e mi consola insieme: parlare di libertà prima dell’errore è facile, crederci dopo no.

La grazia del futuro anche per Pietro

Penso a Pietro nel Vangelo. Prima della passione si conosce bene: gli altri fuggiranno, lui resterà. Poi arriva il cortile, una domanda, la paura, una negazione e un’altra, e Pietro scopre di essere capace di ciò che non credeva possibile. Quando il Risorto lo incontra, non gli restituisce l’immagine precedente di sé e non gli dice che in fondo è stato coraggioso. Gli domanda «Mi ami?» per tre volte, quante erano state le negazioni, e gli affida di nuovo qualcosa: «Pasci le mie pecore». Pietro non riceve un passato diverso, riceve un futuro. Lo leggo accanto a Steinbeck, che non è un autore cristiano e non per sostituire l’esegesi con l’introspezione: la grazia comincia anche qui, nel poter guardare ciò che abbiamo fatto senza concludere che sia tutto ciò che siamo. Forse maturare significa rinunciare all’immagine perfettamente coerente di noi stessi. Caino è Caino, Abele è Abele, io so chi sono: Steinbeck toglie questa sicurezza, perché la linea passa dentro ciascuno.

Tu puoi sempre ricominciare

Torno ai suoi figli. Steinbeck non consegna loro una genealogia ripulita dalle ombre: nel libro mette la terra che amava, la famiglia, i ricordi, e mette anche Caino. Forse ogni eredità vera fa qualcosa di simile, permette a chi viene dopo di conoscere abbastanza la nostra storia da non doverla ripetere senza accorgersene. Siamo un luogo di passaggio. Riceviamo parole, gesti, paure, tenerezze, ferite, e alcune cose meritano di arrivare oltre noi, altre potrebbero fermarsi qui. Non sempre ci riusciremo. Eppure tra ciò che abbiamo ricevuto e ciò che consegneremo resta uno spazio, a volte quasi impercettibile, che si attraversa meglio accompagnati. Ciò che abbiamo ricevuto è reale, ciò che abbiamo fatto è reale. Ma la storia non è ancora finita. Timshel, tu puoi sempre ricominciare!

Riproduzione riservata ©

Condividi

Sostieni l’informazione libera di Città Nuova! Come?
Scopri le nostre riviste,
i corsi di formazione agile
e i nostri progetti.
Insieme possiamo fare la differenza!
Per informazioni: rete@cittanuova.it

Ricevi le ultime notizie su WhatsApp. Scrivi al 342 6466876