“Ti voglio conoscere”

Ho sempre pensato che i problemi del mondo d’oggi fossero causati dai musulmani. Ma ieri abbiamo visitato la moschea e ho visto come il mullah e gli altri ci hanno accolto. Ho assistito alla preghiera dei miei amici e amiche e mi sono detto: Ma come fanno queste persone ad essere la causa dei problemi del mondo?. Ho deciso che nella vita non potrò più giudicare le persone in base alla loro religione. È il commento, raccolto quasi per caso, di George, un quattordicenne del Kerala, lo Stato all’estremo sud dell’India, dall’aria sveglia ed intelligente che dà l’impressione di sapere ciò che vuole, nonostante l’età. Sono le parole con cui il ragazzo ha voluto commentare la sua esperienza al workshop tenutosi dal 2 al 5 agosto a Coimbatore, in India, sul tema: Costruiamo un mondo adatto per i ragazzi. Un avvenimento originale, e non l’unico nel suo genere. Ha fatto seguito ad altri workshop tenutisi in Svezia, Colombia e Svizzera, e ha preceduto quelli della Tanzania e del Giappone. Il senso di questi workshop si trova se si intavola una conversazione con Agneta Ucko, teologa luterana svedese, dall’aria timida e riservata, ormai prossima alla sessantina. La Ucko è riuscita in un’impresa notevole. Sulla scia di varie iniziative della Aregatou Foundation, ha infatti dato vita ad un gruppo di ricerca formato da leader religiosi, educatori, filosofi e persone impegnate nel dialogo interreligioso (Gnrc), provenienti da diverse parti del mondo e, soprattutto, appartenenti a diverse religioni. Un impegno: creare una metodologia per l’insegnamento di valori etici. Dopo due anni di lavoro – mi dice con la pacatezza, ma anche con la lucidità che la contraddistingue – siamo arrivati ad uno strumento di lavoro. Ma… era fatto da adulti! Come avrebbero reagito i ragazzi?. Ecco allora l’idea dei workshop, veri e propri laboratori dove animatori competenti e con esperienza nel settore giovanile ed adolescenziale, sperimentano tale metodologia. È un cammino – continua Agneta -. Abbiamo cominciato in Svezia senza questo sussidio didattico e ci siamo via via resi conto di quanto sia necessario avere una metodologia. Il metodo ora c’è, ed è fondato su due atteggiamenti fondamentali che si propongono al ragazzo: rispettare l’altro e trasformare il mondo. Entrambi questi atteggiamenti hanno due strade d’accesso: rispetto e empatia il primo, e riconciliazione e responsabilità l’altro. Il lavoro fatto dal team di Agneta è stato un paziente cesellare parole e concetti, sforzandosi di capire ciò che ogni religione può veramente accettare dei valori fondamentali dell’uomo e come li può esprimere. È per questo che siamo arrivati a queste quattro parole e non ad altre. Qualcuno potrebbe suggerire la parola amore: è vero, l’amore sta sotto ognuno di questi atteggiamenti; ma ha una valenza molto diversa per ciascuna cultura e ogni religione, e può portare a malintesi. Queste quattro parole sembrano invece far sentire tutti a proprio agio, anche coloro che non hanno una fede religiosa e non possiamo non tenere conto anche di loro, soprattutto in Occidente. Ed eccoci quindi a Coimbatore. Siamo allo Shanti Ashram, che conosco ormai da anni e che mi pare da subito l’ambiente ideale per una sperimentazione del genere. Si sa, infatti, che il laboratorio ha un’importanza vitale per il successo di qualsiasi sperimentazione. E lo Shanti Ashram è proprio un laboratorio. Cosi` era nato – mi dice Minoti Aram, la sua attuale presidente, confinata su una sedia a rotelle, ma con la forza indomita di chi ha combattuto per tutta la vita per la giustizia e per la pace -. Mio marito, il dottor Aram, quando ci stabilimmo qui a Kovaipudoor subito definì il nostro progetto un laboratorio che deve dimostrare cosa significa essere dalla parte della soluzione e non del problema. È questa la culla dove sessanta ragazzi di otto Paesi e di otto Stati dell’India si incontrano e vivono insieme per quattro giorni. Mi impressionano Bea e Hint, libanese la prima e giordana l’altra. Sono partita tre settimane fa per Ginevra per partecipare a un altro workshop della Gnrc. Mentre ero in Svizzera, è scoppiata la guerra nel mio Paese. Non sono potuta rientrare. Hint mi ha invitato ad andare ad Amman con lei, e poi abbiamo deciso di partecipare a questo workshop in India. Ogni giorno sento mia madre che è da sola con mio fratello nel nord del Paese. Sono preoccupata, ma lei è contenta che non sia a casa. Hint da parte sua aggiunge: Quando Bea si è resa conto che non poteva tornare, l’ho subito invitata a casa mia in Giordania. Può stare con me fino a quando tornerà la pace. L’esperienza di Bea e Hint pare dare una risposta concreta ai drammi, che scorrono davanti agli occhi non appena rientriamo in albergo ogni sera ed accendiamo la Bbbc o la Cnn. Il workshop si è snodato attraverso momenti diversificati: lezioni, incontri di gruppo e giochi; ma due esperienze hanno marcato i presenti, e cioè la visita ai luoghi di culto di diverse religioni, oltre ad un giro dei villaggi attorno a Coimbatore. È qui che George ha capito che i musulmani sono diversi da quello che pensava, ma non è stato l’unico. Al tempio di Perur, un gioiello del dodicesimo secolo, pesco Varun, indù, con Housefa, musulmano. Mano nella mano, girano sotto le immagini di Shiva, Parvati e Ganesh. Mi avvicino e gli chiedo a bruciapelo: Che cosa state facendo? . Varun non ci pensa su nemmeno un secondo, spara la risposta deciso e sicuro: Housefa è musulmano, e non conosce queste cose. Io gliele spiego perché se lui conosce meglio la mia religione, conoscerà meglio anche me. Proprio Varun il giorno precedente, durante un gioco, si era scaldato più del dovuto, ed era pronto al confronto diretto per affermare i suoi diritti. Ma era stato presentato il valore della riconciliazione, e così lo aveva accettato con un cambiamento a trecentosessanta gradi. Quattro giorni di workshop hanno in effetti fatto cadere tutte le barriere: l’ultima sera tutti parlano degli impegni presi per trasformare il mondo o, come qualcuno, giustamente, aveva suggerito il mio mondo. Se non si trasforma ciò che ci sta accanto il mondo non cambierà mai. Neethu, una ragazzina di Delhi, assicura tutti che coinvolgerà i suoi amici a fare qualcosa di costruttivo, lontano dalla televisione e dai videogame. Januka, invece, viene da Katmandu, e si impegna a lavorare per la gente dei villaggi del suo Paese, uno dei più poveri del mondo, lo sa bene. Anan, poi, è musulmana. Comincia con sicurezza: Vorrei dirvi che mi impegnerò a cambiare il mondo attorno a me, secondo le mie forze. Ma poi scoppia in un pianto dirotto. Sono lacrime che un po’ tutti si sentono scorrere giù per le guance, perché dopo un’esperienza così sembra impossibile dover partire. Le dà una mano un ragazzo: Non possiamo permetterci di piangere, anzi dobbiamo essere contenti che possiamo partire per fare qualcosa nel mondo attorno a noi. Il giorno seguente le scuole di Coimbatore celebrano l’Hiroshima Day. Nella grande scuola Nani Palkhiwala, 250 ragazzi e ragazze si dividono in quattro workshop: rispetto, empatia, riconciliazione, responsabilità. Gli animatori fanno un passo indietro, e Varun, Anan, George, Neethu e tutti e tutte le altre prendono in mano la situazione. Sono loro i leader, e sono loro a gestire ed entusiasmare i loro coetanei: è possibile rispettarsi ed è possibile cambiare il nostro mondo. Certo, il metodo elaborato dal team di Agneta Ucko ha funzionato qui a Coimbatore, grazie anche e, forse soprattutto, ad un eccellente gruppo di sette animatori, provenienti da quattro Paesi, tre continenti e quattro religioni diverse. Sono stati loro a vivere prima di tutto rispetto, empatia, riconciliazione e responsabilità. Una provenienza così variegata farebbe pensare a tensioni, contrasti, prospettive diverse: ogni cosa è diventata ricchezza nella diversità. Mai una tensione, mai uno screzio, perfetta intercambiabilità. Sembrava una macchina collaudata. Uno degli adulti che accompagnava gli studenti del Nepal ha chiesto: Da quanto lavorate insieme? . Da tre giorni, è stata la risposta, rimbalzata inattesa e quasi provocante. Ma forse il segreto del successo del laboratorio di Coimbatore è stato proprio in questo gruppo. Doni, indiana, mi spiega: Come animatori ci siamo incontrati per la prima volta, il giorno prima della conferenza. È stato per tutti noi un esercizio nel capire e definire insieme il contenuto, il modo di condurre i vari workshop e i programmi con i ragazzi, giorno per giorno, mettendo a disposizione il nostro materiale, talenti, idee ed esperienze. Avevo portato tanto materiale da proporre. Ma ha capito che la cosa più importante era prima perdere tutto il mio bagaglio personale ed essere aperta alle proposte degli altri animatori. Ma anche gli altri lo hanno fatto ed allora l’empatia è stata veramente perfetta.

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