Suicidio assistito, le riflessioni del Comitato di bioetica

Il documento intende essere uno strumento “a servizio” della riflessione dei parlamentari, fornisce elementi chiarificatori sulle definizioni usate e sulle criticità esistenti, per favorire il confronto e il “discernimento”. Un'analisi

Da alcune ore nei notiziari viene dato ampio risalto alla pubblicazione del parere del Comitato nazionale di bioetica (CNB) sul suicidio assistito, che si aggiunge – con indubbia autorevolezza – alle numerose audizioni parlamentari in corso da mesi sui temi del fine vita (ricordiamo che la Corte Costituzionale a novembre 2018 ha dato al Parlamento la scadenza di un anno ritendo la legislazione italiana insufficiente su alcuni argomenti specifici, a partire dal caso Cappato/Antoniani e quindi rinviando qualsiasi decisione nel merito particolare e rispetto a situazioni simili di possibile conflitto fra diritto di autodeterminazione individuale e principi di tutela della vita umana).

Una prima osservazione è proprio nei titoli con cui in alcuni siti viene presentato il testo: ci sono sottolineature diverse, in parte complementari, che si mitigano nella lettura degli articoli corrispondenti, ma danno l’idea del rischio di semplificazioni e di strumentalizzazioni. Indispensabile quindi una lettura diretta del testo, che nella sua complessità e ampiezza si può consultare direttamente sul sito del CNB.

Un primo punto da sottolineare è il titolo stesso: si parla di “riflessioni bioetiche” (non di “norme”), e tutto il documento mantiene il tono dialogico di un lavoro tipicamente bioetico fatto di confronto fra opinioni diverse, con sottolineatura forte dei temi su cui c’è convergenza dei pareri e evidenziazione di quelli non condivisi. Come è tipico dei lavori del CNB, il documento evidenzia i punti su cui c’è stata unanimità di consenso, e quelli su cui si espressa una maggioranza talora minimale rispetto ai pareri contrari. Importante la sottolineatura che tale “maggioranza non unanime” permette di delibare il documento, ma non può farlo assurgere a valore universale etico. In appendice – come di consueto- sono pubblicati nelle postille i pareri contrari o le precisazioni di alcuni componenti del Comitato (con argomentazioni di opposto segno): questi pareri arricchiscono il risultato finale, perché esprimono con chiarezza quali sono i temi di maggior confronto e su cui sarà necessario un approfondito dialogo.

Pur con posizioni diverse (del tutto attese, per la composizione del CNB che esprime per definizione voci diverse del sentire bioetico), si è giunti ad alcune raccomandazioni condivise: sono 6 punti di estrema importanza, di cui mi limito a riportare per brevità i primi tre:

1. [Auspicio] che vengano promosse la ricerca scientifica biomedica e psicosociale e la formazione bioetica degli operatori sanitari in questo campo (…), e anche nell’ambito dell’amministrazione e organizzazione sanitaria.

2. [Auspicio] che in qualunque sede avvenga – ivi compresa quella parlamentare – il dibattito sull’aiuto medicalizzato al suicidio si sviluppi con la dovuta attenzione alle problematiche morali, deontologiche e giuridico-costituzionali che esso solleva e col necessario approfondimento che esige una tematica così delicata e sofferta per la coscienza umana;

3. [Raccomandazione] di tenere presente che le questioni relative alla fine della vita rinviano a problemi ben più vasti che la società deve considerare e valutare: l’impegno di fornire cure adeguate ai malati inguaribili in condizione di sofferenza; i valori professionali e deontologici dei medici e degli altri professionisti sanitari; la solidarietà nei confronti delle persone con condizione di particolare vulnerabilità nel rispetto della dignità umana.

Sono anche ben evidenziate le posizioni diverse (1-assoluta illiceità morale e conseguente illiceità giuridica; 2-assoluta liceità morale da cui deriverebbe la liceità giuridica; 3- possibile liceità morale, ma non automatica liceità giuridica). Riporto testualmente la terza, per quanto votata da solo due dei membri del CNB, che mi sembra sintetizzi uno dei temi su cui attualmente è più concentrato il confronto:

«[Altre posizioni ritengono che] in circostanze mediche specifiche e in certo qual modo eccezionali la richiesta e l’assistenza al suicidio non siano atti moralmente riprovevoli, ma che ciò non comporti automaticamente che il suicidio medicalmente assistito debba essere legalizzato o depenalizzato. Qualora si supponga, infatti, che in casi estremi sia moralmente lecito aiutare un individuo a uccidersi per evitare sofferenze che egli ritiene insopportabili, sorgono una serie di interrogativi che rendono non scontata la traduzione in termini giuridici di questa situazione: dalla compatibilità di tali pratiche con la deontologia medica, alla difficoltà di garantire che alcune condizioni essenziali siano ottemperate nella pratica clinica (…), all’impossibilità di trovare formule giuridicamente univoche capaci di impedire pericolose forme future di pendio scivoloso».

Alcune considerazioni:

  • Il documento, che si pone come strumento “a servizio” della riflessione dei parlamentari, fa molto bene a specificare le differenze fra sospensione dei trattamenti – sedazione palliativa profonda – e suicidio (medicalmente) assistito. Sono temi su cui c’è una grande confusione e la chiarezza dei termini è il primo passo indispensabile per qualsiasi ragionamento.
  • In particolare viene enfatizzata la differenza fra eutanasia e suicidio assistito….
  • …ma questo non comporta un passaggio automatico a dire che il suicidio assistito possa diventare lecito. Per quanto un numero significativo di componenti si esprima in favore della depenalizzazione o legalizzazione, il documento dichiara esplicitamente di non voler prendere una posizione in tal senso (anche per il congruo numero di pareri diametralmente opposti): viene più volte ripreso il concetto che l’obiettivo è quello di fornire elementi chiarificatori sulle definizioni e sulle criticità esistenti per favorire il confronto e il “discernimento”.

In definitiva l’auspicio è che i nostri Parlamentari dimostrino di avere le competenze culturali e umane per approfondire nel dettaglio temi di così ampia portata. Non si può negare il rischio che un parere apparentemente “neutro” (non mi riferisco specificamente al CNB, il cui testo andrà letto e approfondito a lungo) possa essere un modo unidirezionale per orientare un legislatore poco esperto e una popolazione distratta rispetto ai temi che davvero contano: i meccanismi sono noti, come a suo tempo evidenziato dal cardinale Bagnasco in una acuta riflessione generale sul quotidiano Avvenire.

Ben vengano quindi tutti i contributi che richiamano alla necessità di confronti seri senza timore di affrontare le complessità e a una formazione diffusa. Che riguarda ciascuno di noi.

 

 

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