Suicidio assistito e cure palliative

La necessità di un vero dialogo, incentrato sulla dignità umana.  Come diceva Norberto Bobbio, «mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere»
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Nel 2018 l’International  Association for Hospice & Palliative Care (IAHPC) ha proposto un aggiornamento della definizione di “cure palliative” che richiama ai principi universalistici che le considerano un diritto umano “per tutti” e “ovunque”.

L’obiettivo di  aiutare a “vivere il più pienamente possibile fino alla morte” è da raggiungere facilitando una “comunicazione efficace” per aiutare pazienti e famiglie a “determinare gli obiettivi dell’assistenza”. Le cure del fine vita sono sempre “per la vita”: viene ribadito che “non affrettano né posticipano la morte, affermano la vita e riconoscono la morte come processo naturale”.

Prevedono il sostegno a familiari e care givers in tutte le fasi (“durante la malattia del paziente e nella fase del lutto”). Si parla in modo estensivo di “ogni età”, di “importanti sofferenze” causate da “patologie serie” (non solo il cancro), in particolare per i soggetti “prossimi alla fine della vita”.  Nella seconda parte della definizione vengono riepilogati i “doveri” dei governi  e della società civile per garantire il diritto di cure palliative adeguate a tutti i cittadini, attraverso l’attuazione di politiche e norme, la gratuità e rimborsabilità nei diversi sistemi sanitari, la formazione degli Operatori , l’organizzazione delle strutture e l’informazione della popolazione.

Questa è la visione “alta”, nella bellezza originaria dell’intuizione di Cicely Saunders , fondatrice delle moderne cure palliative, e di questo  vorremmo sempre raccontare, ma ultimamente la domanda più ricorrente che ci viene posta è un’altra: “c’è relazione fra cure palliative ed eutanasia”?   Vorrei provare a riflettere non tanto sulla risposta (che per molti di noi non può che escludere in modo antitetico la prospettiva dell’eutanasia dalla natura stessa delle cure palliative), ma sulle argomentazioni per un dialogo franco e reciprocamente non ideologico con chi ha opinioni diverse.

Un argomento: “no” all’eutanasia,  perché lo vieta la legge (è ancora così nella maggior parte delle legislazioni internazionali). Una posizione del genere, però,  è probabilmente piuttosto debole, se  non controproducente: le leggi possono cambiare (e in molte nazioni stanno cambiando).

Se cambia la legge, automaticamente eutanasia e suicidio assistito diventano leciti? E inoltre può essere questa (“me lo vieta la legge?”)  la risposta a chi ci chiede di farla finita? Sicuramente no, sarebbe sancire la solitudine e l’abbandono mascherandoci dietro un freddo legalismo. Non per una legge, ma per il valore che lui ha per noi il motivo per cui non vogliamo ucciderlo…

Più interessante sarebbe analizzare perché nelle legislazioni eutanasia e suicidio assistito sono o erano vietati (le radici sono quelle dei Diritti umani, nati dagli orrori della guerra; così è nella nostra Costituzione) e per quali mutamenti culturali e sociali la situazione legislativa stia cambiando: in una società che perde i pezzi resta solo l’individualismo. Ma quanti “laici” possono davvero riconoscersi in una prospettiva di questo genere?

Diceva G.B. Shaw “L’assoluta indipendenza individuale è la bestemmia della borghesia. Noi dipendiamo tutti l’uno dall’altro, ogni spirito umano sulla terra”. E sono note le parole di Norberto Bobbio nella sua intervista al Corriere della Sera  del 1981: «Vorrei chiedere quale sorpresa ci può essere nel fatto che un laico consideri come valido in senso assoluto, come un imperativo categorico, il “non uccidere”. E mi stupisco a mia volta che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di affermare che non si deve uccidere».

Un tema di confronto potrebbe essere: “depenalizzare” o “concedere attenuanti” in casi eccezionali avrebbe un peso diverso rispetto a “rendere lecito”? Forse sì, almeno dal punto di vista giuridico, ma soprattutto umano,  pensando per esempio ai recenti  tre casi di Grazia concessi dal Presidente della Repubblica per azioni, appunto, di umana disperazione, facendo prevalere un principio di compassione nei confronti di chi si è trovato a portare da solo un peso troppo a lungo insostenibile.

Le possibili ambiguità di una legislazione specifica che preveda l’eccezionalità di determinati “casi limite”  sono d’altra parte evidenti. I “limiti” devono rimanere definiti proprio dalle leggi, altrimenti si spostano in fretta e possono diventare scorciatoie; questo nei tre casi citati è stato chiaramente specificato: l’omicidio resta omicidio, anche quando è per pietà.

Prezioso sarebbe approfondire  un dialogo con i giuristi (in particolare cercando punti di riflessione comune con coloro che sentiamo più vicini alla nostra personale visione della vita e della morte) su temi quali il consenso informato, le DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento), la pianificazione condivisa delle cure. In un’ottica “per la vita” che non sembrerebbe essere quella prevalente in certi pre-stampati distribuiti da alcune associazioni. Questo potrebbe essere un ambito per riflessioni molto costruttive e originali, per esempio, fra le diverse sensibilità che esprimono i lettori di Città Nuova.

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