Storie di frontiera

Tra i migranti di Ventimiglia. In attesa di partire per la Francia.

«Retata in corso, fai passare la voce a chi sai, di a tutti che non scendano in strada». La frase la colgo mentre al bar mi gusto il caffè delle  sette e trenta del mattino. È il martedì prima di ferragosto. Ventimiglia si sta mettendo in marcia per un nuovo giorno di lavoro, mentre i turisti iniziano ad affollare il mercato coperto per comprare le primizie di frutta e verdura esposte sui banchetti. Esco e mi guardo intorno, in effetti non c’è una persona dalla pelle diversa dalla mia. In centro incontro un mediatore cultura che va al Campo della Croce Rossa: «Il lavoro mi aspetta». Al bar Hobbit, Delia o  “Mamma Africa” come la chiamano tutti i clienti, sta preparando un cartello da esporre sulla porta dove dice che il locale sarà chiuso giovedì 15. «Stamattina non è ancora venuto nessuno, mi dice. I ragazzi sanno che c’è la Polizia che gira con il pulmino per una retata, e così non si fanno vedere». Ma in effetti anche negli altri giorni di “ragazzi” se ne sono visti pochi. C’è chi sta tra i canneti sulle rive del Roya, vicino l’acqua. All’ombra e al fresco, dove pure dorme. C’è chi è al Campo della Croce Rossa e venire in centro da oltre Roverino è lontano. «Scusa signore per Francia come posso fare?». Arad e Farideh sono marito e moglie iracheni sono arrivati ieri sera in auto fin qui e ora vorrebbero attraversare la frontiera. Non hanno permessi di soggiorno, ma un passaporto e vogliono raggiungere il prima possibile la sorella di Farideh a Nord di Parigi. Mi raccontano del viaggio in barca, e dei venti compagni che hanno visto annegare in mare. Farideh mi mostra la schiena con le piaghe alcune ancora aperte, procurate dalle bastonate inferte dagli aguzzini durante i mesi di permanenza nei campi libici. La schiena è tutta una piaga, in farmacia le hanno regalato del disinfettante e della garza. «Mi hanno detto che la Francia è subito lì: fammi arrivare appena puoi». Ma ora bisogna stare ritirati, se la polizia li vede li porta negli hotspot del Meridione e questo va impedito assolutamente.  Arad insiste ripetutamente affinché gli indichi come passare prima possibile. Ma ora non si può, c’è troppa polizia e gendarmeria in giro. Bisogna aspettare, bisogna attendere che le acque si calmino. Ieri i ragazzi del 20 k, la rete solidale  che opera a Ventimiglia da diversi anni in aiuto ai migranti, hanno raccolto alla frontiera 15 persone respinte dai francesi. E così ogni santo giorno. Ma come ogni santo giorno chi viene respinto oggi, domani ci riprova. Sirak è al dodicesimo giorno che ci riprova, senza interruzione. «Prima o poi di là ci arriverò». Sandro il cuoco della mensa Caritas per pranzo ha preparato frittata con erbette e formaggio grattugiato, e pasta condita con zucchine e tonno. «Normalmente vengono una quarantina, ma oggi se ne sono visti appena quattordici. C’è il pulmino della Polizia che gira…..». Arad e Farideh sono al bar di Delia, mangiucchiano qualcosa senza appetito e intanto cercano di capire dove sono finiti, ma soprattutto come andarsene il prima possibile. Joseph ha ventisei anni è qui da quando di anni ne aveva venti, guarda il terrazzo al primo piano di una casa dove abitano amici. Mi domanda se buttandosi da lì potrebbe ammazzarsi. Lo guardo penso che stia scherzando, invece dice che lo farà. Lo ascolto e mi racconta che da sei anni non lavora, gira in città, che alla sua età non è possibile passare i giorni così. «Fai qualcosa, mi domanda mentre mi abbraccia e piange forte. Resto impietrito e non posso che piangere con lui.  Ventimiglia non è più la città degli anni passati dove incontravi migranti ad ogni angolo. Gli arrivi si sono ridotti di molto: «Già, perché ora li fanno morire in mare», commenta il bigliettaio della stazione. Ma è pur sempre un cul de sac, il buco dell’Europa. Un posto di passaggio dove si deve restare il meno possibile. Ma non sempre è possibile.

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