Stan Lee, il sorridente

L’epopea del grande autore che, insieme ad un gruppo di folli disegnatori e scrittori, è stato un incredibile e forse incomparabile creatore di mondi fantastici del nostro immaginario  
Stan Lee in una foto del 1954

L’eco della morte di Stan Lee, avvenuta il 12 novembre di questo anno, tarda ancora a spegnersi.

Migliaia i messaggi di cordoglio e dolore  che hanno riempito le bacheche social delle persone più disparate, dai fumettisti ai cineasti ai semplici lettori.

Lo scrittore, al secolo Stanley Martin Lieber, aveva 95 anni ma sembrava essere un personaggio virtualmente immortale, come e più delle decine di character che negli anni aveva inventato.

Eppure, nonostante i fan ancora fatichino a credere possibile sia accaduto, era un evento (per quanto tragico) nell’aria da qualche mese; solo l’anno scorso Lee aveva perso la moglie Joan (dopo un matrimonio durato sessantanove anni) e le sue condizioni di salute erano in declino dopo anni di continue apparizioni ovunque nel mondo in qualità di volto della Marvel Comics.

The man, o il Sorridente, come era solito essere soprannominato, è stato responsabile (personalmente in gran parte, con l’aiuto dei disegnatori che mettevano su carta le sue idee) della nascita e in buona parte, nel periodo iniziale, del successo dell’universo a fumetti Marvel così come conosciuto e così come reso famoso negli ultimi decenni grazie al boom cinematografico delle pellicole che lo stanno raccontando.

Sono dozzine i libri che hanno raccontato come siano passati i primi, epici, anni durante i quali furono messe le basi della sua carriera alla Marvel, alcuni dei quali -quelli che han cercato di narrare le vicende staccandosi dalla mera biografia- particolarmente ispirati, oltre alle centinaia di interviste nelle quali ha (magari contraddicendosi!) lui stesso cercato di ricordare quello che nei fatti è stato un evento irripetibile e di difficile catalogazione.

Negli anni ’30, in piena recessione, gli Stati Uniti crearono e alimentarono un genere narrativo, il fumetto (nella sua declinazione supereroistica), rendendolo quello che è oggi, strumento mediatico dalle mille possibilità molto amato e diffuso ovunque.

Non pochi sostengono che la cultura statunitense possa vantarsi di aver prodotto, come unici contributi originali, nel ventesimo secolo solo i fumetti di supereroi e il jazz.

Gli eroi di successo nati nell’anteguerra, i Superman, i Batman (con Wonder Woman e tanti altri ancora) superarono la Seconda Guerra Mondiale e portarono il comic book negli anni cinquanta iniziando però a mostrare un po’ la corda: la ripetitività delle storie e l’asticella dell’inverosimile alzata sempre più verso l’alto furono spazzate via da un nuovo corso, in grado di essere, per il medium, un evento epocale tanto quanto il primo numero di Superman.

Il fumetto superoistico iniziò a raccontare, con Lee e i disegnatori che lo aiutarono (sovente in qualità di co-creatori e non solo meri disegnatori), da Jack Kirby a Steve Ditko a John Romita, storie che incredibilmente sembravano essere verosimili; lo slogan “supereroi con superproblemi” si affacciò nel mondo del fumetto e finalmente gli eroi tutti di un pezzo svanirono, sostituiti da una pletora di persone comuni (famiglie, come i Fantastici Quattro, sedicenni nerd, come Peter Parker, adolescenti con problemi di inserimento a causa di alcune anomalie fisiche, come gli X-Men, etc. Etc.) alle prese con un nuovo status.

Le storie che Lee scriveva, inoltre, erano ambientate nella New York che poteva vedere dalla finestra della redazione della casa editrice e non in immaginarie città di fantasia come Gotham City o Metropolis.

Ritrovare nei fumetti le strade della città più famosa al mondo d’improvviso rese le storie di persone che camminano sui muri o volano quasi normali, e le vicende che avvenivano nel mondo reale talvolta (e anche i personaggi famosi) si mischiavano a quelle dei personaggi di fantasia.

Ma Stan Lee non è solo uno degli autori che in quel decennio rivoluzionarono il fumetto supereroistico; senza togliere nulla ai disegnatori ed agli altri scrittori che con lui partorirono migliaia di storie di successo, è e sarà riconosciuto per aver portato moltissime innovazioni nel suo campo lavorativo.

Nate quasi sempre per pura combinazione, in un mondo ancora pioneristico dove nessuno pensava di star lavorando a personaggi che dopo sessanta anni avrebbero avuto un successo mondiale e sarebbero stati oggetto di culto praticamente in tutti gli angoli del mondo.

Parliamo del metodo lavorativo che diventava qualcosa di diverso rispetto all’asettico e dettagliato script consegnato al disegnatore e diventava una jam session nella quale alla fine diventava impossibile capire chi avesse, fra disegnatore e scrittore, deciso o inventato cosa.

Oppure del contatto con il pubblico attraverso una rubrica di posta con i lettori nella quale traspariva l’innata verve e simpatia del, non a caso, Sorridente, condita da una serie di slogan e parole chiave entrate nella memoria e nell’immaginario dei lettori.

Per non parlare della capacità, in un mix tra lungimiranza imprenditoriale e analisi sociologica, di intercettare o addirittura prevenire (se non creare del tutto) le mode o gli umori della gente (e parliamo, in questo caso, di introduzione di supereroi di colori, del racconto dei problemi causati dalla droga, del rifiuto di alcune politiche intraprese dal governo degli Stati Uniti).

Da quando l’universo Marvel è diventato (soprattutto, bisognerebbe dire a questo punto) anche un universo cinematografico Stan Lee è diventato famosissimo anche fra i soli fruitori dei film e non dei fumetti.

Chi non ha mai letto le storie di Thor, Capitan America, Spider-Man scritte da Lee ha visto questo arzillo vecchietto comparire in tutte le pellicole in divertenti camei e ha scoperto che Stan The Man Lee è stato, insieme ad un gruppo di folli disegnatori e scrittori, un incredibile e forse incomparabile (al suo pari probabilmente solo Jack Kirby) creatore di mondi fantastici a fumetti.

 

 

 

 

 

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