Springsteen & Co.: nutrirsi di radici

Era già accaduto nei primi anni Sessanta, col folk cantautorale, quando qualcuno cominciò a realizzare che dietro le febbri del boom consumistico si celava un inquietante vuoto valoriale. La storia si ripeté nel decennio successivo, col country-rock: estrema riscoperta dell’intimismo bucolico come risposta ai fallimenti del collettivismo della decade precedente. E ancora capitò negli anni Novanta, nella vigilia di un cambio di millennio, col minimalismo dei cosiddetti newtraditionalist. E così accade ancora oggi, in questi anni attraversati da incertezze d’ogni tipo. Perché questa ciclica voglia di radici ha, anche questa volta, le sembianze di una transenna contro gli strapiombi di un inquietudine onnivora e onnicomprensiva, figlia non solo del dopo 11 settembre, ma anche della globalizzazione selvaggia, del sottovuoto (più o meno spinto…) che condiziona il panorama mediatico, della crisi di quasi tutti i modelli occidentali di riferimento. Se la musica popolare torna alle radici, è dunque perché in essa continuano a specchiarsi realtà sociali più che mai bisognose di sicurezze, di rifugi, di identità. Ne è una prova il nuovo album del boss Springsteen We shall overcome (Sony-Bmg), tutto dedicato a quel campione del folk pacifista che fu Pete Seeger: con Woody Guthrie, uno dei padri fondatori della moderna canzone d’autore statunitense. Un grande album, che riscopre tematiche e personaggi antichi e sonorità ruspanti, nel segno di un countryfolk che ha il sapore di un ritorno alle sorgenti più genuine di un’America ancora capace di sogni e di passioni forti, di valori importanti, di storie e personaggi tragici ma reali, persi nei bassifondi di quell’american dream ormai fagocitato dai disincanti della postmodernità. Stesso discorso o quasi per il notevole All the roadrunners (Universal), appena sfornato dall’inedita accoppiata Mark Knopfler & Emmylou Harris. Il leader degli indimenticati Dire Straits e l’eroina del country d’autore degli anni Settanta usano gli stessi codici espressivi del Boss, ma supportandoli con testi strettamente legati all’oggi. Come nella straziante If this is goodbye, ispirata proprio alla tragedia dell’11 settembre 2001. La leggiadra suadenza loro country- rock di chiara matrice dylaniana è lo sfondo su cui s’appoggiano quotidianità dolorose, solitudini alienate, famiglie smarrite. I due non disdegnano contaminazioni volutamente demodé (dall’hillbilly al bluegrass passando per il blues) epperò il tutto ha il sapore inconfondibile del presente. Un’umanità perennemente oscillante tra frustrazione e speranza, aggrappata all’altalena sentimentale come il più disperato dei naufraghi. In entrambi i casi – e potremmo aggiungere anche quelli del redivivo Kris Kristoferson, dei Little Willies di Norah Jones, o dei nostri Fiamma Fiumana – è impossibile non cogliere tra i solchi una voglia di purezza, di autenticità e di Verità, che ha radici ben più antiche di quelle stilistiche di cui si nutre. Ecco perché ciò che in apparenza sembrerebbe solo un rigurgito tradizionalista o conservatore ha in realtà i cromosomi di un’epifania. E il profumo di una piccola, pacifica, e benefica rivoluzione. CD NOVITA’ Red Hot Chili Peppers Stadium Arcadium (Cgd-Warner) Era uno dei dischi più attesi dell’anno. E non delude: due ore di grande musica, suddivise in due cd (chiamati rispettivamente Giove e Marte) da quattordici canzoni l’uno. Un anno e mezzo di lavoro per un bel campionario rockettaro, che alterna scosse elettriche e carezze melodiche. Un album che ha le carte in regola per dare al quartetto di Los Angeles la palma di band dell’anno. Flaming Lips At war with mystics (Cgd-Warner) Se amate la psichedelia e il flower-pop dei ’60, il ritorno di Coyne e soci vi intrigherà non poco. Gli altri lo maneggino con cura.

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