Una speranza poliedrica per vivere nella poli-crisi globale

Il cambiamento ineludibile che stiamo attraversando in questo momento è più grande di quello che accade in tempo di guerra. Non abbiamo bisogno dell’ottimismo superficiale ma della consapevolezza di dover trattare in modo umano ognuno degli 8 miliardi di esseri umani viventi sulla Terra
Speranza globale. Foto India inizio secolo (AP Photo/Bikas Das, File)

“Andrà tutto bene”: le tre parole più ripetute quasi tre anni fa all’inizio della pandemia Covid esprimevano il sentire comune nell’affrontare un profondo cambiamento sociale, imposto da una grave minaccia globale alla salute pubblica.

Nessuno si era preparato a quella crisi profonda, né la società civile, né le famiglie, né le imprese, né i governi e le istituzioni internazionali. Ma la crisi era accompagnata dalla certezza diffusa che la brutta scossa sarebbe stata temporanea e che dopo un certo periodo tutto sarebbe tornato alla tranquilla normalità.

L’abbondante dose di ottimismo ha offerto un po’ di serendipità collettiva, che ha permesso a molti di continuare la vita sorridendo di tutti i disagi che si dovevano affrontare. Ma le statistiche della crisi non offrono un bilancio ottimista e dimostrano che quella frase simpatica era anche falsa. Il bilancio totale della pandemia è stato di 644 milioni di persone contagiate e 6 milioni 630 mila morti.

Inoltre, 40 milioni di nuovi disoccupati nel mondo, con un aumento di oltre il 20% in due anni, il più grande degli ultimi trent’anni. 97 milioni di nuovi poveri e una retrocessione di due anni della riduzione della povertà. Il numero di persone colpite dalla fame a livello globale è salito a 828 milioni nel 2021, con un aumento di circa 46 milioni dal 2020 e di 150 milioni rispetto al 2019. 10,4 milioni di nuovi orfani, bambini che hanno perso un genitore o una persona che si prende cura di loro.

73.000 imprese italiane chiuse, di cui 17.000 non riapriranno, 6.800 imprese che hanno dichiarato fallimento nel 2021, in aumento del 43,6% rispetto allo stesso periodo del 2020, quando si sono registrati 4.700 fallimenti.

L’impatto diretto della pandemia sugli italiani: 24 milioni di contagi e 184.000 morti, cioè 20% in più degli italiani civili morti nella Seconda guerra mondiale. A queste statistiche vanno aggiunti l’aumento della mortalità per suicidio, la crescita della tossicodipendenza, che ha portato l’Italia al primo posto in Europa e circa due milioni di giovani NEET, che non studiano e non lavorano; tutti sintomi di una crisi socioeconomica grave.

Tuttavia, in quello che la storia ricorderà dei primi tre anni del terzo decennio del terzo millennio, il Covid non sarà affatto l’unico protagonista. I ruoli principali li giocano il cambiamento climatico, i conflitti senza sbocco che stanno causando disordini sociali, instabilità finanziaria, grave insicurezza alimentare, disuguaglianze imponenti, diritti negati, flussi di rifugiati senza precedenti. Il risultato finale è la crisi di sistema che ormai è facile intravvedere.

Si tratta di una poli-crisi globale, così disordinata e poliedrica, che nessuno ne ha ancora trovato una macro-definizione. Da essa e dal basso sta nascendo una nuova civilizzazione. I politologi e i diplomatici la chiamano “crisi a cascata”; i sociologi e gli ambientalisti parlano di “collasso eco-sociale”; i biologi vedono “la grande estinzione”: ne hanno le prove, visto che circa un milione di specie animali e vegetali rischiano l’estinzione e che la biodiversità sulla Terra ha perso il 60% dei vertebrati tra il 1970 e il 2014.

Cinquant’anni fa, il rapporto del Club di Roma del 1972 “I limiti dello sviluppo” lo aveva previsto. Non gli abbiamo dato retta. La prima foto del pianeta Terra visto dallo spazio il 7 dicembre 1972 ce lo aveva mostrato: siamo tutti sulla stessa barca. L’abbiamo guardata ma non ne abbiamo voluto vedere il significato e il monito. Non abbiamo sentito le sirene d’allarme.

A metà novembre 2022, le Nazioni Unite hanno segnalato che siamo otto miliardi di persone sulla Terra e la prossima generazione vivrà insieme a dieci miliardi di esseri umani nel 2050.

In novembre 2022, nei summit del G20 a Bali in Indonesia e dell’APEC a Bangkok in Thailandia sono emerse analisi che lasciano sbigottiti. Le 19 economie più grandi tra i 194 Paesi del mondo producono e godono dell’80% del totale mondiale del prodotto nazionale lordo (PIL) di 85 triliardi di dollari.

Le 21 economie dell’Asia-Pacifico (APEC) trainano la crescita con 2,9 miliardi di persone e rappresentano oltre il 60% del PIL globale. I partner APEC rappresentano oltre il 75% del commercio totale di merci e servizi. Gli esperti al seguito dei capi di governo hanno tentato di tratteggiare il presente e l’immediato futuro con abbreviazioni da brivido, come l’acronimo VUCA, le iniziali in inglese di Volatilità, Incertezza, Complessità, Ambiguità.

In Asia – che rappresenta più della popolazione e dei mercati di tutto il resto del mondo messo insieme – si descrivono le trasformazioni economiche, politiche e sociali in atto con altri due acronimi: BANI, che significa Fragile, Ansiogeno, Non-lineare, Incomprensibile, e RUPT, che significa Rapido, Imprevedibile, Paradossale e Ingarbugliato.

Queste dodici caratteristiche bastano da sole per capire l’ordine di grandezza delle sfide da affrontare a livello globale. È un insieme un bel po’ più complesso del semplicistico “andrà-tutto-bene” di tre anni fa.

Che ci piaccia o no, siamo costretti ad ammettere che ogni sistema PAESE (Politico, Ambientale, Economico, Sociale, Etico) nel quale viviamo, gode di connettività del 21° secolo, soffre concetti e processi di gestione della metà del 20° secolo, fondati su filosofie politiche ed economico-sociali del 19° secolo.

Il cambiamento ineludibile che stiamo attraversando in questo momento è più grande di quello che accade in tempo di guerra; eppure pensiamo e viviamo come se fossimo in pace con la Terra e con gli altri sistemi viventi. Inoltre il ritmo globale del cambiamento sta superando la capacità di gestione delle istituzioni nazionali e internazionali, che pertanto vanno riformate subito.

Dunque, una forma nuova ma essenziale dell’impegno umanistico per il progresso, per la giustizia e per la pace deve essere quella di costruire maggiore antifragilità, cioè maggior capacità di prosperare grazie al disordine e alla crisi.

Contrariamente alla forza e alla robustezza, l’antifragilità dei sistemi permette loro di resistere agli urti e rimanere efficaci, e addirittura migliorare per effetto degli urti, come succede nell’evoluzione dei sistemi viventi[1].

Per rivedere la luce alla fine del tunnel bisogna prima abbandonare ogni tentazione di conservazione del passato e di chiusura alle novità del presente, scegliendo invece una coraggiosa apertura e conversazione con ogni differenza e gemma di futuro, comprese le innovazioni che sembrano causare conflitti.

Il conflitto non è di per sé diabolico. Solo la violenza che lo accompagna lo è e va rifiutata. Il conflitto è il motore principale della creatività e dell’innovazione. Le persone non imparano fissando uno specchio; le persone imparano incontrando la differenza.

Per questo serve subito una dose straordinaria di neo-illuminismo umanista:

  1. Rigenerare non l’ottimismo superficiale ma piuttosto una speranza profetica e proattiva, che sia attenta a sviluppare la memoria dalle esperienze passate, riconoscendo che il progresso inclusivo è fatto e misurato dalla vita, dalla salute, dalla solidarietà, dalla prosperità, dalla pace, dalla libertà, dalla sicurezza, dalla conoscenza, dal tempo libero e dalla felicità.
  2. Educare le nuove generazioni e noi stessi sul fatto che la vita è meglio della morte, la salute è meglio della malattia, la disponibilità dei beni essenziali è meglio del bisogno, la libertà è meglio della coercizione, la felicità è meglio della sofferenza e la conoscenza è meglio della superstizione e dell’ignoranza, il bene pubblico viene prima del bene privato. In un approccio ecosistemico l’inquinamento, l’avidità, la disoccupazione, lo spreco, le disuguaglianze e la povertà – tra le altre – sono invenzioni umane. Pertanto, possono e devono essere messe fuori dal nostro prossimo modello di vita[2].

25 anni fa, l’articolo 1 della dichiarazione universale delle responsabilità umane del 1997, approvata cinquant’anni dopo la dichiarazione universale dei diritti umani, sanciva che «Ogni persona, indipendentemente dal sesso, dall’origine etnica, dallo stato sociale, dalle opinioni politiche, dalla lingua, dall’età, dalla nazionalità o dalla religione, ha la responsabilità di trattare tutte le persone in modo umano».

Andrà tutto bene, solo se tratteremo ognuno degli altri otto miliardi di esseri umani in modo umano. E, ovviamente se ci organizzeremo di conseguenza: abbastanza Homo sapiens sapiens (saggio e sapiente) da saper divenire Homo amans solicitus, capace di amare e prendersi cura dell’umanità.

[1] Nassir Nicholas Taleb, Antifragile, Il Saggiatore, 2013.

[2] Alexandre Lemille, eco-sistemologo rigenerativo

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