Il sorriso di don Pino

A 26 anni dall'omicidio del parroco di Brancaccio, ricordiamo la sua vita attraverso le scene del film "Alla luce del sole" di Roberto Faenza, del 2005.

Quando Gaspare Spatuzza e Salvatore Grigoli gli spararono alla nuca, la sera del 15 settembre del 1993, lui gli sorrise e poi gli disse: «Me l’aspettavo». Era il giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno e la sua Fiat Uno rossa stava attraversando le vie di Brancaccio per tornare a casa. Erano le 11, quasi, e le strade del quartiere erano buie, ma lo stesso intrise di mafia, lo stesso sorvegliate dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i boss del quartiere. Erano lo stesso abitate da bambini prigionieri di grandi interessi criminali, già ammaestrati a una mentalità dolorosa, feroce e autolesionistica. Erano lo stesso riempite di famiglie fragili e da una generale povertà diffusa.

Da tre anni, don Pino Puglisi, che era nato a Palermo, nel 1937, proprio a Brancaccio, era parroco a San Gaetano, una delle chiese del quartiere. Ogni giorno metteva la sua mitezza e il suo amore per il Vangelo al servizio dei più giovani, per strapparli dalle fauci della malavita. Perché la loro età offriva margini di speranza. Li aiutava a scuola, nelle sue intense, pastorali, ore di religione; li portava in chiesa, cercava di offrire loro spazi nuovi, mancanti, gli spiegava l’assurdità del rubare e dell’uccidere. C’è una sequenza, nel film Alla luce del sole di Roberto Faenza, del 2005 – tutto dedicato alla storia di don Pino Puglisi – in cui il sacerdote (ben interpretato da Luca Zingaretti) guida la sua macchina con alcuni ragazzini dentro. «Su dai, ripassiamo un po’ i comandamenti – chiede loro mentre sta al voltante –. Cosa dice per esempio l’ottavo?». Uno del gruppo, incolpevolmente contaminato da tanti cattivi maestri, gli risponde: «Non testimoniare». Don Pino sorride e poi, con la sua incessante dolcezza, gli spiega cosa dica esattamente il comandamento. Un istante dopo riprova con il quinto. «Non uccidere il padre e la madre», accenna un altro bambino. E qui la risposta ha sfumature simboliche: quel padre e quella madre, nella risposta del bambino, potevano essere una mentalità distruttiva e difficile da abbattere, da stradicare. Don Pino, però, non era uno che mollava, sapeva andare fino in fondo e per insegnare la bellezza ai suoi bambini, per provare a tirare fuori i suoi ragazzi dalla drammatica realtà in cui erano nati, per togliere alla mafia una fonte di sostentamento fondamentale, si era messo contro certa gente, anche parecchi genitori, perché drogati dal potere criminale, perché solamente – si fa per dire – da questo terrorizzati.

La costanza e la totalità nel donarsi, la spinta senza sosta per la buona battaglia, l’amore di don Pino Puglisi per i più fragili, e il suo lavoro coraggioso nelle periferie sofferenti e bisognose di tutto, vengono raccontate con un’altra sequenza del film di Faenza: entrato in classe, il primo giorno di scuola, don Pino getta a terra uno scatolone pieno di cose. «Sapete che ho fatto?», chiede agli studenti in attesa della lezione. «Sì, ha rotto le scatole», gli risponde uno. «Bravo! È questo che voglio insegnarvi: non aver paura di rompere le scatole! È questo il lavoro che voglio fare con voi: abituarvi a pensare con la vostra testa. Dire sì, se é giusto dire si. Dire no, se è giusto dire no!». Gli stessi messaggi chiari Don Pino li mandava ai mafiosi di Palermo. Lo faceva ad alta voce, nelle sue omelie, dove chiedeva ai cosiddetti uomini d’onore di presentarsi “alla luce del sole” (da qui il titolo del bel film di Faenza).

Dopo la morte di Borsellino organizzò una manifestazione, e durante la Messa usò parole fortissime: «Gli assassini, coloro che vivono e si nutrono di violenza, hanno perso la dignità umana. Sono meno che uomini, si degradano da soli, per le loro scelte, al rango di animali. Mi rivolgo anche ai protagonisti delle intimidazioni che ci hanno bersagliato. Parliamone, spieghiamoci, vorrei conoscervi e conoscere i motivi che vi spingono ad ostacolare chi tenta di educare i vostri figli alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori della cultura e della convivenza civile». Era una risposta forte al pensiero collettivo sintetizzato nel film Alla luce del sole da quel padre che spiega a suo figlio come esistano due tipi di uomini: quelli d’onore e quelli che camminano a testa bassa. Don Pino la testa non l’abbassò e mai la volse dall’altra parte. E per questo conobbe insieme al coraggio anche la paura e la solitudine.

«Non lasciate che il mio corpo rimanga troppo tempo a terra da solo», chiede Don Pino, sempre nel film di Faenza, ad un collaboratore della parrocchia. Nonostante le fragilità umane, però, sorretto da una fede profonda e da una completa incarnazione del Vangelo, non perse mai il suo accogliente sorriso e quando, nel 2018, in occasione dei 25 anni dalla sua morte, papa Francesco giunse a Palermo per omaggiare questo grande uomo – primo sacerdote martire di mafia e percla sua missione beatificato –, nell’omelia disse che don Pino «coronò la sua vittoria col sorriso, con quel sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale disse che c’era una specie di luce in quel sorriso. Padre Pino era inerme, ma il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore. È la luce dell’amore, del dono, del servizio. Abbiamo bisogno di tanti preti del sorriso, di cristiani del sorriso, non perché prendono le cose alla leggera, ma perché sono ricchi soltanto della gioia di Dio, perché credono nell’amore e vivono per servire. È dando la vita che si trova la gioia, perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere». Il sorriso di don Pino sconvolse uno dei suoi assassini: il sanguinario killer di Cosa nostra Gaspare Spatuzza, il quale, oltre ad essere diventato un collaboratore di giustizia, ha iniziato un percorso di dissociazione e conversione spirituale, cristiana, ritenuto da più parti credibile. Il sorriso di don Pino Puglisi, unito alla sua grande lezione, sono ancora oggi di grande aiuto a chiunque. Non sono certo stati assassinati la sera di quel 15 settembre del 1993.

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