Solidali oltre le calamità

Guerre, terremoti, povertà vedono le Ong in prima linea. Criticità e impegno di un lavoro di frontiera.
Terremoto Cile
C’erano durante lo tsunami, erano sotto le bombe dei Balcani, continuano la loro presenza in Paesi dilaniati da miseria, guerriglie, embarghi. Le organizzazioni non governative non cedono terreno quando si parla di soccorso a popolazioni in difficoltà. Eppure di questi tempi sono prese di mira per la loro azione o forse perché «presidio di un Occidente che anche della solidarietà ha un’idea coloniale di dipendenza».

Angela Maria Bezerra Silva, brasiliana e assistente sociale, da 5 anni impegnata con l’Amu (Azione mondo unito) in progetti di sviluppo, non ha dubbi: «Spesso le agende delle nostre organizzazioni sono gonfie di un capitalismo compassionevole che insieme agli aiuti esporta una mentalità filoliberista, che rischia di entrare in conflitto con le popolazioni e ancor di più con i governi». Nella sua voce c’è la vivacità tipica del suo Paese, negli occhi le immagini di dolore e di rinascita di tanti villaggi dell’Indonesia spazzati via dal maremoto del 1995. È lì che Angela Maria, ha iniziato il suo lavoro nella cooperazione.

 

Ma cosa fa esattamente una Ong?

«Esistono tanti tipi di Ong. Ci sono quelle di emergenza, di sviluppo, quelle che si occupano di formazione e di ambiente. Ciascuna ha un suo specifico campo di azione, ma tutte abbiamo una grande passione per l’umanità nel bisogno. Le più note sono quelle di emergenza perché intervengono immediatamente dopo un disastro. I media danno risalto, la politica le finanzia e la gente le sa riconoscere e le aiuta generosamente».

 

Perché allora sono spesso sotto assedio?

«Alcune hanno dietro una rete politica che può entrare in conflitto con i governi locali e con le popolazioni. I recenti casi di Emergency e della Flottiglia della pace hanno punti poco chiari. A livello umanitario poi, non viene apprezzato un modello selettivo di aiuto: ad alcuni sì ad altri no, e idem per i processi che non innescano autosviluppo».

 

Spiegaci meglio cosa intendi.

«Quando ci fu lo tsunami, alcune Ong ricostruirono le case di chi aveva perso tutto. L’intero villaggio si ribellò. Perché solo alcuni potevano avere un tetto e non tutti gli altri che vivevano anche loro in capanne poverissime? Il nostro compito dovrebbe facilitare la ricostruzione e non creare fratture sociali: per questo è indispensabile il dialogo con la gente del posto. Significa lavorare insieme, individuare l’urgenza dei progetti e le modalità di realizzazione. Noi poi possiamo inviare volontari, apparecchiatura e soldi, ma tutto deve partire dall’idea che non c’è l’assistito e il benefattore».

 

All’Amu va meglio?

«Insomma… Si impara sul campo. Dopo lo tsunami anche noi abbiamo pensato alle case. Invece ci hanno chiesto barche e reti per riprendere il lavoro. Abbiamo scelto con i pescatori i materiali e i progetti, e loro stessi ci hanno offerto alloggio in una delle poche case rimaste in piedi. Alla fine c’erano le barche e c’era la loro dignità di lavoratori».

 

Ti sei chiesta anche tu il perché di tante tragedie?

«In molte c’è la responsabilità diretta dell’uomo, soprattutto per l’uso improprio delle risorse. Ma i disastri generano spesso un’onda di solidarietà travolgente, che fa persino cessare conflitti ventennali. Bisogna ricordarsi che quando si spegne la tv e i media dimenticano, i problemi di queste persone restano e la solidarietà non va in stand-by».

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