Simona Bucci sulle note dei “Preludi” di Šostakovič

La coreografa fiorentina evoca luoghi dell’essere, stati di ombra, ma anche leggerezza e sogno, scaturiti dalla musica del compositore russo. Il debutto al Stresa Festival

Hanno lasciato un segno profondo nel repertorio pianistico del ‘900, rivelandosi ancora oggi estremamente moderni. I 24 Preludi e Fughe, considerati l’opus magnum di Dimitri Šostakovič, furono concepiti dal grande compositore russo, negli anni ’50 dell’Unione Sovietica, prendendo a modello il Clavicembalo ben temperato di Bach aggiornando il linguaggio armonico a quello del suo tempo. I suoi contenuti emotivi esprimono simbologie e atmosfere intense in cui confluiscono il grottesco e il tragico, il misticismo e lo sberleffo.

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Su queste risonanze, sulla complessità tematica e la loro variegata dinamicità, estrapolando solo 8 dei 24 Preludi insieme al maestro Roberto Prosseda e da lui eseguiti dal vivo, la coreografa Simona Bucci ha dato forma a quel registro espressivo ora pacato, ora cupo e drammatico, ora leggero e giocoso, ora sognante che caratterizza la musica. Commissionato e coprodotto dal prestigioso Stresa Festival diretto dal maestro Gianandrea Noseda, lo spettacolo Preludi e fughe. Geografia antropica (presentato a Verbania nel teatro Il Maggiore, nell’ambito dell’area tematica “Tra Classico e Neoclassico: la via russa”) è costruito su 7 interpreti maschili collocati su una scena cosparsa di bianchi fazzoletti di plastica leggera.

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Simili a soffici piume creano, complice un’affascinante alternanza di luci, una realtà sospesa scandita dalla lentezza dei movimenti iniziali con l’ingresso dei danzatori che si tengono per mano attraversando sinuosamente il palcoscenico. Si muovono nello spazio come un corpo unico dal quale fuoriescono, a turno, singole individualità frastagliate che poi rientrano. L’assolo si trasforma in duo, poi in trio, in quartetto, in composizioni suscitate da spostamenti incontrollati e ricomposti dei corpi che lasciano il segno della loro figura, in un continuo ricrearsi del disegno corale.

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In questa unità della molteplicità c’è un brulicare di vita evocato dai movimenti disarticolati e morbidi, dagli scatti e dai tremiti che li scuotono, dagli abbandoni al suolo improvvisamente privati dell’energia che li animava, dagli atletismi affettivi in cerchio, dal sorreggersi, soccorrersi e proteggersi reciproco in intrecci sfidanti o in solidali pose che disegnano lo spazio delle relazioni. Sono gesti e movimenti che si nutrono di quello che il corpo dell’altro accende e lascia dietro di sé. Sono aneliti verso l’alto, giochi e sogni ancorati a terra, tessiture vulnerabili di trame umane dove confluiscono malinconia e gioia, forza e debolezza, pacatezza e dolore, nel costante e inarrestabile mutamento del divenire. Sono quadri mutevoli, scorrimenti e soste repentine, affreschi di personalità che si articolano, si torcono, si fondono, si distanziano, si osservano, si accompagnano, si sorreggono, traducendosi in sonorità d’immagini. Sono addensamenti di segni, un insieme di frammentazioni, un’accelerazione di slanci cui segue un riposizionamento di posture che arriva fin sotto il pianoforte con tutto il gruppo che sosta lasciando a un solo danzatore l’accadimento di un ulteriore paesaggio dell’anima.

 

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Questa organica drammaturgia coreutica all’insegna di una poetica tutta maschile, applicata ai riverberi pianistici dei Preludi, fruga, cerca e restituisce nella natura dei corpi l’essenza della musica di Šostakovič, quel nitore cristallino che la danza di Simona Bucci rende ancora più visibile catturando i sensori della mente e del cuore.

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