Sempre in missione

Articolo

Il volontariato è un’esperienza che aiuta a far crescere le persone, fa pensare in modo positivo. Il volontario è una persona forte, coraggiosa, che aiuta sempre gli altri e sa aiutare sé stesso. Penso che la formazione al volontariato sia una terapia sulla vita che aiuta a stare bene dentro e a stare bene con gli altri. Così scrivono Alessandra, Irene e Francesca, alunne di una scuola media di Tivoli, vicino Roma. Hanno avuto la fortuna, insieme ai coetanei di altre sette scuole della provincia, di vivere un anno scolastico, l’anno scorso, un pò speciale. Il loro istituto, infatti, è fra quelli che hanno preso parte ad un progetto realizzato dall’associazione Italia solidale che, in collaborazione con la Provincia di Roma, ha promosso una formazione al volontariato rivolta ad adolescenti e preadolescenti. Studenti di scuole medie ed istituti superiori sono stati condotti per mano, attraverso incontri settimanali, a sperimentare il volontariato sotto una nuova prospettiva, che supera l’idea assistenzialistica e sentimentalista e punta al coinvolgimento totale della persona a partire dalla propria vita quotidiana. C’è chi ha imparato ad ascoltare e capire le persone senza giudicarle, chi ad essere una persona migliore , chi a parlare di sé stessa, ad esprimere quello che avevo dentro senza paura di pregiudizi…. Dunque un percorso che comincia dalla maturazione di sé stessi per arrivare ad aprirsi e a donarsi agli altri. Per noi il punto focale era lo sviluppo di vita di questi ragazzi mi spiega Caterina Casarano, preside delle scuole di formazione per i promotori di sviluppo, le persone cioè che promuovono questo tipo di volontariato a più livelli, come vedremo. Tutto è partito da un bando della provincia di Roma – continua – rivolto a progetti che sensibilizzassero i preadolescenti e gli adolescenti al volontariato. Uno dei punti di forza del bando era la capacità del progetto di arrivare al maggior numero di studenti tramite delle conferenze e quant’altro potesse divulgare questo tipo di impegno. La nostra proposta, a dire il vero – precisa Caterina Casarano -, non andava proprio su questa linea, nel senso che per noi è importante non tanto tenere delle conferenze quanto proporre esperienze profonde a piccoli gruppi ma che incidano sulla persona. Siamo convinti che il volontariato sia un’inclinazione naturale di ogni ragazzo, basta dargli la possibilità di sperimentare quanto sia bello impegnarsi per gli altri. Partono così gli incontri settimanali durante i quali questi ragazzi imparano prima di tutto ad esprimersi, scambiarsi esperienze, conoscersi per poi arrivare a maturare la solidarietà fra loro e col resto del mondo. Non è stato facile – ammette la preside – perché in genere sono sottoposti a stimoli piuttosto negativi sia in famiglia che a scuola e soprattutto subiscono tanto l’influsso non costruttivo della televisione. A volte portano già su di loro il peso di esperienze traumatiche. Non a caso le statistiche confermano una percentuale crescente di giovani e ragazzi che soffrono di disturbi psicologici e sessuali. Nei gruppi di amicizia, (come si chiamano i gruppi di lavoro) ogni singolo studente è stato aiutato, partendo dalla propria storia personale, a riscoprire le proprie potenzialità, primo passo per aprirsi agli altri. Certo è un percorso che non si esaurisce in un anno scolastico, tant’è che numerose famiglie hanno chiesto di continuare. Ma sono comunque esperienze importanti che lasciano un segno. Cosa c’è dietro questa proposta? Ce n’è una più ampia che deve la sua origine a p. Angelo Benolli, oblato di Maria, sacerdote ed educatore, da trent’anni a fianco dei sofferenti nel corpo e nello spirito, come ama dire lui. Dinanzi ai tanti disagi esistenziali che colpiscono le persone, i giovani, le famiglie, i 30 mila bambini che ogni giorno muoiono di fame nel sud del mondo, ci siamo dati lo scopo di soddisfare la fame dello spirito e quella del corpo afferma con forza. Grazie infatti alla sua esperienza di missionario viene a contatto e con la povertà materiale e con la miseria morale e spirituale di tanta gente. Avverte l’esigenza di approfondire studi di psicologia e psicanalisi ma si rende ben presto conto dei limiti di queste discipline allorché prescindono da Dio. Da qui la necessità di elaborare un pensiero nuovo, una proposta culturale innovativa che, unendo scienza e fede, aiuti le persone a ritrovare sé stesse e il rapporto con Dio e con gli altri. La formazione di Italia solidale parte, infatti, non solo dalla persona, ma, prima ancora, dalla sua storia e dal suo inconscio, per liberarla da ogni condizionamento di vita e permetterle di arrivare a ben amare e ben lavorare. C’è proprio un’assioma che intende esprimere lo spirito dell’associazione: La vita non s’inganna , essa è come è, non come io la penso o altri dicono. Formazione e missione sono due parole che a Italia solidale camminano insieme. Perché una volta recuperata la propria identità e dopo aver istaurato sane relazioni interpersonali, è naturale avvertire e sviluppare il bisogno di portare alla vita anche gli altri, specialmente i più bisognosi, mi spiegano alcuni volontari. Ecco il senso delle scuole per promotori di sviluppo, scuole non di istruzione ma di formazione integrale della persona per renderla adatta a fronteggiare gli errori culturali correnti. Già padre Lanteri, fondatore degli Oblati, si era posto questo obiettivo: Far fronte agli errori correnti con i metodi più attuali. Significativa la testimonianza di Zoe Paolini che ha concluso il ciclo dei quattro anni di questa scuola: Gli anni sono volati: preghiera, meditazione, scambio, studio e missione. I due binari di approfondimento, quello personale e quello culturale si accompagnano e si intersecano: più scandagli la tua storia e più conosci la storia dell’umanità e l’una è funzionale alla comprensione dell’altra. Nessuno mi aveva mai detto che quello che cercavo era prima di tutto dentro di me e che partendo da questa realtà avrei avuto una relazione profonda con Dio, con gli uomini e con il creato. Questa nuova ricerca personale e culturale, mi ha permesso di prendere coscienza di una personalità debole e confusa, provocata da esperienze di non amore e di assenza nei miei primi anni di vita. Il processo di liberazione si è potuto innescare attraverso un impegno sofferto, continuo, sacramentale . E oggi Zoe è fra i promotori di sviluppo nella sua città, Tivoli, dove ha accompagnato il percorso di formazione al volontariato degli alunni di una scuola media. Mentre Caterina già cinque anni fa ha deciso di lasciare la sua professione e partire per un periodo di missione in Africa. Mio marito e i miei figli non erano d’accordo, però mi hanno lasciato andare. Negli anni dopo anche mio marito ha voluto fare quest’esperienza e mia figlia si è messa a studiare francese per essere più preparata ad affrontare un prossimo viaggio. Come Caterina, tanti hanno lasciato il loro lavoro per sostenere e diffondere la cultura di vita di Italia Solidale, per andare in missione. Moltissime sono le persone che grazie all’Associazione hanno ritrovato la gioia di vivere, uscendo dalla depressione e da altri disagi, parecchie le famiglie che hanno recuperato relazioni autentiche, interi ambienti lavorativi sono cambiati in positivo. In missione sempre. Qui o nel sud del mondo. Cambia il contesto ma non lo stile. Non l’assistenza ma l’autosussitenza, la chiamano. Parte dall’adozione a distanza di un bambino intorno al quale viene costruito un progetto di sviluppo che arriva a coinvolgere la famiglia e la comunità locale. Non si esportano tecnici o esperti, né si costruiscono strutture per beneficenza ma si aiuta la gente del posto, in collaborazione con missionari e laici locali, a costruirsi il proprio futuro, un passo alla volta. In questo senso viene ad esempio favorito il microcredito, che innesca un processo di globalizzazione dello sviluppo. Partendo dalla costituzione di piccoli gruppi dove, come scrive in una lettera aperta padre Benolli, le persone si aprono, si sostengono e trovano insieme soluzioni concrete ai loro problemi. Si sostengono così a valorizzare le immense capacità e le forze che hanno e ad essere loro stessi artefici del loro sviluppo. Già con questo tipo di movimento, ancor prima di inviare aiuti materiali, molte comunità si sono rianimate ed hanno risolto moltissimi problemi. Queste diventano piccole comunità solidali sparse nel mondo che escono dalla passività in cui purtroppo spesso cadono a seguito di certi tipi di aiuti umanitari ed entrano in un processo di sviluppo autonomo, autentico ed originale, non copiato sui modelli occidentali; tutte le proposte di realizzazioni concrete provengono infatti direttamente da loro e sono portate avanti in comunione con Italia Solidale. In questo modo, grazie alla generosità di 20 mila donatori italiani, si riesce ad intervenire in 81 missioni e comunità dell’Africa, sud America a Asia. Così c’è chi parte in missione e c’è chi vive in missione. Anche a casa propria.

Leggi anche

I più letti della settimana

Altri articoli

Simple Share Buttons