Sei milioni di donne vittime di violenza

Impressionanti i dati presentanti dall'Istat sulla violenza di genere in Italia. Le più colpite sono le divorziate, le laureate, le donne in cerca di occupazione o che hanno un lavoro precario, soprattutto quelle che lavorano nei trasporti, nella comunicazione e nella pubblica amministrazione. Bisogna reagire, parlarne e non restare in silenzio. Commenta l'articolo
violenza sulle donne

Sono 6 milioni 743 mila le donne dai 16 ai 70 anni che, nel corso della loro vita, sono vittime di violenza. Il 23,7 per cento subisce violenze sessuali, il 18,8 per cento violenze fisiche, mentre circa un milione di donne subisce stupri o tentati stupri. Oltre alla violenza domestica le donne sono spesso vittime di violenze e pressioni anche sul posto di lavoro da parte di colleghi e datori di lavoro: i dati ci parlano di 347 mila vittime registrate tra il 2006 e il 2008.

Le più colpite sono le divorziate, le laureate, le donne in cerca di occupazione o che hanno un lavoro precario, soprattutto quelle che lavorano nei trasporti, nella comunicazione e nella pubblica amministrazione, soggetti deboli su cui è più facile fare pressione, che spesso vengono ricattate per mantenere il posto di lavoro o per essere assunte. Il problema è che nella maggior parte dei casi tali violenze vengono taciute e i motivi sono vari: mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine, paura di non essere credute, vergogna e autocolpevolezza.

E invece parlare, denunciare, è importantissimo per smascherare un fenomeno intollerabile. Come hanno fatto le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e Uil a Roma, nella sede dell'Ilo, il 27 novembre scorso, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Una ricorrenza voluta per ricordare il 25 novembre 1960, data in cui furono uccise le sorelle Mirabal, donne rivoluzionare che combatterono con coraggio il regime allora vigente nella Repubblica Dominicana, per ottenere il rispetto dei diritti delle donne del loro Paese.

Si è partiti dai dati Istat, presentati dal direttore centrale dell'Istituto Linda Laura Sabbadini, che mettono in risalto una situazione grave che purtroppo non sembra migliorare. Anche perché, è stato detto, sovente a livello giuridico non si prendono i giusti provvedimenti quando le donne vengono minacciate.

Si è quindi cercato di valutare le leggi con i ministri dell'Interno, Cancellieri, e del Lavoro, Fornero, che hanno risposto alle domande della moderatrice, la giornalista Dania Mondini. Entrambe sono d’accordo nel dire che il problema in Italia è soprattutto culturale. Cancellieri assicura: «Le forze dell’ordine sono specializzate e quindi preparate ad affrontare questi casi. Molti locali sottratti alla mafia sono stati messi a disposizione delle associazioni che si occupano dell’accoglienza di donne che hanno subito abusi, c’è un supporto a livello logistico, meno sul piano economico». Inoltre, aggiunge, «l’Italia si è dotata di strumenti legislativi importanti come la legge n. 66/1996, che definisce la violenza sessuale contro le donne reato penale, anziché reato contro la morale pubblica, e ha adottato Convenzioni internazionali. Le norme ci sono, ma vanno applicate diversamente».

Anche il ministro Fornero si dice molto vicina a questo tema e promette: «Il governo farà il possibile per ratificare la Convenzione di Istanbul contro la violenza alle donne e la violenza domestica entro la fine della legislatura». Alla domanda, se la crisi economia che stiamo attraversando possa portare ad un aumento della violenza nel mondo del lavoro, il ministro del Welfare risponde negativamente: «L’accesso alle professioni, le differenze di genere nel mercato del lavoro e il precariato sono problemi seri, ma non sono temi di violenza».

Non sembra pensarla così il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, e come lei molte altre. «La crisi aumenta le differenze nel mondo del lavoro – dichiara –. Aumentando la precarietà, aumentano anche le pressioni nei confronti delle donne che subiscono ricatti sessuali per mantenere il posto di lavoro, essere assunte o fare carriera».

E se il problema è culturale, è vero anche che l’Italia è arrivata tardi nel riconoscere molti diritti delle donne, anche per questo durante il convegno i rappresentanti dei tre sindacati hanno presentato una proposta d’intesa unitaria destinata a imprese e istituzioni, finalizzata a contrastare ogni forma di violenza e discriminazione sulle donne/lavoratrici, con richieste ben precise che vanno da una maggiore sensibilizzazione alla promozione di strumenti di prevenzione e contrasto ad ogni forma di violenza e discriminazione di genere.

Certo, questi convegni sono importanti e fungono da lente di ingrandimento per un problema ancora troppo diffuso, ma non basta parlarne pochi giorni l’anno, quindi lo slogan di tutte diventa: “25 novembre tutto l’anno”.

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