Scrivere dentro il carcere

L’esperienza decennale di una docente sull’importanza di investire tempo e risorse per laboratori di scrittura dentro i luoghi di reclusione. Un ponte verso l’esterno e un percorso paziente di riabilitazione per la piena libertà
Il tempo della pena diventa un tempo utile se ben utilizzato. Purtroppo ciò non sempre accade nelle carceri, perché il più delle volte le persone sono abbandonate a se stesse e non trovano possibilità di attivare quel percorso di riabilitazione che dovrebbe dare un senso alla loro restrizione.

Il carcere diventa, quindi, una prigione nella prigione, un luogo dove l’anima non trova spazio per evolversi. Dopo tanti anni di vita carceraria come docente di scuola superiore, ho avuto modo di osservare e di comprendere le dinamiche che ruotano intorno all’organizzazione degli istituti di pena e, purtroppo, ho dovuto constatare che non sempre, o meglio raramente, si tende a considerare i detenuti come persone e non come piaga sociale. E pertanto a prendersene cura.

Ho anche compreso che il vero cambiamento può avvenire solamente con una presa di coscienza delle persone, dentro e fuori il carcere, attraverso un lavoro di sensibilizzazione. Dalla mia osservazione delle tante attività che possono essere utili ai detenuti, una sicuramente riveste un ruolo importante, ed è quello della scrittura.

In tanti mi chiedevano sempre penne e quaderni come reliquie. In tanti non sapevano scrivere bene, ma dopo alcuni percorsi di istruzione, sono riusciti a scrivere, a comunicare con le loro famiglie. Vedevo la gioia nei loro occhi e si sentivano orgogliosi di questo traguardo, riacquistando un po’ di quella autostima ormai calpestata. Ecco perché oggi sono ancora più convinta che nelle carceri sono necessari dei laboratori di scrittura permanenti, al di là dei percorsi di istruzione istituzionali.

La scrittura è un ponte tra chi scrive e l’esterno, per esprimere tutto il proprio mondo, e spesso i detenuti preferiscono scrivere piuttosto che parlare, perché parlare di se è molto difficile per loro. La scrittura assume così una valenza terapeutica autentica, e chi legge può percepire molti aspetti della personalità di una persona ed aiutarla in un percorso riabilitativo. È un modo per ascoltare ciò che viene dal profondo e che non verrebbe mai espresso. Quasi tutti i detenuti parlano di sé e hanno un grande bisogno di essere ascoltati, perché purtroppo gli operatori penitenziari non hanno molto tempo per ascoltare.

La scrittura apre mondi sconosciuti e rappresenta un primo approccio verso l’amore per la conoscenza, il sapere, tanto da desiderare di frequentare i corsi di istruzione, soprattutto per quelle persone che sono inizialmente refrattarie ai corsi scolastici istituzionali. Solo con la cultura si può essere liberi veramente.

Tanti sono i laboratori presenti oggi nelle carceri italiane, ma purtroppo lasciati alla scuola o al volontariato, in modo saltuario od occasionale. È necessario, invece, istituzionalizzare questa attività. O attraverso le scuole, quale attività integrativa permanente, o attraverso associazioni che stabilmente si prendono cura di attivare e gestire i Laboratori di scrittura.

L’Autrice è ambasciatrice Epale/Indire (Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) ente di ricerca del Ministero dell’Istruzione

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