Scomode omissioni o censura?

In America la maggioranza eleva barriere formidabili attorno alla libertà di opinione. Dentro queste barriere ognuno può scrivere quello che vuole, ma guai a lui se le oltrepassa. Chi l’ha scritto? Noam Chom-sky! Sbagliato: non è la denuncia di uno studioso radicale come lui, ma l’opinione di Alexis de Tocqueville, scritta durante il suo viaggio negli Usa nel lontano 1831. Eppure non c’era stato né l’11 settembre, né l’appello alla ortodossia patriottica che n’è seguita, e che ha prodotto una cappa di censura per le voci fuori dal coro. Evidentemente certe abitudini si fatica a perderle. Anche se c’è chi le denuncia, con forza. Come gli studenti della Sonoma University, coordinati da un certo Peter Phillips del Project censored, che ogni anno si divertono a sollevare il coperchio sulle 25 storie più scomode d’America. Scomode e, quindi, insabbiate, ma non con cura visto che arrivano in libreria, persino in Italia (Censura 2004 – Editore Nuovi Mondi Media). Se qualche anno fa la spinta anticonformista di Project censored sembrava esaurita, con la guerra del Golfo la lista delle verità scomode è tornata a suscitare grande attenzione. Come l’uso da parte delle truppe americane ed inglesi in Iraq di armi ad uranio impoverito, proprio quelle che l’Onu considera armi di distruzioni di massa; oppure le complicità del governo di Reagan e di Bush padre con il regime di Saddam; oppure il piano degli agenti segreti, voluto dal ministro della difesa Rumsfeld, per stimolare reazioni fra i terroristi e stanarli, ma al prezzo di molte possibili nuove vittime e con un costo di 100 milioni di dollari per i contribuenti. Non manca un capitolo sulla regina delle bufale irachene, la storia di Jessica Linch, eroina, salvata in Iraq ad uso e consumo dei media, da lei stessa smentita con la confessione di essersi semplicemente infortunata. Censura 2003 non si limita a raccontare le storie scomode, ma ad analizzare i meccanismi dell’insabbiamento: non smentite ufficiali, ma occultamento della notizia in mezzo ad una alluvione, suscitata ad arte, di informazioni inutili e frivole. Una consuetudine consolidata: chi ha dimenticato lo scandalo Lewinsky fatto scoppiare ad arte, guarda caso, durante la storica, e scomoda, visita di Giovanni Paolo II a Cuba, con migliaia di reporter fatti dirottare in tutta fretta da L’Avana a Washington? INFORMAZIONE LIBERA AParigi una casa per giornalisti perseguitati Si chiama Maison des Journalistes, ma non è un circolo culturale per reporter annoiati o in pensione. È la prima casa-rifugio per chi, in nome della libertà d’espressione, ha dovuto abbandonare la propria professione ed il proprio paese. Sorge sulle rive della Senna, ed il suo presidente onorario è nientemeno che Sebastiao Salgado, uno dei più grandi fotografi contemporanei, da sempre attivo sul fronte umanitario. Nelle sue quindici stanze, ognuna ribattezzata col nome di chi le ha finanziate, undicimila euro l’anno ciascuno versati da Le Monde, Paris Match e via dicendo, trovano alloggio per sei mesi, il tempo di ottenere lo status di rifugiato politico, giornalisti che hanno dovuto lasciare Cuba, Algeria, Cina, Costa d’Avorio, Pakistan, Yemen… Altri 160 mila euro l’anno vengono invece stanziati dal Fondo europeo per i rifugiati: in attesa dei documenti non è concesso lavorare anche se nella maison, una ex-fabbrica di spazzole resa ospitale dal comune di Parigi, hanno a disposizione una sala redazione, con tanto di rassegna stampa, agenzie, computer collegati in rete. Così si coniugano i due obiettivi del progetto: dare un tetto agli esuli e mantenere il legame con la professione giornalistica. Tra i trenta ospiti si intrecciano storie drammatiche e dolorose: come quella di Marianne, camerunense, giornalista sportiva della radio di stato, amata e rispettata, ma solo fino a quando ha cominciato ad indagare sulla corruzione dei grandi club del calcio nel suo paese. Da quel giorno un calvario di persecuzioni fino al licenziamento ed alla fuga. O come il giovane haitiano Renald, che spera di tornare presto nel suo paese ora che il regime di Aristide, da lui fronteggiato con coraggio, è caduto. La possibilità di media liberi noi la coltiviamo come un fiore, ha dichiarato all’inaugurazione Danièle Ohayon, fondatrice della casa.

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