Scommettere sulla scuola

Luci ed ombre del disegno di legge oggi al Consiglio dei Ministri. Il vero nodo centrale di ogni “buona scuola” è la qualità professionale e morale dei suoi docenti e dirigenti. Necessaria forse anche una verifica delle effettive competenze dei 130 mila precari da troppo tempo in attesa di assunzione
Scuola inglese

Ancora un rinvio. Dopo lo slittamento del Consiglio dei Ministri della scorsa settimana, forse oggi è il giorno in cui dovrebbe esser esaminato il disegno di legge sulla scuola italiana. Quella che verrà, appunto, su cui il presidente del Consiglio Matteo Renzi sta giustamente puntando, ma che forse è stata sottovalutata nella sua complessità, con qualche tappa forzata di troppo.

Ormai i rinvii stanno diventando snervanti e il Governo si sta rendendo conto che intervenire sulla Scuola è una delle sfide più gigantesche di medio-lungo termine da affrontare. Pur senza cedere alle vecchie e logoranti logiche dei veti incrociati tra partiti, questa scommessa sul futuro formativo di intere generazioni giovanili richiede ulteriori e più ponderati passaggi. Sul “banco”, appunto, c’è la scuola, la nostra vecchia, cara, ma anche acciaccata scuola, di cui urge, per certi aspetti, una radicale rifondazione, senza ulteriori rinvii, ma anche senza improvvisazioni.

Per esempio, partendo dalla tanto decantata “terapia d’urto”, che prevede l’assunzione in blocco di 130 mila precari, al momento risulta difficile stabilire con certezza il numero di maestri e professori da assumere e, in particolare, come si potranno efficacemente impiegare nella scuola. Si tratta di un gigantesco esercito di uomini e donne (soprattutto donne) da troppi anni condannati alla lotteria delle supplenze (un’anomalia tutta italiana sanzionata dalla Corte europea di Giustizia), ma di cui occorrerebbe prima verificare le effettive competenze.

Così può esser detto anche per altre importanti innovazioni,apprezzabili nelle intenzioni ma con grossi nodi, sia di contenuto sia di metodo, come quelli riguardanti la qualità dei docenti di ruolo, la garanzia di elevati standard formativi e il pieno diritto allo studio per tutti.

Prendiamo, a questo proposito, la proposta di introdurre dei criteri di merito dei docenti, che sta scatenando altrettanto scompiglio. Non si capisce bene con quali parametri di valutazione, con quali “valutatori” e, questione non di poco conto, con quale incentivazione economica.Nel frattempo il contratto collettivo di base è scaduto da 6 anni, ma questo è uno dei tanti nodi insoluti riguardanti la “valorizzazione della professione-docente” nel suo complesso.

La “buona scuola” non è solo quella degli edifici scolastici, delle lavagne interattive o della stabilizzazione dei docenti precari. Come dimostrano le numerose ricerche comparative a livello internazionale, prima di tutto è nella qualità professionale e morale dei suoi docenti e dirigenti.

Problema non significativamente affrontato nel nostro Paese, ma che si pone comefondamentale, prioritario su qualsiasi altra “buona riforma” della scuola. Non aver compreso questa centralità della “qualità-docente” ci ha penalizzato nei confronti di Paesi in cui i sistemi d’istruzione scolastica raggiungono standard di qualità più elevata, che la nostra scuola (soprattutto in alcune ampie aree geografiche del Paese) non è ancora in grado di raggiungere.

Forse bisognerebbe partire da questo punto nodale, complesso per le molteplici variabili implicate, che occorre però aver il coraggio di affrontare con decisione, senza ambiguità né sofisticate distinzioni. Altrimenti ci si potrebbe illudere di cambiamenti, pur di ampia portata, ma in sostanza non veramente incisivi. È come se nel frattempo ci si fosse affannati a dar forma a una bella e ben verniciata “carrozzeria” ma, in pratica, non seriamente impegnati nel metter a punto il motore, quello che per la vita di una comunità scolastica è il “motore dei motori”, cioè quello della qualità delle sue “risorse umane”.

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