In scena al Napoli Teatro Festival

Molti debutti e prime nazionali al festival napoletano, tra cui “Madre Courage e i suoi figli” di Bertolt Brecht, con protagonista Maria Paiato

Prosegue la fitta programmazione del Napoli Teatro Festival Italia, diretto per il terzo anno da Ruggero Cappuccio. Molti gli spettacoli di questi giorni, tra i quali va segnalato, in prima assoluta Madre Courage e i suoi figli di Bertolt Brecht, drammaturgia musicale e regia di Paolo Coletta, con una sempre straordinaria Maria Paiato (e con Mauro Marino, Giovanni Ludeno, Andrea Paolotti, Roberto Pappalardo, Anna Rita Vitolo, Tito Vittori, Mario Autore, Ludovica D’Auria, Francesco Del Gaudio). In questa una nuova versione del capolavoro brechtiano dalle forti componenti musicali, parola, corpo e musica si fondono per ritrarre un’umanità che somiglia così tanto al nostro presente. Madre Courage si sforza di proteggere i suoi figli dalla guerra, grazie alla quale lei stessa vive e guadagna, ma li perde inesorabilmente uno dopo l’altro. Ogni volta che uno dei suoi figli viene a mancare, Madre Courage è sempre occupata nei suoi affari e nei suoi commerci. L’identità femminile in Courage si scardina dai modelli, dal dover corrispondere ad aspettative già date, dall’obbligo di una responsabilità materna infinita ed “eterna”, aprendosi alla possibilità di una figura forse sgradevole, forse sospesa sulla soglia tra bene e male, e, in questo senso, forse incompiuta (musiche di Paul Dessau, scene di Luigi Ferrigno, costumi  a cura di Teresa Acone, light design di Michelangelo Vitullo).

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Ritorna al festival il mondo fatto di circo e acrobazia dell’artista svizzero Martin Zimmermann (al Teatro Mercadante, in prima nazionale) con lo spettacolo Eins Zwei Drei, co-creato e interpretato da Tarek Halaby, Dimitri Jourde, Romeu Runa, Colin Vallon, realizzato con le musiche di Colin Vallon e la drammaturgia di Sabine Geistlich. Zimmermann per oltre 20 anni ha coreografato e prodotto un teatro visivo e fisico, in cui il corpo collide con gli oggetti, realizzando anche progetti di scenografie mobili in cui sfocano magicamente i confini tra realtà e finzione. Il senso dell’umorismo, la magia e l’assurdità, guidano la singolarità delle sue opere artistiche, nelle quali crea mondi stravaganti, in cui mettere in scena figure e oggetti bizzarri. Umorismo che cerca nella vita di ogni giorno, nell’orrore e nel non familiare, ossia nell’esistenza umana con tutte le sue possibilità e impossibilità. «In questo spettacolo — spiega il regista — affronto, attraverso tre personaggi, temi forti come l’autorità, la sottomissione e la libertà, sia dell’infanzia che della follia. Inserisco questo trio e le sue tensioni all’interno di un mondo asettico, sottomesso a strette convenzioni e precisi codici sociali. Un museo è, infatti, un’istituzione pubblica che tutti conosciamo, ma è anche la quintessenza dell’eleganza, del buon gusto, dell’ordine e della memoria collettiva che una società ha creato. È un luogo che pullula di regole e di divieti, con un proprio sistema di valori che determina cosa è consentito e cosa no. A mio avviso i visitatori di un museo sono esattamente come le opere che si vengono ad ammirare. Nel mio lavoro, i corpi hanno una qualità materiale e gli oggetti una dimensione umana. Amo la collisione dei doppi e i possibili multipli drammatici che questo incontro genera. Da diverso tempo sono interessato a comprendere la figura del clown all’interno del teatro contemporaneo. Un clown non è un attore, non ha un genere. La sua figura ruota attorno alla questione dell’esistenza. Per i tre personaggi di Eins Zwei Drei, la domanda centrale che ci si pone è “Come faranno a sopravvivere?”.

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Ancora un debutto nella sezione “Osservatorio” con la compagnia Scena Verticale, che presenta Lo Psicopompo, scritto e diretto da Dario De Luca, anche interprete insieme ad una delle migliori attrici del panorama italiano: Milvia Marigliano. Il testo inedito ha valso all’autore e regista dello spettacolo il Premio Sipario Centro Attori 2018. Protagonisti sono un uomo e una donna, chiusi in casa, che si confrontano sulla morte, sul desiderio di morte. Sia in maniera teorica che come fatto concreto. I due non sono estranei ma una coppia, un certo tipo di coppia, unita da un rapporto importante, intimo. Lui è un infermiere che, in maniera clandestina, aiuta malati terminali nel suicidio assistito e lei è una professoressa in pensione. Il dialogo si dipana in una dialettica serrata ma placida, come una nevicata, anche intorno a riflessioni sulla musica classica, presenza costante nelle loro vite. I due, con i loro rapporti interpersonali complicati, già minati da una sciagura del passato che fa da sfondo alle loro vite, si troveranno ad essere testimoni del mistero della morte e a contemplare l’abisso. Il lavoro teatrale si avvale del suono a cura di Hubert Westkemper.

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Wanda Marasco diretta da Ettore Nigro, con Giulietta e le altre porta in scena grandi personaggi femminili della storia del teatro. Giulietta, Medea, Antigone e Nora vengono evocate da una nutrice – metafora del teatro – affinché raccontino incanti e illusioni del proprio destino, sono le sue bambine invecchiate e mai morte. La nutrice attua la vocazione primaria del teatro: una promessa di eternità. I quattro personaggi confesseranno le verità più segrete, smontando la tradizione delle storie. Sono maschere in autogenesi che, nel monologo scritto e interpretato da Wanda Marasco, realizzano sulla scena il punto di sutura tra poesia e teatro.

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